Mathis Wackernagel alla metà degli anni Novanta ha elaborato con William E. Rees il concetto di impronta ecologica. E in questa intervista ne spiega caratteristiche e obiettivi.
Il galateo dell’ambiente non riguarda soltanto gli acquisti consapevoli. Quasi tutti i comportamenti umani, a partire da quelli legati a necessità primarie come nutrirsi o scaldarsi, hanno un loro impatto sul pianeta, che si tratti di emissioni nocive nell’aria, nell’acqua o nel suolo, di distruzione di habitat, consumo di risorse non rinnovabili o alterazione degli ecosistemi o dei cicli naturali. à ˆ dunque impossibile vivere senza sfruttare la Terra che ci ospita e conviene concentrarsi sulla possibilità di scegliere soluzioni più ‘leggere’. Il problema, in molti casi, nasce però dalla difficoltà di misurare le proprie azioni quotidiane con un parametro di riferimento unico. à ˆ più importante risparmiare un kilowattora di energia elettrica o riciclare un chilogrammo di carta? Si fanno più danni nutrendosi abitualmente di carne o viaggiando in aereo anziché in treno? Si rischia insomma di porre molta attenzione su alcune delle conseguenze ambientali dei propri comportamenti e di trascurarne completamente altre, magari più importanti.
Mathis Wackernagel, direttore del Programma sostenibilità dell’organizzazione non profit Redefinig Progress di San Francisco, ha lavorato a lungo su questo problema finché, alla metà degli anni Novanta, ha elaborato con William E. Rees il concetto di impronta ecologica: ogni attività umana può essere rapportata all’estensione di suolo terrestre necessario a fornire le materie prime e l’energia richieste e lo smaltimento di rifiuti prodotti. E in questa intervista ne spiega caratteristiche e obiettivi.
Tutto in ecologia, dunque, può essere misurato in centimetri, metri o chilometri quadrati?
Il presupposto classico per valutare la sostenibilità è quello della capacità di carico: la Terra è una, con determinate dimensioni e capacità produttive, per cui bisogna calcolare quante persone e specie ci possano convivere pacificamente spartendosi equamente le risorse disponibili senza comprometterne la capacità produttiva, dunque la possibilità di viverci anche nel futuro prossimo e remoto. Il concetto di impronta ecologica parte dal ragionamento diametralmente opposto: poiché sulla Terra ci abita un certo numero di persone, che attualmente supera i 6,2 miliardi, quanta parte ne può usare ognuno di noi senza rovinarla? Meno di due ettari. Questo approccio ha il vantaggio di essere più direttamente legato alla realtà dei fatti: ognuno può calcolare quante risorse utilizza effettivamente per le proprie attività ed esigenze come il cibo, la costruzione di alloggi, la produzione di energia o lo smaltimento di rifiuti.
Credo che molte persone, in tutto il mondo, abbiano capito che è necessario stare più attenti ai propri comportamenti, ma vengono spesso scoraggiate dalla complessità dei problemi in gioco: si parla di megatonnellate equivalenti di petrolio e di parti per milione, di gigawatt e di gradi Celsius. L’impronta ecologica permette di considerare una sola grandezza, la superficie, che è anche facile da visualizzare e immaginare.
L’unità di misura dell’impronta ecologica è l’ettaro/anno. Che significa quel parametro temporale?
L’impronta di un’attività corrisponde alla superficie di terreno utilizzata per un anno per sostenere quell’attività . Il calcolo è fatto considerando la necessità di non esaurire le risorse del terreno utilizzato, che nell’anno successivo deve poter svolgere le stesse funzioni di produzione e assorbimento. Partiamo dal presupposto che la Terra non è un limone da spremere, ma un ‘giardino continuo’, un’area di cui possiamo disporre per soddisfare in modo decente i nostri bisogni e anche quelli dei nostri figli e dei loro pronipoti. Abbiamo scelto l’anno come unità di misura temporale perché corrisponde a un ciclo naturale molto significativo. à ˆ determinante anche il fattore geografico: un ettaro che si trova nella fascia tropicale offre servizi ecologici, chiamiamoli così, diversi da un ettaro nell’Antartide. E un ettaro di terra coltivabile è molto diverso da un ettaro di oceano o di deserto roccioso. Per garantire la chiarezza del parametro abbiamo operato una semplificazione e calcolato un ‘ettaro medio’ terrestre, tenendo presente soprattutto la capacità produttiva di biomassa.
In questa logica di semplificazione, sarebbe importante utilizzare l’impronta ecologica come una sorta di etichetta informativa. Un piccolo riquadro sulla confezione dei prodotti che spieghi come un singolo oggetto di arredamento, o lattina di bevanda o capo di abbigliamento, fra materie prime, lavorazione, imballaggio, trasporto, utilizzo e smaltimento corrisponde a una certa estensione di terreno per un anno. Che ne pensa?
