Ammetto di non essere un grande estimatore della carne, proprio da un punto di vista gustativo/gastronomico, e questo, per onestà con chi mi legge credo sia da specificare per abbozzare alcune riflessioni su un problema che sta diventando di pressante urgenza nel nostro mondo: il consumo di carne su vasta scala.
Le mie personali preferenze alimentari, fortunatamente, lasciano relativamente tranquilla la mia etica, quantomeno perché se un domani dovessi(mo) rinunciare alla carne non ne farei certo una malattia…Ipotesi quest’ultima tutt’altro che fantascientifica. Il buon cibo, tuttavia, è un piacere e un fattore culturale, inutile negarlo e potrei capire la resistenza nel dover far a meno di qualcosa che dà piacere: è umano, inutile fare gli integralisti.
Certo, spendere cifre nell’ordine del miliardo e mezzo di euro (stima diffusa da vari quotidiani circa un mese fa) all’anno per animali domestici e poi comprare tranquillamente carne, pesce, pellicce e piumini d’oca senza battere ciglio è indubbiamente una delle moltissime contraddizioni della nostra “civiltà”. D’altra parte sono stato convinto a non andare a Malta (non che ci fosse il rischio…) da uno spot dell’ente del turismo maltese nel quale veniva mostrato il loro “sushi” con un pesce tagliato in due come fosse una mantovana. Un gran biglietto da visita, non c’è che dire.
Storicamente della sofferenza altrui ce n’è sempre importato poco: gli applausi, oggi sinonimo di compiacimento sono nati come “rumore di copertura” alle urla di strazio dei condannati a morte che le folle venivano ad ammirare come “spettacolo”, figurarsi dunque se ci fermiamo di fronte a vitelli, agnelli, conigli etc…Grande scandalo ha suscitato qualche mese fa la ricetta per cucinare gatti passata su una emittente nazionale. Eppure, perché i gatti no e, per esempio, gli agnelli sì?
Sono giunto alla conclusione che noi saremo sempre indifferenti a qualsiasi cosa, siano essi i campi di concentramento o il macello o il malato terminale fintanto che non stabiliamo una relazione di empatia, fintanto cioè che non avremo espunto il “me ne frego” dal nostro orizzonte mentale. Relazionarsi con un coniglio può essere semplice, farlo con una vaschetta di polietilene dove lo stesso coniglio è impacchettato probabilmente meno. Eppure il punto di svolta è tutto qui: se cediamo alla logica del “non mi interessa” siamo già su un piano inclinato che si sa dove comincia e non si sa dove finisce. La mattanza quotidiana di migliaia di esseri viventi non è più grave della nostra disattenzione nella separazione dei rifiuti o nel risparmio nell’acqua o nella lettura dell’etichetta del prodotto del supermercato. Essere coscienti e informati, costa. E a questo costo andrebbe aggiunto il prezzo, forse davvero il più alto, di vedere il solito “furbo” che la franca. A questo punto cosa può sostenerci in questa lotta contro i mulini a vento? La religione? L’etica? La ragionevolezza? Probabilmente si, ma forse la motivazione vera che dobbiamo darci è quella di ammettere che, se ci facciamo queste domande e poi vogliamo fare i “furbi”, forse non è proprio il nostro mestiere e forse c’è gente al mondo che il “furbo” lo sa fare meglio di noi. Questo argomento è fra i più usati dai sostenitori della non violenza, poiché, si dice, se subiamo un’ingiustizia e vogliamo rispondere con la medesima tecnica probabilmente ne usciremo sconfitti perché chi attacca ha sempre un vantaggio.
Il dolore, questo lo sanno anche i bambini, è la prima forma di autodifesa: se non provassimo dolore non sapremmo cosa ci fa male e cosa no: se non ci scottassimo mettendo le mani su una fiamma moriremmo in poco tempo forse senza nemmeno accorgercene. Così come il piacere riproduttivo è, da un punto di vista naturalistico, uno stratagemma per la continuazione della specie.
Pensare insomma che gli animali non soffrano è una pia illusione, ma saperlo e far finta di credere che bistecche e arrosti crescano spontaneamente sul banco-frigo è cosa ben diversa…Il punto è che abbiamo “appaltato la crudeltà”, come fosse uno impiccio che altri devono fare per noi, pazienza che abbia come corollari abbrutimento, sfruttamento e sofferenza.
