Domenica 08 Novembre 2009
Scritto da Redazione
 Il Senato ha dato una spallata all'acqua pubblica. Con l'approvazione dell'articolo 15 del decreto legge numero 135 la via della privatizzazione è spianata. Nelle prossime settimane il testo passerà alla Camera, poi arrivaranno i decreti attuativi, promessi dal governo entro il 31 dicembre 2009: allora l'acqua sarà davvero una merce (Luca Martinelli, Altreconomia.it).
Il voto di Palazzo Madama, nel pomeriggio di mercoledì 4 novembre, ha portato a un'inedita attenzione dei grandi media al tema delle mercificazione delle risorse idriche. Tra i commi dell'articolo 15, che inserisce la privatizzazione dei servizi pubblici locali nell'ambito di un provvedimento “recante disposizioni urgenti per l'attuazione di obblighi comunitari e per l'esecuzione di sentenze della Corte di giustizia delle Comunità europee”, è facile perdersi.
Proviamo, perciò, a ricostruire i principali cambiamenti rispetto alla legislazione attuale.
L'articolo 15, intanto, rende obbligatorio il ricorso alla gare per la concessione della gestione dei servizi pubblici locali (oltre all'acqua, ci sono anche gas, energia, rifiuti e trasporti). L’unica alternativa possibile è l’affidamento a società per azioni “miste” tra pubblico e privato, ma la legge impone un tetto massimo del 30% alla partecipazione degli enti locali al capitale societario.
Un altro comma dell'articolo 15, spezza le gambe a tutte le gestioni in house (ovvero gli affidamenti diretti a società per azioni a totale controllo pubblico), 58 ad oggi in Italia. Dovranno cessare per decreto alla data del 31 dicembre 2011.
Fin qui il testo di legge, che incontra il sostegno di maggioranza e opposizione. Poche le voci fuori dal coro, come quella del senatore del Pd Luigi Zanda, che nel suo intervento in aula ha motivato così la sua contrarietà al provvedimento: “Ritengo grave un principio generale come quello che questa disposizione introduce nel nostro ordinamento, ossia la liberalizzazione e sostanziale privatizzazione della gestione dell'acqua in assenza di un sistema di garanzia indipendente e adeguato. Presidente, il nostro Paese ha subito gravi conseguenze per privatizzazioni e liberalizzazioni fatte in modo affrettato e gestite in modo quanto meno discutibile. Paghiamo ancora la privatizzazione delle autostrade con aumenti di tariffe assolutamente sproporzionati e assenza totale di investimenti”.
Parole e tesi espresse in modo molto chiaro, come chiari sono quelli del Forum italiano dei movimenti per l’acqua, convinti che la gestione del servizio idrico integrato non possa essere privatizzata sono anche. “Contro l'articolo 15”, il Forum ha promosso una mobilitazione nazionale e territoriale, il cui slogan è “Salviamo l’acqua dal mercato”: “Consideriamo questa approvazione illegittima ed incostituzionale -hanno spiegato in un comunicato stampa-, in quanto si espropriano i cittadini di un bene comune e 'diritto umano universale'”. E per questo hanno rilanciato una settimana di iniziative (l’elenco è sul sito www.acquabenecomune.org) che coinvolgerà oltre mille comitati locali e culminerà in un presidio davanti al Parlamento, previsto per giovedì 12 novembre.
L'analisi dell'articolo 15 e delle sue possibili conseguenze è, abbiamo visto, assai complesso. Chi sentisse il bisogno di orientarsi non può farlo di certo leggendo i giornali. Quelli mainstream fanno a gara per “mistificare” l'approvata mercificazione dell'acqua. Così, la Repubblica del 5 novembre dedica una pagina intera alla “Guerra dell'acqua in Parlamento”, arrivando a parlare di “compromesso al Senato: gestione privata, proprietà pubblica”. Paolo Rumiz sfida l'intelligenza media del cittadino italiano, che sa -o dovrebbe sapere- che l'acqua delle falde, delle sorgenti, dei fiumi e dei pozzi (quella che poi beviamo) è un bene demaniale, e perciò inalienabile. Il “sofferto” emendamento del senatore Filippo Bubbico (Pd), che secondo il giornalista de la Repubblica dovrebbe difendere l'acqua pubblica, è stato votato da maggioranza e opposizione perché è una bufala, che non dice nulle di nuovo né frena in alcun modo il processo di privatizzazione. La disinformazione la fa da padrone anche sulle colonne de Il Sole-24 Ore: “Un attuale monopolista pubblico -scrive Giorgio Santilli-, che ha avuto l'affidamento senza gara e senza nessun confronto su costi e qualità dei servizi, potrà partecipare alla gara per il servizio futuro”. Quella descritta da Santilli è l'unica “concessione” fatta dal legislatore alle spa in house: i soggetti attualmente affidatari possono tuttavia partecipare alla prima gara di affidamento del servizio sul territorio in cui attualmente operano. Quando parla di gestori che hanno ricevuto l'affidamento senza gara, il giornalista de Il Sole dovrebbe però ricordarsi (e ricordare ai lettori) che il riferimento ai soggetti che hanno avuto l'affidamento del servizio senza gara è valido, in larga parte, per le ex municipalizzate oggi spa quotate in Borsa. Tanto che la legge dispone, nello specifico, la salvaguardia degli affidamenti diretti per le società quotate in Borsa al 1° ottobre 2003. Si chiamino Acea, o Hera, sono i soggetti industriali che (insieme ad altri come Iride, A2a, Enia, Acegas, etc.) nei prossimi anni saranno protagonisti dello shopping degli acquedotti italiani. E gestiranno gli acquedotti meglio del pubblico? Se un criterio fondamentale è quello delle perdite di rete, l'acqua immessa nell'acquedotto e non fatturata, come sembra indicare Franco Debenedetti in un articolo del 5 novembre sul Corriere della Sera -“Acqua, bene pubblico ma servizio (se possibile) privato”-, la risposta è no. Debenedetti cita l'Acquedotto pugliese, “il più grande d'Europa, una spa di proprietà pubblica, [che] perderebbe il 30% dell'acqua”, ma non deve aver sfogliato l'ultimo rapporto Civicum Mediobanca sulle società controllate dai maggiori Comuni italiani. Se è vero che l'Acquedotto pugliese guida la classifica delle perdite, in classifica è seguita da Acea (con il 35,4% delle perdite): l'ex municipalizza romana oggi gestisce il servizio idrico in diverse città toscane, ma non si preoccupa di ridurre le perdite della rete idrica nella capitale (anzi, se si misura la dispersione media per chilometro di rete gestita, il dato è superiore a quello del lunghissimo Acquedotto pugliese)”. E il valore più basso? È quello di Mm: le perdite di rete per la spa pubblica del Comune di Milano sono ferme al 10,3%, livelli eccellenti su scala europea.
Martedì 22 Dicembre 2009
Scritto da Redazione
 Come appare l'aula di Montecitorio in un febbrile momento di dibattito parlamentare. Due miliardi di euro. Il costo di due anni e mezzo di missione ISAF in Afghanistan, poco meno di un quarto del bilancio della legge finanziaria per il 2010, 7 volte lo stanziamento previsto dal governo per la messa in sicurezza antisismica delle scuole pubbliche di tutto il paese. E' questa la cifra che indica quanto sono costati alle tasche dei contribuenti le attivita' di Camera e Senato nel 2008. Una cifra destinata probabilmente a crescere nel resoconto dell'aprile prossimo. Costi retributivi e di funzionamento cosi rilevanti per le casse dello Stato assumerebbero una legittimita' piu' che insindacabile in presenza di onorevoli deputati e senatori instancabili, in continuo fermento e in perenne attivita' legislativa. Eppure, da gennaio ad oggi, solo 121 sono i giorni di reale attivita' legislativa a Montecitorio. Sensibilmente peggio fanno i colleghi di Palazzo Madama, con un totale di appena 85 giornate dedicate ad attivita' legislative. Neanche un giorno su quattro del calendario. E se numeri come questi avrebbero gia' dovuto procurare da se' ben piu' di un malore all'agguerrito ed iperattivo ministro Renato Brunetta, protagonista di una presunta indomabile lotta ai fannulloni di Stato, ad aggiungere benzina sul fuoco e' l'analisi "qualitativa" delle attivita' strettamente parlamentari. La domanda chiave e' la seguente: quante leggi di iniziativa parlamentare sono state approvate nel corso di questo anno? Quante, invece, quelle di iniziativa governativa o provenienti da altre "fonti" (trattati, comunali, modifiche di decreti legislativi e cosi via)? Ad oggi, a partire da inizio anno, soltanto 72 leggi hanno avuto l'ok finale da parte delle due camere parlamentari. Con l'imminente approvazione della legge finanziaria 2010, l'attivita' parlamentare chiudera' i battenti con alle spalle una media di appena 6 leggi varate ogni mese. Piu' di 5 mila, invece, quelle proposte in un anno e mezzo di legislatura tra Camera e Senato. E che difficilmente vedranno mai una fine. Delle 72 leggi datate 2009, quante godono del privilegio di un parto, una discussione ed un'approvazione tutta parlamentare? Soltanto 6. Poco piu' dell'8%. Il procedimento legislativo di esclusivita' parlamentare che i padri costituenti concepirono come "regolarita'" oggi diventa eccezione. E il tenore di questi provvedimenti genera ulteriori dubbi sull'efficienza e l'utilita' di un Parlamento ormai ridotto a semplice passacarte dell'esecutivo: - Istituzione della giornata contro la pedofilia;
- Candidatura dell'Italia come paese ospitante per i mondiali di rugby del 2015 e del 2019;
- Valorizzazione dell'abbazia di Santissima Trinita' di Cava de' Tirreni;
- Proroga delle missioni militari all'estero (variazione di una legge comunque governativa);
- Istituzione del premio "Arca dell'arte - Premio nazionale rotondi ai salvatori dell'arte";
- Contributo per la "Fondazione centro di documentazione ebraica contemporanea".
Questi sei titoli raccolgono tutto l'orgoglio parlamentare degli ultimi 12 mesi, con buona pace dei neofiti, improvvisati difensori delle competenze parlamentari come Gianfranco Fini, "primo rappresentante" di uno dei due rami parlamentari piu' inattivi nella storia d'Italia. Le restanti 66 leggi si dividono tra conversione di decreti-legge (15), leggi di iniziativa governativa o modifiche a decreti vigenti (13), leggi elettorali e di funzionamento del Parlamento (5), comunali (2) e, padroni assoluti delle attivita' parlamentari, le ratifiche degli accordi internazionali (35), la maggior parte delle quali riferite a patti stipulati oltre 3/4 anni fa. Gli accordi bilaterali discussi e approvati disegnano una geografia politica per il nostro paese quantomai inedita ed impensabile: trattati di partnership con Libia, Iraq e Repubblica Moldova, accordi anti-terrorismo e di contrasto alla criminalita' stipulati con Russia e Arabia Saudita, accordi finanziari con Bielorussia, Croazia, Slovenia, Arabia Saudita e Giordania, protocolli sull'organizzazione idrografica internazionale, accordi sulla gestione dei confini nazionali con la Svizzera e sul trasporto aereo con Marocco e USA, sistemi di navigazione satellitare civile concordati con Ucraina e Marocco, accordi di assistenza giudiziaria con la Moldavia e accordi internazionali sull'uso dei legni tropicali. Poco piu' di un mese fa l'onorevole Presidente Gianfranco Fini chiudeva i battenti di Montecitorio per mancanza di copertura finanziaria per le leggi in discussione presso le varie commissioni, generando un pericoloso sottinteso per cui le uniche leggi degne di nota sono quelle che tolgono o mettono soldi nelle casse dello Stato. Eppure proposte di legge sulla modifica costituzionale di composizione e competenze delle camere, sul diritto al cognome, sull'affidamento dei minori, sulla cittadinanza e sul testamento biologico, prive di qualsivoglia necessita' finanziaria, sono congelate in attesa di essere discusse dal 29 aprile 2008. Tra un governo "intasa-camere" ed un Presidente della Camera vacanziero, la vita dei disegni di legge sui diritti civili (e non solo) in questo paese e' assai grama. (Tratto da: http://informazionesenzafiltro.blogspot.com)
Lunedì 19 Novembre 2007
Scritto da Redazione
 L'Aula di Palazzo Madama ha approvato (158 voti a favore, contrari 49 e 116 astenuti) l'emendamento alla Legge Finanziaria proposto dai senatori Manzione e Bordon (Unione democratica) che introduce anche in Italia la ''disciplina dell'azione collettiva risarcitoria a tutela dei consumatori''. Arriva così anche in Italia la class action, cioè la possibilità per i consumatori di partecipare a cause collettive contro società fornitrici di beni o servizi [HelpConsumatori.it].
Il Senato ha approvato (158 voti a favore, contrari 49 e 116 astenuti) l'emendamento alla Legge Finanziaria, proposto dai senatori Manzione e Bordon (Unione democratica), che introduce la ''disciplina dell'azione collettiva risarcitoria a tutela dei consumatori''. Le nuove misure entreranno in vigore trascorsi sei mesi dall'approvazione della legge Finanziaria.
La nuova norma, che disciplina anche il procedimento da seguire, prevede l'attivazione della class action per ottenere rimborsi legati a contratti con clausole prestampate, a pratiche commerciali illecite o a comportamenti anticoncorrenziali da parte di società fornitrici di beni o servizi.
Dai farmaci pericolosi ai viaggi truffa, dagli illeciti finanziari ai danneggiamenti ambientali: sono molte le fattispecie che, riguardando una pluralità di cittadini, potranno rientrare nella fattispecie della "class action".
Misure specifiche sono poi previste per i contratti stipulati tramite telefono, oppure on-line via internet: se il contratto é collegato ad un messaggio pubblicitario ingannevole rende nulli i contratti nei confronti di tutti i consumatori o utenti durante il periodo di diffusione del messaggio.
Viene così anticipato quanto previsto in un apposito disegno di legge proposto nell'ambito delle misure di liberalizzazione, che aveva tra l'altro trovato il netto dissenso delle imprese e la preoccupazione delle assicurazioni.
La Class Action potrà essere attuata dalle associazioni dei consumatori presenti nel Consiglio nazionale consumatori e utenti ma anche da parte di associazioni di "consumatori, investitori e altri soggetti portatori di interessi collettivi legittimati". Su questo punto è previsto un passaggio parlamentare nelle commissioni parlamentari competenti. La platea dei soggetti legittimati a ricorrere sarà così più ampia, per consentire, ad esempio, cause collettive anche per eventuali danneggiamenti ambientali.
L'avvio della causa collettiva ha subito effetti: interrompe le prescrizioni delle altre cause avviate dai consumatori, magari singolarmente. Sono quindi previsti vari passaggi. Il primo è la decisione del giudice, che dovrà solo stabilire se l'impresa va condannata. Fisserà però anche le modalità per stabilire gli importi dovuti e la procedura per attribuire il rimborso ad ogni singolo cittadino.
Dalla causa collettiva si passa quindi a stabilire rimborsi individuali: questo passaggio sarà gestito da una Camera di Conciliazione che dovrà essere costituita presso il tribunale che si occupa della causa. In questa fase parteciperanno in modo paritario i difensori di coloro che hanno proposto l'azione di gruppo e la società chiamata a rispondere del proprio comportamento. Durante questa procedura i cittadini possono anche ricorrere singolarmente e, nel caso si ritengano non soddisfatti dall'accordo raggiunto, possono anche decidere di proseguire l'azione giudiziaria. Sono infine previste modalità per pubblicizzare la sentenza di condanna e l'accordo raggiunto nella successiva transazione.
"Una conquista non solo per i consumatori, ma per il mercato e per uno sviluppo economico equilibrato del Paese. Questo il commento del Movimento Consumatori e del Movimento Difesa del Cittadino alla notizia, attesa da anni, dell'approvazione dell'emendamento sulla class action.
"E' una svolta decisiva verso una migliore tutela dei diritti dei consumatori e anche uno stimolo per le aziende ad operare nell'offerta di beni e servizi senza clausole vessatorie, senza pubblicità ingannevoli e all'insegna della qualità e della trasparenza - affermano Lorenzo Miozzi presidente del Movimento Consumatori e Antonio Longo, presidente del Movimento Difesa del Cittadino.
"Siamo grati anzitutto al ministro Bersani che si batte dall'inizio della legislatura per la class action e le liberalizzazioni; un riconoscimento va anche a questo Governo e ai senatori Manzione e Bordon che hanno trovato il modo giusto per proporre l'emendamento".
HelpConsumatori.it - 15 novembre 2007
Giovedì 26 Novembre 2009
Scritto da Redazione
In Senato l'uso del farmaco diventa motivo di scontro ideologico e non si ha il coraggio di dirlo ai cittadini.
E' in corso e sulla via del traguardo l'indagine conoscitiva sulla pillola abortiva Ru486 voluta dalla commissione Sanita' di palazzo Madama. Il centro destra vuole ottenere uno stop precauzionale all'immissione in commercio del farmaco abortivo, in attesa di un parere del ministero della Salute sulla compatibilita' con la legge 194. L'opposizione lavora ad un suo documento.
Al centro della vicenda, naturalmente, non e' il farmaco, ma la volonta' di impedirne l'utilizzazione sulla base di presunti 'valori religiosi', in base ai quali l'interruzione di gravidanza sarebbe un crimine.
La Ru486 ha cominciato ad essere sperimentata a partire dall'inizio degli anni ottanta e messa in vendita in Francia nel 1988. Attualmente e' utilizzato nel circa 30 per cento delle interruzioni di gravidanza. La distribuzione del prodotto si e' allargata ad altri paesi Europei negli anni novanta e negli Stati Uniti e' in uso dal settembre 2000. Nel 2003 l'Organizzazione mondiale della sanita' (Oms) ne ha confermato la sicurezza e definito le linee guida in un documento: "Safe abortion: technical and policy guidance for health systems".
Dal 2005, poi, l'Oms ha inserito i principi attivi del farmaco nella quattordicesima versione della propria lista dei farmaci essenziali, raccomandandone l'uso combinato e naturalmente sotto stretta osservazione medica.
In Italia, con una storia clinica della Ru486 vecchia di 29 anni, invece, si continua a tergiversare. Le convinzioni religiose dei cattolici non possono essere in nessun modo discusse, come non puo' essere impedita la liberta' di autodeterminazione dei laici.
Interruzione di gravidanza o divorzio non sono 'pratiche obbligatorie', ma decisioni individuali e come tali vanno garantite in Paese democratico. Invece al Senato dei parlamentari che di cose ben piu' rilevanti dovrebbero occuparsi giocano a rimpiattino.
Il presidente della commissione, Tomassini, ha detto: "Trovo stupefacente che l'opposizione non abbia trovato argomenti e faccia solo una tattica ostruzionistica", utilizzando il tradizionale politichese che tanto piace nel Palazzo. Nel frattempo il Partito democratico ha spiegato che "non votera' il documento della maggioranza", perche' lo considera "strumentale" rispetto ad un legittimo provvedimento dell'Agenzia italiana del farmaco (che nel frattempo ne aveva liberalizzato la vendita) ed ha annunciato che il partito sta lavorando ad "un documento alternativo a quella della maggioranza e dei radicali".
Per il capo dei Pd in commissione, Dorina Bianchi, che paradossalmente dichiarandosi 'cattolica' e' d'accordo con il centro destra, e' necessaria "una relazione il piu' corretta possibile", anche sulla base "delle audizioni svolte" e quindi, sottolineando che al momento sulle conclusioni del testo "ci sono alcune divergenze" (le sue, tra l'altro), si e' augurata che alla fine "si possa giungere ad un documento condiviso".
Ignazio Marino, che era capogruppo del Pd nella commissione, ma fu sostituito tra le critiche con l'esponente 'cattolica' ha chiesto che "il Partito Democratico mantenga una posizione unitaria, e che si opponga nettamente alla Pdl sulla questione della Ru486″.
Sulla questione ieri mattina e' intervenuto anche Ferruccio Fazio, vice ministro della Salute, lavandosene le mani: "La questione relativa all'immissione in commercio in Italia della pillola abortiva Ru486 'e' sul tavolo della commissione Sanita' del Senato e non del ministero. Attualmente, dunque, non e' un problema nostro".
Nel frattempo una persona che ha delle qualifiche riconosciute (a differenza di altri), il Premio Nobel Rita Levi Montalcini ha dichiarato: "Conosco chi l'ha scoperta, e posso dire che i suoi risultati sono straordinari".
L'ennesimo spettacolo di un Parlamento che non discute di cose reali e si impegna nel passare il tempo in polemiche oziose e' stato servito. Come sempre.
Aggiornamento, h.9,16
La demagogia ha infine prevalso. Difendendo principi 'cattolici' regolarmente disattesi nella vita privata da quasi tutti i leader del centro destra, la commissione Sanita' di palazzo Madama ha approvato, a maggioranza, con il voto favorevole di Pdl e Lega e quello contrario del Pd, il documento finale dell'indagine conoscitiva sulla pillola abortiva RU486 presentato dal presidente e relatore Antonio Tomassini. Nel testo si chiede di fermare la procedura di immissione in commercio della pillola abortiva in attesa di un parere tecnico del ministero della Salute circa la compatibilita' tra la legge 194 e la RU486.
(Tratto da: http://www.inviatospeciale.com/)
Sabato 07 Novembre 2009
Scritto da Redazione
 Un'istantanea che presto entrera' nei musei di tutta Italia, la testimonianza che anche in questo paese, in un lontano passato, esistevano fontane pubbliche. Mercoledi scorso, 4 novembre 2009, il Senato della Repubblica ha approvato definitivamente il decreto legge 135/09, dal titolo "Disposizioni urgenti per l'attuazione di obblighi comunitari e per l'esecuzione di sentenze della Corte di giustizia delle Comunita' europee". Dietro questo nome apparentemente innocuo e dallo scarso valore politico si cela una delle decisioni piu' importanti e discusse degli ultimi mesi: la privatizzazione dei servizi pubblici locali. Con un solo articolo e dopo soli 2 giorni di discussione nell'aula di Palazzo Madama, i Senatori della Repubblica hanno sancito l'obbligo per tutti gli organismi locali di ottemperare alle direttive europee che impongono l'affidamento dei servizi locali alle aziende private, servizio idrico compreso. Nonostante l'Europa, nella realta' dei fatti troppo spesso ignorata dall'informazione cosi come viene ignorata dagli stessi autori del provvedimento, non imponga alcuna privatizzazione dell'acqua. Tutto il contrario. Risoluzione Europea 11 marzo 2004, "Strategia per il mercato interno, priorita' 2003-2006", paragrafo 5: "Essendo l'acqua un bene comune dell'umanita', la gestione delle risorse idriche non deve essere assoggettata alle norme del mercato interno". Risoluzione Europea 15 marzo 2006, "Risoluzione del Parlamento europeo sul quarto Forum mondiale dell'acqua", paragrafo 1: "Dichiara che l'acqua e' un bene comune dell'umanita' e come tale l'accesso all'acqua costituisce un diritto fondamentale della persona umana; chiede che siano esplicati tutti gli sforzi necessari a garantire l'accesso all'acqua alle popolazioni piu' povere entro il 2015". Nonostante le due chiare risoluzioni europee, il nostro paese, in una evidente condizione di anomalia, procede spedito verso la piena privatizzazione del servizio idricointegrato. L'apertura ai privati per il servizio di distribuzione dell'acqua potabile ebbe il proprio inizio con la Legge Galli, del 1994, che, dividendo il territorio nazionale in Ambiti Territoriali Ottimali (ATO), inaugurava l'opzione dell'affidamento a privati o a societa' con capitale misto pubblico-privato. Una scelta, questa, immediatamente raccolta da Toscana ed Emilia-Romagna in primis. Le stataliste "regioni rosse". A seguire, dopo 14 anni, lo scorso anno il Parlamento approvava la legge 133/08 che regolamenta il funzionamento dei servizi locali a rilevanza pubblica (articolo 23-bis). I punti chiave: - Affidamento dei servizi a privati attraverso gare pubbliche d'appalto; - Possibilita' di affidamento ad aziende pubbliche previa dimostrazione delle "peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche che impediscono il ricorso al mercato" e previa approvazione dell'AGCOM; - Riconoscimento della proprieta' pubblica delle infrastrutture all'interno di una distribuzione privata. Quest'ultimo aspetto risultera' essere un punto cardine nella discussione di 3 giorni fa in Senato. L'articolo 15 del decreto legge appena approvato apporta alcune modifiche all'articolo 23-bis della legge dello scorso anno, rafforzandone ulteriormente lo spirito privatizzatore: - Possibilita' di concessione del servizio in via esclusiva a societa' con capitale misto anche senza gara d'appalto, ma con semplice scelta su libero mercato del socio privato, che dovra' detenere almeno il 40% della partecipazione aziendale; - Annullamento dei contratti di affidamento alle ditte pubbliche in tutto il territorio nazionale entro il 31 dicembre 2011; - Annullamento dei contratti alla naturale scadenza solo in caso di affidamento a ditte con capitale misto a condizione che la quota pubblica possegga non oltre il 30% del capitale complessivo. Nelle 48 ore di discussione del provvedimento, le opposizioni del centrosinistra, PD e IDV, hanno adottato una strategia congiunta di totale opposizione al principio di privatizzazione, in virtu' della mancata esclusione del servizio idrico da quelli soggetti alla normativa. Un duro ostruzionismo naufragatosi da se' al momento del voto. Tutti gli emendamenti finalizzati all'esclusione del servizio idrico da quelli soggetti alla privatizzazione sono stati irrimediabilmente respinti. Cio' nonostante, alle ore 19:10 di mercoledi, al termine del dibattimento che ha approvato in via definitiva il decreto-legge, la Reuters pubblicava questa nota ufficiale del Senatore Filippo Bubbico (PD). "Grazie a un emendamento del Pd e' stata scongiurata la privatizzazione dell'acqua, bene indispensabile, di primaria importanza per tutti i cittadini. La sua approvazione consente al servizio idrico di restare saldamente nella titolarita' e nel governo delle amministrazione pubbliche, tanto da soddisfare i principi del pieno controllo pubblico sulla qualita', l'accessibilita' e il prezzo del servizio per gli utenti". Il senso del comunicato non lascia troppo spazio alle interpretazioni: il servizio idrico sembrerebbe rimanere nelle mani delle societa' pubbliche. Un successo inaspettato dei difensori del principio "Acqua, bene pubblico dell'umanita'". L'emendamento e' il 15.504, vede la firma del Senatore Bubbico come primo promotore e recita, a dispetto di cio' che emerge dalla nota, quanto segue: "Tutte le forme di affidamento della gestione del servizio idrico integrato [...] devono avvenire nel rispetto dei principi di autonomia gestionale del soggetto gestore e di piena ed esclusiva proprieta' pubblica delle risorse idriche, il cui governo spetta esclusivamente alle istituzioni pubbliche [...]". In parole semplici: servizio autonomo affidato ai privati, proprieta' pubblica della risorsa (ovvero l'acqua). Un emendamento che nulla toglie e nulla aggiunge al provvedimento di privatizzazione di servizi di pubblica utilita', se non una certificazione del centrosinistra alla privazione forzata del servizio dalle mani pubbliche. L'emendamento e' stato respinto dall'Italia dei Valori e ha visto il non-voto di 3 esponenti dello stesso Partito Democratico (Marinaro, Zanda e Nerozzi), ma ha visto i voti favorevoli di PD, UDC, PDL e Lega Nord, in questa inedita e larghissima convergenza istituzionale a favore del principio "acqua, bene privato del mercato". (Tratto da: http://informazionesenzafiltro.blogspot.com)
Domenica 15 Novembre 2009
Scritto da Redazione
 di Nicola Lillo Il Pdl non si e' fatto attendere. Mentre si discute di 'processo breve' (o meglio 'morto'), di leggi e leggine pronte per il Cavaliere, la proposta di legge costituzionale per la reintroduzione dell'immunita' parlamentare e' stata presentata. Chi meglio di Margherita Boniver avrebbe potuto avanzare un simile 'privilegio medioevale'? La 'bonazza' o 'biondazza' che dir si voglia, come disse a suo tempo Bossi, e' la stessa che nonostante avesse criticato, nel 1993, l'abolizione dell'autorizzazione a procedere, al momento del voto sulla legge, in prima lettura voto' a favore del nuovo articolo 68, mentre al momento della sua approvazione definitiva, in seconda lettura come prevede la Costituzione, si assento'. Non e' chiara la linea di pensiero della Boniver, ne' la sua coerenza (cosa labile nella politica italiota). L'ex craxiana, poi andreottiana e poi ancora berlusconiana, dichiara che 'l'immunita', che esiste in molti ordinamenti europei, nonche' al Parlamento europeo rappresentava uno dei pilastri della Costituzione italiana. Fu cancellata con un incredibile atto di vigliaccheria dall'Assemblea di Palazzo Madama nell'ottobre del 1993 in un clima di pesante intimidazione. La proposta di legge, composta di un solo articolo, ripristina un istituto volto a tutelate l'interesse della collettivita', prevenendo eventuali condizionamenti del potere giudiziario sullo svolgimento della dialettica politica'. Innanzitutto e' bene far notare come storicamente i Parlamenti si siano battuti per garantire la protezione dei propri membri da azioni giudiziarie sostenute dal potere esecutivo. La ratio dell'immunita' parlamentare nei moderni Stati democratici, consiste nella protezione del parlamentare da iniziative proprie di un giudice e nella tutela della composizione numerica dell'assemblea. Sono sicuramente principi virtuosi, che rispettano i principi dello stato di diritto, su tutti la tripartizione dei poteri e che devono al tempo stesso essere bilanciati con il principio, anch'esso fondamentale, di uguaglianza. Oggi ogni parlamentare gode di una serie di immunita', secondo l'art. 68 della Costituzione. Le immunita' sono di due tipi: l'insindacabilita', secondo la quale i parlamentari per come votano e per cio' che dicono 'nell'esercizio delle loro funzioni' non possono essere in alcun modo chiamati a rispondere; e l'inviolabilita', per la quale i parlamentari non possono subire alcuna forma di limitazione della liberta' personale, a meno che la camera di appartenenza non la autorizzi. Autorizzazione che viene dunque dagli stessi colleghi che, il piu' delle volte, cercano di difendere i compagni di seduta e se stessi. Ci sono eccezioni all'inviolabilita'. Infatti, se il parlamentare e' colto in flagranza di reato o se ha subito una condanna passata in giudicato, non deve passare al vaglio della Camera di appartenenza. Questa e' la disciplina risalente alla revisione costituzionale del 1993, votata il 12 ottobre dalla Camera con 525 si, 5 no (tra cui Sgarbi) e un astenuto. Il Senato fara' altrettanto il 27 ottobre con 224 si, 7 astenuti e nessun no. In precedenza occorreva un'autorizzazione anche solo per procedere contro un parlamentare. Tale revisione fu frutto dello scandalo Mani Pulite, che porto' alla richiesta da parte dell'opinione pubblica di una vera e propria uguaglianza, e di superamento di questo privilegio, abusato, da parte dei parlamentari. Uno strumento necessario esclusivamente a sottrarsi al corso naturale della Giustizia. Se poi guardiamo all'Europa, ci accorgiamo di essere il solito unicum. In Germania, infatti, l'immunita' e' prevista per tutti i deputati. L''unica' differenza rispetto al nostro ordinamento e' che non viene mai esercitata. All'inizio di ogni legislatura e' consuetudine autorizzare automaticamente eventuali indagini a carico di suoi membri. Cosi in Spagna, dove le Cortes non hanno mai negato, se non una sola volta in trenta anni, un'autorizzazione a procedere. In Inghilterra non c'e' alcuna immunita' e, per quel che riguarda il Parlamento Europeo, ciascun eurodeputato gode dell'immunita' prevista nei rispettivi paesi di provenienza. Ma e' raro che ci siano sviluppi giudiziari sui suoi membri (eccetto per l'Italia, come ci rammenta il buon Mastella). E' evidente come, oltre alla ormai normale abitudine di differenziarci dal resto degli stati civili europei, l'intento del Parlamento italiano sia quello di tutelare in tutto e per tutto i propri interessi. Piu' che una 'casta', una vera e propria 'cosca'. E intanto la Boniver avanza, avanza proposte di legge costituzionali, col plauso della maggioranza e di una fetta dell''opposizione'.
(Tratto da: http://www.altrenotizie.org)
Domenica 18 Ottobre 2009
Scritto da Redazione
 Nel luglio del 2008 il Parlamento italiano approvava la legge 133, il collegato alla finanziaria 2009, divenuto celebre per la grande mole di tagli alla spesa pubblica. Tra i punti del provvedimento emergeva il 23-bis, l'articolo che normalizzava il settore dei servizi pu... (continua).
bblici locali a rilevanza economica, servizio idrico compreso, imponendo l'affidamento tramite gara ai privati e consentendo la prosecuzione del servizio pubblico (il cosiddetto "affidamento in house") solo in casi eccezionali e ben motivati. Una logica, questa, condivisa anche dalle opposizioni (PD, UDC e IDV), contrarie al provvedimento solo a causa della presenza della possibilita' di affidare il servizio di distribuzione dell'acqua senza gara d'appalto a ditte a capitale misto pubblico-privato (procedura vietata dall'Unione Europea). Il 18 settembre scorso il Consiglio dei Ministri approvava il decreto-legge di applicazione degli obblighi comunitari europei, ora in discussione nell'aula di Palazzo Madama. Tra gli articoli, il numero 15, che rafforza la concezione privatizzante dei servizi pubblici locali. Viene spesso presentato come concetto di base per la privatizzazione del servizio idrico nazionale l'obbligo di adeguamento alle direttive europee. E' ormai divenuta una consuetudine radicata giustificare la privatizzazione dell'acqua con il termine "Europa"; la presenza di una norma di privatizzazione dei servizi in un decreto di attuazione degli obblighi europei la dice lunga. La verita', purtroppo, non ha diritto d'asilo in questa vicenda e cosi un dato di fatto importante viene ripetutamente ignorato: l'Unione Europea non ha mai chiesto la privatizzazione dell'acqua per nessun paese europeo. Tutto il contrario. Le due direttive europee 92/50/CEE e 93/38/CEE sono il punto di partenza della richiesta di apertura alla concorrenza dei servizi pubblici nazionali e locali. Vengono spesso prese a riferimento dai fautori della privatizzazione, eppure entrambe escludono dagli obblighi di mercato, tra gli altri, il servizio idrico, oltre a consentire comunque, anche per le altre tipologie di servizi, gli affidamenti "in house". Un concetto ribadito da una celebre direttiva europea, datata 12 dicembre 2006, informalmente nota con il nome di "Bolkestein" [PDF]. All'articolo 17 della direttiva si esclude esplicitamente dalla regola della "libera circolazione dei servizi" (ovvero l'apertura al mercato comunitario) proprio il servizio idrico. La stessa direttiva all'articolo 1 lascia ai singoli stati membri la possibilita' di definire quali siano i servizi ad interesse economico e quali siano intrinsecamente quelli non a scopo di lucro, consentendo per questi ultimi il divieto totale di apertura al mercato. L'Italia, dopo 3 anni, non ha ancora stabilito una distinzione di questo tipo. E si avvia verso la privatizzazione di tutti i servizi. Le norme approvate negli ultimi tempi in Italia sono chiare: apertura ai privati per tutte le tipologie di servizio locale e affidamento al pubblico solo in via eccezionale, un requisito che l'Europa non ha mai chiesto. Al contrario, nelle ripetute direttive emanate ha sempre indirettamente invitato a definire determinati servizi come di interesse pubblico e non commerciale, mettendoli di conseguenza al riparo dagli sguardi vogliosi del mercato. Considerata quella che e' la linea politica nazionale, sembrerebbe quantomai prossimo il giorno in cui i privati avranno definitivamente il via libera per l'accesso al servizio di distribuzione dell'acqua potabile. Un grosso errore di valutazione: l'acqua, in Italia, in parte, e' gia' privatizzata. Gli esempi sono diversi. Si parte da Cuneo (1 societa' a capitale 90% privato, EGEA SpA, e 2 societa' da essa controllate) per arrivare a Palermo (Acque Potabili Siciliane SpA, totalmente privata), Enna (Acqua Enna SpA, privata), Caltanissetta (Acque di Caltanissetta SpA, privata) e Siracusa (ATI Sogeas, privata a partecipazione minoritaria comunale), passando per Frosinone (Acea ATO 5 SpA, privata con quota di maggioranza di Acea SpA, partecipata dal Comune di Roma) e Reggio Calabria (Acque Reggine SpA). Ben piu' numerose, invece, le societa' a capitale misto operanti nei diversi ATO d'Italia (34 dal Piemonte alla Sicilia). 64 le rimanenti societa' a capitale interamente pubblico deputate alla gestione dei servizi idrici locali. Emblematico il caso di Palermo: la gestione del servizio idrico dell'ATO 1 e' stato assegnato alla Acque Potabili Siciliane SpA in una gara d'appalto aperta (lo impone la legge) ma che ha visto la partecipazione della sola ditta poi vincitrice dall'appalto. Un'assegnazione decisamente poco trasparente, soprattutto se e' riuscita a scatenare diverse preoccupazioni espresse anche dal Comitato per la vigilanza sull'uso delle risorse idriche, organo pubblico di monitoraggio e osservazione e che fa riferimento direttamente al Parlamento. La durata dell'appalto? Trentennale, naturalmente. (Tratto da: http://informazionesenzafiltro.blogspot.com)
Martedì 18 Aprile 2006
Scritto da Redazione
Se Romano Prodi non sarà incaricato da Ciampi prima dell'elezione del Capo dello Stato, probabilmente avrà già perso la partita e dovrà passare la mano. Con lui avrà perso chi ha sperato in una svolta, anche minima. Da Berlusconi a Bush al Financial Times, in troppi lavorano contro il centrosinistra (e l"Europa) tessendo una tela a metà tra la bassa cucina e il piano eversivo.
di Gennaro Carotenuto
Lasciando da parte per il momento gli scenari più inquietanti, lo strumento con il quale Silvio Berlusconi vuole tenere le redini del suo destino giudiziario è il Lodo Meccanico, che rende impuni le prime cinque cariche dello Stato. Berlusconi può tornare a Palazzo Chigi solo se il centrosinistra sceglie di suicidarsi andando ad elezioni in meno di un anno. Sa che è un'ipotesi improbabile. Gli restano due possibilità : il Quirinale e Montecitorio. Ha scelto di giocare durissimo. