Argentina, viaggio dove ora anche i ricchi piangono

Proteste di piazza. Famiglie “bene” costrette a risparmiare sulla bolletta. La crisi 2001 non perdona. Ecco come si vive oggi a Buenos Aires. Non è una crisi dove restano impigliati solo i poveri o la classe media. Non è una crisi fatta solo di proteste con le pentole sbatacchiate in piazza, o di cartoneros che emergono da immaginarie miniere al tramonto per andare a rovistare la spazzatura da vendere o portare a casa. E non è una crisi dove tutti i ricchi l’hanno fatta franca e se ne stanno tranquilli con i loro dollari in banca a Miami. E’ una crisi che è entrata anche nei palazzi sfarzosi della borghesia di Buenos Aires, oltre le facciate verdeggianti della Recoleta e del Retiro, i quartieri bene della capitale argentina. Tutti devono frenare laggiù.


Le famiglie dei professionisti sono costrette a risparmiare sulla bolletta del telefono: non possono permettersi di pagare 200 euro ogni due mesi. Per questo comprano tessere che, una volta esaurite, rendono impossibile chiamare all’esterno. E questo succede in appartamenti enormi affacciati sulle vie più rinomate di Buenos Aires. In questo momento molte famiglie della classe agiata si possono permettere solo una macchina, e ospitano in casa studenti stranieri anche per avere una fonte di reddito in più.

Pure loro devono stare attenti a quanto spendono, anche se non li immagineresti alle prese con ristrettezze finanziarie: prima di uscire la sera i ragazzi raccolgono le bottiglie di birra vuote, avanzate la sera prima, e vanno in uno dei tanti chioschi aperti tutta la notte a prenderne altre, a prezzo ridotto grazie al vetro da riciclare. Questa è Buenos Aires, una città che nel centro conserva intatti i fasti di quando era la sesta capitale più ricca del mondo, con decine di alberghi lussuosi e grattacieli iper-moderni a stupire il visitatore quando si fa notte. Come testimoni di un’altra epoca, negli atri dei palazzi più belli, i portieri restano tutta la notte seduti a un tavolo, a salutare chi sale e chi scende e a vigilare su di loro. Qualche metro più in alto, oltre i marmi degli ingressi, anche l’alta borghesia deve tirare la cinghia.

Pochissimi privilegiati sono rimasti immuni dal virus del dicembre 2001. E adesso passano il fine settimana negli esclusivi country club che sorgono appena oltre la periferia di Buenos Aires: sono enclave di ricchezza, a poche centinaia di metri dalle favelas della capitale, fortini super-protetti dove la gente va a giocare a golf o a polo, a nuotare, o semplicemente a ritirarsi nelle palazzine costruite in questi enormi parchi. Questi fantomatici ricchi sono come i politici, odiati da tutti. “Lì ci sono i ladrones”, ti dicono quando passi davanti al parlamento di Città de La Plata, 60 chilometri da Buenos Aires. E’ incredibile pensare a quante cariche elettive debba sopportare l’Argentina. Gli organi legislativi di una provincia che conta a malapena un milione di abitanti sono formati da quasi 150 deputati, più del triplo di una regione come la Lombardia. Tutta gente che va pagata. Come bisogna pagare l’oltre 50 per cento di persone che in molte province lavora per lo Stato. Solo il neo-presidente della Repubblica, Nestor Kirchner, sfugge alla sfiducia generale e calamita su di sé qualche speranza. “Questa è l’Argentina”, ti dice Juan, giornalista di una radio nazionale, quando parla del nuovo stadio di Città de La Plata, una specie di Olimpico in miniatura, costato 50 milioni di dollari e inaugurato senza la copertura, posta sotto sequestro perché erano finiti i soldi.