Nel mondo globalizzato, tuttavia, il consumo di carne ha ben più di una mera connotazione etica, difatti è noto che l’allevamento sia la causa principale di emissioni in atmosfera, che la carne sia l’alimento più inefficiente, idrovoro ed energivoro e che dietro agli allevamenti stiano, per la maggior parte, multinazionali colpevoli di razziare enormi appezzamenti di terreno in zone come il Sud America, sfruttare manodopera sottopagata (dagli addetti ai macelli agli autotrasportatori costretti a lunghissimi peripli con il loro “carico”, con prevedibili esiti anche sulla sicurezza stradale), rimpinzare di medicine gli animali di cui noi, a nostra volta, ci rimpinziamo. La sovranità alimentare è senz’ombra di dubbio una delle sfide più stringenti che ci troviamo di fronte.
A questo proposito non può che essere una buona notizia la ribalta mediatica avuta dal libro “Se niente importa” di Foer. Discutibile nell’impostazione finché si vuole, con velleità da “giustiziere della notte” improvvisato e anche compiaciuto, ma data la gravità della situazione generale non si possono fare dei sofismi: il ripensamento delle logiche alimentari è una priorità non procrastinabile. Indubbiamente il sospetto che la sua palingenesi vegetariana sia spinta da motivazioni di cassetta è tutt’altro che assente, ma almeno dà il metro di come un uomo qualsiasi, che nella vita fa altro, possa iniziare a scoprire che uno più uno fa due e due più due fa quattro.
Ecco perché il libro è pregevole. Indubbiamente godibile, se godibile può dirsi un libro che tratta alcuni tra i più tragici temi che l’agenda sociale ci pari davanti, il documentatissimo (circa 50 pagine sono occupate dalle sole note) tomo fornisce sicuramente un primo contatto con le ragioni dell’etica vegetariana lasciando al contempo uno spiraglio aperto per l’allevamento “sostenibile”, che comunque farebbe schizzare la carne a quotazioni inimmaginabili con l’allevamento di massa cui siamo abituati. Ragioni che, si badi, risultano più che convincenti se non fossimo intontiti quotidianamente dai vari “polli 10+” attorno ai quali si muove un’industria da miliardi di euro. Il paradosso è che non si vede: l’opinione pubblica deve, possibilmente, essere tenuta all’oscuro salvo quando la situazione diventi irreparabile e a quel punto scoppia la bolla mediatica dello scandalo (vedansi “mucche pazze”, “influenze”anomale etc…).
Un problema di non irrilevante peso, tuttavia, che scaturisce dalla lettura del testo riguarda anzitutto l’asimetria informativa sugli alimenti che abitualmente consumiamo-pensiamo solo agli ignari acquirenti di tonno intervistati qualche settimana fa da “Report” (“L’ultima mattanza”) che pensavano che il tonno del supermercato venisse dal Mediterraneo- e, specialmente, la difficoltà di reperire canali di approvvigionamento alimentare alternativi e tracciabili. L’onnivora penetrazione delle grandi catene multinazionali della distribuzione è indubbiamente ancillare a sviluppare questa industria basata su sfruttamento, sopraffazione e razzia sistematizzata delle risorse comuni.
Casualmente alcuni giorni fa mi trovavo fuori da un supermercato nella mia città, Treviso, per un appuntamento. Ebbene, in meno di mezz’ora (di orologio) ho visto tre magazzinieri uscire carichi di scatoloni di cibo e gettarli interi nel cassonetto antistante. Posso garantire che quel supermercato non è uno dei più grossi e riforniti della città, eppure solo un episodio del genere ci dà il metro dello scempio che si sta compiendo ogni giorno nei confronti delle risorse alimentari planetarie.
Questo modo di fare business sta facendo leva, purtroppo, sulle fasce meno istruite e preparate della popolazione, dunque quelle a reddito tendenzialmente più basso, omologandone il gusto grazie ad una spregiudicata monocultura alimentare. Dovremmo rassegnarci a diventare tutti dei salottieri cultori di “Slow food”? Onestamente vedo sempre più difficile procrastinare una scelta di campo alimentare: dopo la lettura di libri come quello di Foer (dico quello per ricomprendere tutto quel che “rema” in quella direzione) non si può più pensare che le proprie decisioni sovrane siano ininfluenti.
Foer Jonathan
Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?
Guanda, pp.363
€ 18,00
Alberto Leoncini
albertoleoncini@libero.it
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