Trump presidente degli Stati Uniti: è la fine del (nostro) mondo?

(Antonella Pavese – Seattle, Washington, USA – da )

L’8 Novembre scorso gli Usa hanno eletto Donald Trump presidente. Mentre i sostenitori del candidato repubblicano festeggiavano la vittoria, la maggior parte degli statunitensi erano sotto shock.

Neanche dopo l’11 settembre ho assistito a un trauma di massa di queste proporzioni: è la prima volta che sento tutti, al lavoro, nelle strade, sugli autobus, parlare di una elezione politica con tanta passione e ansia.

L’attentato delle Torri Gemelle non ha generato uno shock del genere perché lì l’aggressore era esterno: oggi c’è la consapevolezza che il “nemico” sono i nostri vicini, i nostri parenti, i nostri amici. Ci si chiede: come è potuto succedere? Cosa significa per un paese che credevamo in marcia, nonostante tutto, verso il progresso sociale?

Tentiamo di ricapitolare i fatti salienti:  alla fine di una campagna elettorale lunghissima, durissima, e piena di colpi di scena, Donald Trump, che secondo  i sondaggi non aveva alcuna chance di vittoria, arriva alla Casa Bianca, battendo Hillary Clinton, la rivale democratica che si credeva favorita. Il partito repubblicano ottiene anche la maggioranza del Senato e della Camera, dando a Trump controllo completo sul  voto parlamentare per i prossimi quattro anni di presidenza. La campagna elettorale di Donald Trump è stata aggressiva ed estrema. Il neopresidente ha attaccato i gli migranti, le minoranze etniche, le donne e il loro diritto all’aborto, oltre ai diritti degli LGBT. Ha corteggiato sia i suprematisti bianchi che l’estrema destra. Ha perfino definito il riscaldamento globale del pianeta «un inganno perpetrato dalla Cina».

Gli statunitensi di sinistra sono sotto shock perché non riescono a capire come sia stato possibile che molti dei loro concittadini che avevano votato per Barack Obama prima nel 2008 e poi nel 2012 possano aver oggi votato per Trump. E come quasi la metà del paese, solitamente molto “politicamente corretto”, abbia votato per un candidato che durante la campagna elettorale ha espresso posizioni razziste, omofobe, misogine, fasciste e violente, per quanto spesso contraddittorie.

Gli eventi preoccupanti che seguono la sua elezione deludono chi nutriva speranze sul fatto che il presidente Trump, nonostante la demagogia e l’aggressività della campagna elettorale, avrebbe moderato i toni. Trump ha nominato Stephen Bannon, caporedattore di Breitbart News, una pubblicazione online di estrema destra, suo capo strategico per il suo mandato presidenziale. Gli attacchi ai neri, ai LGBT e ai musulmani si sono moltiplicati.

Al di fuori degli Stati Uniti, i rischi più gravi del terremoto Trump sono un ulteriore rafforzamento dei movimenti di estrema destra e un peggioramento della crisi ambientale. Trump ha già nominato Myron Ebell, che nega l’esistenza del cambiamento climatico, a capo dell’EPA, l’Environmental Protection Agency. Ebell, sostenuto dalla lobby del carbone, si è opposto aggressivamente al programma Clean Power proposto da Obama nel 2015 e all’Accordo di Parigi, di cui abbiamo parlato qui, e potrebbe bloccare completamente il progresso, già lento, della misure per combattere il cambiamento climatico negli USA.

Ma ci sono segni di speranza. Cortei anti-Trump sono state organizzati fin da subito in tutto il paese, e una manifestazione  nazionale delle donne è in programma a Washington DC il giorno dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca. Nei licei e nelle università gli studenti organizzano occupazioni e scioperi. Il movimento di Bernie Sanders, il candidato socialista che aveva sorpreso l’establishment vincendo 23 dei 50 stati americani durante le primarie, continua ad organizzarsi e crescere in particolare tra i giovani.

Forse era necessario lo shock di queste elezioni per convincere i liberals statunitensi che non c’è progresso senza partecipazione.

Antonella Pavese – Seattle, Washington, USA

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