Non sono bastati 50 milioni di dollari per finire quell’impianto. In questo modo scendono i salari e salgono prezzi e tariffe. Buenos Aires è piena di locali chiamati “locutorios” dove si può telefonare a pagamento da piccole cabine e usare il computer e internet con 50 centesimi di pesos (meno di 20 centesimi di euro) ogni mezzora. Questo perché i telefoni pubblici funzionano quando ne hanno voglia e perché, dopo la crisi, i prezzi dei computer e di tutto quello che ha che fare con l’elettronica sono schizzati alle stelle. Pochi possono comprare un computer e così, se devono preparare un esame scritto per l’università , oppure connettersi alla rete, devono ricorrere al “locutorio” più vicino. Ma nel centro di Buenos Aires non ci sono segni di miseria. Capisci che qualcosa non torna col denaro quando ti approcci a una banca. A ogni ora del giorno ci sono sempre file enormi agli sportelli. E prelevare col bancomat è spesso una lotteria: non sempre la macchina consegna i soldi che il cliente chiede: così spesso uno è costretto a tornare più tardi o a provare in un’altra banca.

Capisci che qualcosa non torna quando parli di stipendi. “Li vedi quei ragazzi che portano in giro tutti quei cani. Li pagano per guardare gli animali di giorno. Guadagnano bene, anche 400 dollari al mese”, dice Eugenia, insegnante di spagnolo con l’hobby della pittura. Uno fa due conti e gli si stringe il cuore a pensare che 400 dollari al mese possano essere considerati un buono stipendio. E prima di concludere con la comoda equazione “salari bassi = prezzi bassi”, bisogna vederli davvero questi prezzi, che sono bassi per noi europei, ma non per chi vive a Buenos Aires: se 400 dollari sono uno stipendio consistente, vuol dire che gli argentini hanno un potere d’acquisto sostanzialmente dimezzato rispetto a un italiano con un salario da 1.000 euro al mese. Il problema è che molti impiegati od operai hanno salari da 300-350 dollari al mese, un professore universitario non ne guadagna più di 1.000. “Così in questo momento tanti sono costretti a fare due lavori – spiega Maria Josè, professoressa di greco all’università statale della capitale -. Anche per questo si cena così tardi, verso le 9.30-10: per allungare la giornata e creare il tempo per svolgere due mestieri. Tanti disoccupati invece vanno all’università statale perché la retta è gratuita e approfittano dell’inattività per laurearsi”. Ogni tanto al danno si aggiunge la beffa. “Il governo decide di aumentare il minimo di salari e pensioni”, titola il quotidiano La Nacion a metà luglio. “Cresceranno le tariffe e i tassi sui mutui”, annuncia lo stesso giornale appena 24 ore dopo.

Con salari di questo tipo non c’è da stupirsi se ristoranti e bar dalla domenica al giovedì sera sono quasi vuoti. La gente esce solo il venerdì e il sabato approfittando di locali che farebbero invidia a città come Milano e Londra: ci sono vie del quartiere Palermo che allineano bar, caffè o piccoli teatri dove si piò ascoltare il tango e bere vino: sono tutti moderni, ben curati e splendidamente rifiniti. Chi ti serve è di una gentilezza unica. Come quasi tutte le persone che si incontrano in questa terra sofferente.

Gli argentini accolgono il visitatore con una cortesia, un’eleganza e un’affabilità straordinarie. Hanno una capacità rara di interrogare lo sconosciuto con curiosità , senza metterlo a disagio. Dopo pochi minuti di conversazione, ti chiedono se sei fidanzato, pochi secondi dopo sei chiamato a soddisfare un loro dubbio: “Ma perché sei venuto in Argentina?”, chiedono allo straniero, quasi increduli che qualcuno possa sobbarcarsi un lungo viaggio per venire nella loro terra. Questo li angoscia: sono spaventati da quello che pensa il resto del mondo di loro. E’ un timore esagerato che riflette tutta l’insicurezza di un popolo. “Bisogna capire che quando è esplosa la crisi, la aspettavamo da mesi”, dice ancora Maria Josè. Lei era tornata in Argentina nel 2001 dopo un anno in Inghilterra. “Mi sono impressionata: non c’era gente per strada, circolavano pochissime macchine”. Invece adesso il centro di Buenos Aires è un caos impressionante: traffico alle stelle, strade larghe centinaia di metri faticosissime da attraversare, decine di taxi e pullman implacabili coi pedoni fuori tempo. La gente ha ancora sfiducia, ma ha ripreso a camminare.

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