Si potrebbe fare. Partendo dal dato di fatto che la nostra disponibiltà di Terra pro capite è di 1,8 ettari, dovremmo sapere che quando ad esempio compriamo un frigorifero questo occupa circa il 7% del nostro spazio disponibile. E come teniamo un bilancio continuo, non sempre preciso ma sostanzialmente ‘funzionante’, fra il nostro budget mensile e le nostre spese, così sarebbe giusto che ognuno facesse un bilancio fra i propri comportamenti e la propria disponibilità di terreno. Abbiamo cercato di facilitare questa operazione con un test interattivo che si può fare entrando nel sito
www.myfootprint.org.
Ci può fare un altro esempio di ‘ingombro’ di un’attività quotidiana o di un oggetto ordinario?
Un normale foglio di quelli che si usano nelle stampanti o nelle fotocopiatrici ha un’impronta ecologica simile alla propria superficie. Cioè, per produrre e smaltire un foglio di carta bisogna occupare per un anno intero una superficie simile a quella di quel foglio. Ed ecco che l’impronta ecologica diventa qualcosa di molto facile da immaginare. Ogni ufficio utilizza parecchie risme di carta da 500 fogli. Ognuna di quelle risme corrisponde alla superficie che occuperebbero tutti i fogli di carta se fossero poggiati in terra uno vicino all’altro.
Come è nata l’idea dell’impronta ecologica?
Da una mucca. O meglio, dall’immagine di mucca che utilizzavamo per rappresentare l’economia: un animale che bruca il prato, che beve, che emette escrementi, che produce latte e formaggio. Se nel caso di una mucca sappiamo con sufficiente precisione di che area abbia bisogno per sopravvivere e quanto latte e formaggio possa produrre, dovremmo saperlo anche per una città . Un altro modo di pensare il problema è questo: se mettiamo una calotta di vetro su una città isolandola dal resto del mondo, quanto deve essere grande perché la città riesca a sopravvivere? à ˆ venuto fuori che le metropoli hanno bisogno di spazi incredibilmente grandi. La differenza con le calotte immaginarie è che le impronte ecologiche coinvolgono tutto il mondo in diversi luoghi.
Una globalizzazione dello spazio fisico…
Precisamente. Ma per ridurre le ingiustizie di questa globalizzazione, che colpisce le generazioni future oltre che le persone dei paesi più poveri, bisogna partire dall’individuo: ognuno dovrebbe chiedersi: «Che percentuale di biosfera occupo solo per le mie attività , togliendola ad altre persone presenti e future, o agli elefanti, ai pesci, agli uccelli o agli alberi?».
Il principale messaggio della teoria dell’impronta ecologica può sembrare strano per la sensibilità degli ambientalisti, generalmente portati a visioni più complesse di quelle monetarie dell’economia tradizionale e che insistono spesso sulla qualità . Eppure il messaggio è questo: non è possibile parlare di ‘qualità ‘ della vita se non siamo in grado di ragionare anche in termini di ‘quantità ‘. La scala di grandezza dell’economia è semplicemente eccessiva rispetto alla scala biologica del pianeta. Stiamo minando il nostro capitale naturale per vivere in una prospettiva illusoria di crescita illimitata, mentre continuiamo a ridurre, a ritmi sempre più accelerati, lo spazio vitale a disposizione di ogni essere vivente.
Ha mai calcolato la sua impronta ecologica?
Sì. E rispondo con un certo imbarazzo. Abitualmente cammino a piedi e utilizzo molto la bicicletta, per esempio per andare a lavoro. Ho solo un figlio. Cerco di comprare meno vestiti possibile. Per il pranzo mi porto in ufficio del cibo che preparo a casa e che metto in contenitori riutilizzabili. Così riesco a tenere la mia impronta ecologica fra i 4 e i 5 ettari, un buon risultato rispetto alla media di 12,22 dei miei connazionali e anche rispetto a quella europea di 6,28. Il problema è che quando viaggio utilizzo l’aereo e la mia impronta raddoppia. Soffro per questa contraddizione di andare in giro per il mondo a suggerire di consumare poche risorse e al tempo stesso di spostarmi in aeroplano, bruciando molte risorse. Sinceramente non ho ancora capito se il bilancio finale di questa contraddizione è positivo, nel senso che molte persone capiscono che bisogna orientarsi verso uno stile di vita e un modello di consumo più realistico, o se è negativo, perché le idee di cui parlo rimangono solo bei discorsi che si perdono nell’aria. Credo che la risposta dipenda anche da voi giornalisti, dalla capacità vostra e dei vostri lettori di tradurre queste idee in una sensibilità effettiva e in azioni concrete.
[Emanuele Scoppola]
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