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La Conferenza Episcopale Italiana, nel febbraio scorso, ha pubblicato un Documento sulla Questione meridionale. Gia' 20 anni fa un altro documento della CEI affronto' il medesimo tema e ci sarebbe da chiedersi come mai un cosi' autorevole insegnamento sia rimasto inascoltato.

Il problema del Mezzogiorno d'Italia e' materia la cui soluzione chiama in causa l'intera comunita' nazionale e ai Vescovi non e' richiesto di approntare soluzioni tecniche e politiche: il loro ruolo si svolge nell'ambito dell'annunzio ‘profetico' della promozione dei valori e in quello dell'azione educativa. In questa ottica si colloca il recente documento Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno. La Questione meridionale, 'irrisolta', come gia' diceva Salvemini, e' 'questione nazionale'. Un insieme di motivi ‘esogeni' sono da addebbitare, fin dall'Unita' di'Italia, alle politiche nazionali di mancati interventi o di interventi sbagliati epenalizzanti, ma e' soprattutto sulle questioni ‘endogene' che qui si vuole brevemente riflettere. La crisi e l'insufficienza delle politiche non puo' assolvere la societa' meridionale da tutte le colpe di cui e' responsabile. Il Documento CEI analizza i problemi che gravano sulla vita pubblica e privata dei cittadini, carente di partecipazione, di democrazia, di solidarieta', di impegno per il bene comune. Sono i mali di sempre. Il fenomeno della globalizzazione viene ad esasperare la tendenza alla chiusura egoistica e allo sfilacciamento dei legami sociali, gia' cosi' evidenti nella societa' meridionale. Il 'familismo amorale', studiato da Banfield negli anni '50 del ‘900, sembra essersi deteriorato in 'familismo immorale', il sentimento che colloca al centro della vita individuale e sociale l'interesse privato, di famiglia e di gruppo, facendone il valore unico e la misura dell'etica. In questa situazione non c'e' spazio per la solidarieta' ne' per il bene comune. Tale 'familismo' genera la criminalita' organizzata –mafia, ‘ndranghea, camorra- che utilizza gli strumenti piu' vari, comprese le politiche nazionali e regionali, dando vita alle diverse forme di clientelismo, di collusione, di sfruttamento e di illegalita'. Questo male genera la disperazione piu' grave secondo cui 'vivere onestamente sia inutile' e mina alle radici il sorgere e il rafforzarsi della risorsa che e' la societa' civile, fondata sulla propria autonomia organizzativa e funzionale, animata dalla solidarieta' e dalla ricerca del bene comune, collaborativa con le istituzioni politiche ed amministrative, in un rapporto di lealta' e nel rispetto rigoroso della legalita'. La societa' meridionale si avvale di pratiche sociali e socio-economiche rappresentate, appunto, dal familismo, una sorta di cancro della societa'. Queste forme di societa' pre-moderna rappresentano un vero e proprio 'furto di fiducia' nei cittadini e nei giovani che vedono precludersi il futuro di una vita lavorativa e familiare onesta. Uscire dalla crisi significa cercare alternative all'economia criminale in un clima di riacquistata credibilita' da parte delle istituzioni locali e della intera societa' civile. Qualunque politica di sviluppo 'esogena' risulta necessaria ma non sufficiente, se non viene calata profondamente in un tessuto capace di recepirlo e di svilupparlo ulteriormente. Il tessuto e' costituito dalle 'vocazioni territoriali' da una parte e dalla presenza qualificata di istituzioni locali e di societa' civile capaci di rafforzarle dall'altra. Le antiche e ricorrenti consuetudini di amministrazioni locali improntate a politiche redistributive di breve e inutile respiro, hanno cavalcato le situazioni, senza avvertire l'impegno per l'investimento e la progettualita'. L'assenza cronica e sistematica di leadership capace, si coniuga con una velleitaria societa' civile che, forte della retorica del decantato 'sviluppo dal basso', non riesce a configurarsi come vero e forte 'capitale sociale', capace di essere protagonista di sviluppo e di cambiamento. Il Documento della CEI auspica un 'nuovo protagonismo della societa' civile e della comunita' ecclesiale' (n.11). Il protagonismo della societa' civile passa attraverso l'acquisizione e la pratica consapevole della ‘cittadinanza' e dei diritti di cittadinanza, fondamentale nell'assetto politico e in quello societario: su di essa si e' andato costruendo lo Stato nazionale e intorno ad essa si e' andato evolvendo l'eguaglianza in tutte le sue forme espresse nel sistema di welfare che lo Stato e la societa' si sono dati. La cittadinanza esprime il senso dell'appartenenza, non solo geografico-territoriale, e genera la solidarieta'. Ma la solidarieta' resterebbe una parola vuota o sentimentale se non si innesta all'altro grande principio etico della responsabilita'. Il tema della scarsa presenza civicnes (come la chiamava Putman) o di senso civico pone l'altro problema riguardante l'esigenza di una societa' veramente 'civile' che, nella lotta alla inefficienza, intende combattere l'illegalita', la collusione politica ed amministrativa affermando partecipazione e tensione al bene comune. Non c'e' dubbio che il male che piu' esplicitamente investe il Meridione sia rappresentato dalla criminalita' organizzata, ne' conforta sapere che sia sbarcata al Nord, mantenendo tuttavia le sue radici nel territorio di origine: una sorta di federalismo ‘al contrario'! L'assenza di senso civico e la latitanza della societa' civile sono la causa e il segno piu' visibile di una tale nefasta presenza. Non soltanto perche' mafia, ‘ndrangeta e camorra costituiscono la realta' economica alternativa a quella dello Stato e della societa' sottraendo le risorse destinate al bene pubblico e alla corretta redistribuzione economica e sociale. Ma soprattutto perche' creano una societa' alternativa a quella civile. L'aspetto organizzativo e l'autonomia sono comuni ad ambedue le societa'. Cio' che le distingue irrimediabilmente e' invece la piattaforma finalistica, motivazionale ed etica: per la 'societa' civile' l'ethos e' rappresentato dal perseguimento degli interessi generali, del bene comune e della solidarieta'; per l'altra societa' la finalita' e' costituita dall'interesse personale e familistico, per cui puo' essere definita 'incivile'. La 'societa' civile' nasce da una consapevolezza di autonomia, ma si sviluppa e cresce quando questa autocoscienza individuale sfocia nella autocoscienza collettiva e orienta la propria azione in favore di una appartenenza piu' grande. La 'societa' incivile' della criminalita' organizzata invece si muove in un ambito di illegalita' e di violenza e non consente alcuna partecipazione democratica. Nel Meridione non sono mancati e non mancano esempi eroici di impegno democratico e di esperienze di societa' civile, che hanno nella legalita' il loro valore di riferimento. Ma 'guai a quelle societa' che hanno bisogno di eroi!'. Non occorre educare all'eroismo; e' necessario educare alla banalita' del bene, necessario per il bene comune. Il passo decisivo perche' il Mezzogiorno superi il divario con il resto del Paese deve camminare sul terreno politico, etico e civile e ricreare nel tessuto umano e sociale una speranza che non delude e che generi protagonismo e rifiuti atteggiamenti di passiva assuefazione e di comodo quanto inutile assistenzialismo. Lo sviluppo e' il frutto del senso della cittadinanza e dello Stato, della legalita' e dell'impegno nella societa' civile. Su queste direttrici si valutera' l'assunzione di responsabilita' delle singole persone, delle famiglie, delle comunita'. A partire da quelle ecclesiali, a cui si rivolgono in special modo i Vescovi. (Tratto da: http://www.benecomune.net)

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