I vasti scenari quasi spopolati, ma ricchissimi di risorse idriche, oro e petrolio della Patagonia fanno gola a molti. In questi mesi sono girate diverse voci su proposte giunte in Patagonia da investitori statunitensi che proporrebbero lo scambio di queste risorse per quote da scalare dal debito estero argentino. Vere o false che siano, è già in atto la svendita di queste terre ai confini australi del mondo raccontate da Chatwin, da Sepulveda e da Seoane. Ma quello che non era stato messo in conto era la resistenza della popolazione che comincia a dire di no ad una globalizzazione a favore soltanto di pochi grandi gruppi multinazionali.
(Emiliano Guanella)
Una città intera in subbuglio contro quella che è già stata definita come la nuova “febbre dell”oro” nella Patagonia argentina. Trentamila anime divise tra la prospettiva di una manciata di posti di lavoro presentati come la manna del cielo nel panorama grigio della crisi che affligge il paese sudamericano e il rischio reale di contaminazione di uno dei paesaggi naturali più belli e selvaggi al mondo. “La lotta tra la vita e il lavoro”, come è stata definita dalla stampa locale, si svolge tutta ad Esquel, una cittadina della provincia patagonica del Chubut, a pochi passi dalla cordigliera delle Ande e a più di duemila chilometri da Buenos Aires. Un luogo a tratti surreale, sperduto tra i venti di una delle regioni più inospitali e affascinanti dell”America Latina, terra di mescolanza etnica dove agli indigeni mapuche si sono succeduti col tempo i colonizzatori spagnoli, che non sono però mai riusciti a controllare pienamente la regione, i missionari cattolici, le truppe del generale argentino Julio Roca con la sua poco onorevole “conquista del deserto” ed infine gli avventurieri emigranti europei, tra i quali i gallesi che tanto impressionarono Bruce Chatwin. Ed oggi ad Esquel arrivano i nuovi cercatori d”oro, più vicini ai dettami della globalizzazione economica che al romanticismo della Patagonia di fine ottocento. L”oggetto del contendere è un ricco giacimento di oro individuato nel centro della montagna che domina la città , a soli nove chilometri in linea aerea dal centro abitato. Un filone che fa gola agli interessi di una grande compagnia mineraria nordamericana, la “Meridian Gold” con sede legale in Canada e uffici centrali negli Stati Uniti e che proprio a Esquel vuole aprire una miniera a cielo aperto per l”estrazione di ingenti quantitativi di “metal dorè”, le barre di metallo grezzo composto per tre quarti da argento e un quarto da oro puro. Una storia che inizia alla fine del 1999 quando un gruppo di imprenditori locali fonda la società anonima “El desquite” (la rivincita). L”obbiettivo dichiarato è quello di sondare il territorio alle ricerca di possibili ricchezze del sottosuolo. All”inizio pochi in città prestano attenzione alle attività dell”impresa, impegnati come sono con le vicende che portarono alla chiusura della fabbrica tessile “Texcom”, che lascia a casa centinaia di operai dando un colpo mortale alla stagnante economia locale. In meno di due anni il tasso di disoccupazione di Esquel supera le due cifre, cinquemila persone rimangono senza lavoro. Nel luglio del 2000 “El desquite” viene acquistata interamente dalla “Meridian Gold” che apporta nuovi capitali e compra una palazzina di tre piani nel pieno centro della città , l”unico edificio, assieme a quello di un modesto albergo a tre stelle, ad aver bisogno di un ascensore. La prima denuncia sulle attività dei nuovi proprietari arriva da una piccola comunità di indigeni mapuche della famiglia Huisca-Antieco che vivono sulle montagne a 3000 metri di altitudine, isolati per otto mesi all”anno dal resto del mondo per le forti nevicate che cadono sulla zona. Nel gennaio del 2001 un gruppo di tecnici e funzionari della “Meridian Gold” arriva a bordo di camionette fuoristrada fino al loro accampamento. Chiedono il permesso a nome dell”impresa per realizzare una serie di ricerche e esplorazioni nelle vallate nella loro riserva. Gli Huisca-Antico glielo negano categoricamente ricordando quanto sia importante nella cultura mapuche il culto e la preservazione della natura e della terra. La questione, per il momento, finisce lì anche perché l”inverno è alle porte e nel giro di poche settimane la zona diventa di nuovo
inaccessibile. Ma è una pausa momentanea perché alla fine dell”anno i mapuche scoprono che un gruppo di tecnici della “Meridian Gold” sono entrati nella loro riserva e stanno realizzando perforazioni con macchine idrauliche portate fin lì. Scatta immediatamente l”allarme, due ragazzi scendono a cavallo in città e avvisano dell”accaduto Gustavo Manuel Macayo, l”avvocato indigenista che difende la comunità . Macayo capisce fin da subito che si tratta di una questione seria. Presenta una denuncia al Tribunale Municipale cercando di guadagnare tempo per raccogliere tutte le prove utili e avvisare allo stesso tempo la cittadinanza. Raccoglie prove e fa stampare un volantino da distribuire in tutti i negozi della città . Un gruppo di semplici cittadini chiede la convocazione immediata di una riunione aperta del consiglio comunale. Dopo un paio di settimane la Segreteria federale delle attività Minerarie, l”organo ufficiale che gestisce le risorse del sottosuolo argentino, fa sapere che le attività dei tecnici dell”impresa sono state pienamente autorizzate. “Da Buenos Aires – ricorda Macayo – ci confermano che l”impresa aveva avuto il via libera effettuare le ricerche nella zona, rivendicando il diritto dell”organismo a concedere licenze minerarie senza alcun obbligo di consulta preventiva alle comunità indigene. Presentiamo un ricorso d”appello alla giustizia provinciale che viene però rifiutato. In quel momento capiamo che “qualcosa di grosso” stava per piombare sulla nostra città “. Quel “qualcosa di grosso” è l”avvio del progetto minerario sulla montagna che domina Esquel. Un gruppo di docenti dell”Università Nazionale della Patagonia scoprono che per estrarre il “metal dore” l”impresa intende utilizzare il cianuro, una sostanza contaminante per l”ambiente che viene liberata nell”acqua attraverso il meccanismo di drenaggio acido. Verrebbero inoltre utilizzati piombo, arsenico, mercurio, acido solforico e cromo. Un “mix” altamente pericoloso che potrebbe distruggere l”ecosistema della regione, rimasto incontaminato durante i secoli. “Nessuna impresa mineraria – afferma la biologa Marta Saores – è mai riuscita a contenere al 100% le fuoriuscite di cianuro nella terra e nell”acqua. E” una pazzia avere una miniera così vicina al centro abitato”.
Resistenza con le armi della democrazia
Gli esquelensi iniziano a riunirsi ogni settimana per discutere del tema e fondano un comitato civico contro il progetto. Ma l”insediamento viene autorizzato e avallato fortemente sia dal sindaco di Esquel, il peronista Rafael Williams che dal governatore provinciale del Chubut Jose Lizurumi, anche lui di Esquel e che appartiene all”altro grande partito argentino, l”Unione Civica Radicale. I due, che sono acerrimi avversari in politica, ripetono la stessa litania per difendere la bontà del progetto. “La miniera – dicono – darà migliaia di posti di lavoro, non possiamo perdere questa opportunità storica per tutta la comunità “. Il vicepresidente della Meridian Gold, il boliviano Gonzalo Tufino, si trasferisce insieme ad una quarantina di tecnici e impiegati in città e inizia a adoperarsi per convincere la popolazione. “La miniera darà lavoro a 400 persone – dice – più della metà dei quali saranno operai reclutati tra i disoccupati di Esquel. A questi si aggiungono almeno 1600 posti di lavoro legati all”indotto. Allestiremo un centro aperto ai visitatori che potranno entrare dentro i cunicoli per vedere da vicino la nostra attività e comprare oggetti lavorati dagli artigiani del posto con l”oro e l”argento estratto. La salvaguardia dell”ambiente sarà garantita da tre speciali piscine in cui verranno smaltiti i rifiuti contaminati dal cianuro, un sistema inedito per l”Argentina e che verrà preso a modello in tutta l”America Latina”. Il progetto ottiene l”appoggio dei presidenti dell”associazione locale dei commercianti e operatori turistici e quello della UOCRA, il sindacato dei lavoratori del settore delle costruzioni, che conta centinaia di iscritti. “A Esquel – dice il rappresentante del sindacato – lavoriamo per tre, quattro mesi all”anno al massimo. Quando arriva il freddo il settore delle costruzioni si ferma e centinaia di famiglie rimangono senza un reddito fisso”. Il negocio, come si dice da queste parti, è grande. Gustavo de Vera, giornalista del canale televisivo locale Canal 4, mostra per la prima volta le previsioni dei guadagni presentati dalla società canadese; 100 milioni di dollari almeno di utili netti all”anno, dei quali in teoria l”1,5% tornerebbe nelle casse pubbliche sottoforma di imposte e regalie. In teoria, perché
nella pratica grazie ad un truffaldino sistema di benefici fiscali propri della Patagonia l”impresa arriverebbe a pagare quasi nulla per un contratto di concessione della durata di 8-10 anni. “Il sistema legislativo che regola lo sfruttamento del suolo in Argentina – spiega De Vera – è pensato in realtà per attrarre le imprese multinazionali oliando il sistema di corruzione amministrativa. Nessuno a livello politico pensa agli effetti disastrosi di una possibile contaminazione sui produttori agricoli e gli allevatori che non potrebbero più vendere i loro prodotti e al ritorno negativo per il turismo locale”. Il problema, poi, è ancora più grosso perché Esquel rappresenta in realtà il primo passo per l”apertura di molti altri progetti di questo tipo in tutta la Patagonia e nel resto dell”Argentina. Il governo argentino ha infatti nel cassetto 52 richieste di miniere a cielo aperto avanzate da imprese statunitensi, canadesi e australiane. Per questo sono molto attenti a quello che succede qui da noi”.
Durante l”estate il “Fronte del NO” organizza una serie di cortei e manifestazioni che vengono seguiti da diversi media nazionali. A Buenos Aires l”organizzazione ecologista Greenpeace inscena un presidio davanti al Congresso con centinaia di attivisti con scheletri dipinti sulla faccia. Arrivano a catena le prime interrogazioni parlamentare. La pressione sul sindaco Williams è tale da obbligarlo a convocare un referendum consultivo, ma non vincolante, per la fine di marzo. La campagna elettorale mobilita tutta la città che si divide tra una grande maggioranza contraria alla miniera e una ridotta ma agguerrita minoranza a favore, appoggiata direttamente dagli stessi funzionari della “Meridian Gold”. Il giorno della votazione circa 14.000 esquelensi vanno alle urne, un”affluenza record che supera ampiamente quello delle precedenti consultazioni nazionali e amministrative. Scendono dai villaggi di alta montagna gli esponenti delle comunità mapuche, che compone circa il 30% della popolazione. Sono i più ferventi oppositori al progetto perché dicono, “la difesa della nostra terra è più importante di qualsiasi beneficio economico”. A metà pomeriggio alla sede del “Fronte del No” si sente già aria di vittoria. Marta Urutia, che lavora come impiegata all”aeroporto cittadino, tira fuori dalla borsa una maglietta bianca con una scritta rossa “Esquel vale molto più dell”oro”. “Sono pronipote di un capo mapuche – dice – della valle di Bariloche, a 300 chilometri da qui. Sono nata e cresciuta tra queste montagne, non permetterei per tutto il denaro del mondo di vederle deturpate. Se votassi a favore della miniera tradirei la storia della mia famiglia, macchierei il sangue stesso che scorre nelle mie vene”. Alla fine la vittoria del No è schiacciante: l”84% contro il 16% . Il sindaco Williams, che alla vigilia del voto aveva detto che solo un”affermazione contundente degli oppositori alla miniera avrebbe rimesso in discussione l”intero progetto inizia a ritornare sui suoi passi. Brian Kennedy, il presidente del consiglio d”amministrazione della società canadese, presente in incognito a Esquel la domenica del referendum, emette un comunicato ufficiale dell”impresa annunciando una pausa nei lavori in corso. “Non abbiamo mai voluto – afferma Kennedy – seminare discordia tra la cittadinanza. Dovremo in futuro trovare la maniera per poter spiegare meglio i vantaggi di un progetto che riteniamo utile per lo sviluppo dell”intera regione”. La prossima parola, risultato del referendum a parte, spetta però a una commissione del governo federale che sta valutando il piano di impatto ambientale presentato dalla multinazionale per poter passare all”ultima fase, quella operativa. “Gli interessi in gioco– spiega il portavoce del comitato del No Pablo Quintero. – sono molo alti. A Buenos Aires potranno anche fare orecchie da mercanti e non dar retta al risultato netto del referendum. Ma non importa: noi non cederemo. Siamo pronti a vincere altre cento battaglie per difendere la nostra regione”. La “febbre dell”oro”, in una Patagonia afflitta in pieno dalla grave crisi argentina, sembra appena iniziata.
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