Gad Lerner:’La guerra non ha senso’


Anche solo guardandola da un punto di vista di convenienza politica, la prevista guerra contro l’Iraq non ha senso. Non ci potrà essere pace e stabilità nella regione senza aver prima risolto il nodo palestinese e senza un pur lento processo di sviluppo economico che favorisca il radicarsi della democrazia in un mondo, quello arabo, che non l’ha mai sperimentata. Saddam Hussein è un dittatore sanguinario che da anni opprime il suo popolo, progetta guerre espansionistiche e armamenti di distruzione di massa, ma non è Osama Bin Laden. Saddam Hussein è un capo di stato – non a caso liquidato dal miliardario terrorista di al-Qaeda come «cattivo musulmano», anche in seguito ai suoi trascorsi di amico dell’occidente –, né ha mai smesso di intrattenere ambigue relazioni diplomatiche ed economiche [per esempio con Francia e Russia] rafforzate anche dalla circostanza che l’Iraq detiene enormi riserve petrolifere. Dunque la guerra preventiva all’Iraq non sarebbe in alcun modo paragonabile con la guerra all’Afghanistan integralista dei taleban, protettori di chi ha ordito l’attacco dell’11 settembre 2001. Se il dopoguerra afgano ci dimostra quanto sia difficile progettare la democrazia e la stabilità in una terra derelitta che non le ha mai conosciute, ancor più impervio si prospetta il disegno di un Iraq dopo Saddam. Lo sanno bene gli alleati arabi dell’occidente – dall’Egitto di Mubarak alla Giordania di re Abdallah, per non parlare della monarchia saudita –, tutti regimi che si reggono sul sostegno condizionato delle organizzazioni integraliste cui hanno delegato l’organizzazione della società civile. In poche parole: è semplicemente inconcepibile un riordino “democraticoâ€� dell’intera regione mediorientale senza prima avere risolto il conflitto arabo-israeliano, corrispondendo alle legittime aspirazioni nazionali dei palestinesi. Finché la miccia di Gerusalemme resterà accesa, è utopia pretendere una svolta democratica in un Medio Oriente dominato dalla rabbia e dalla frustrazione di cui si alimentano gli integralisti. Per questo gli interessi oggettivi dell’Europa – al di là delle solerti dichiarazioni di fedeltà atlantica di Berlusconi e Blair – stavolta divergono da quelli dell’amministrazione Bush. La Casa Bianca può anche concepire la guerra mondiale al terrorismo come un susseguirsi di micidiali “operazioni di poliziaâ€� che estirpino uno dopo l’altro i regimi ostili agli Usa [dopo l’Iraq verrà il turno dell’Iran], ma è un calcolo che si basa semplicemente sulla propria superiorità militare e sulla presunzione che la supremazia economica consenta di “comprareâ€� di volta in volta alleati renitenti. Insomma, la guerra all’Iraq prefigura un mondo ancor più squilibrato, la mera sanzione di un dominio americano che però alla lunga produce nuove destabilizzazioni, nuovi conflitti, non certo pace e stabilità durature. La realpolitik occidentale ha fatto il suo tempo. Abbiamo allevato l’integralismo islamico, abbiamo rafforzato regimi infidi, ignorando la via tortuosa e certamente più lenta dello sviluppo economico che favorisca il radicarsi della democrazia in un mondo, quello arabo, che non l’ha mai sperimentata. Ma ormai è chiaro: senza democrazia nei paesi arabi, la pace resterà una chimera e il terrorismo troverà sempre nuovo combustibile con cui alimentarsi. [di Gad Lerner ©] [NIGRIZIA ]

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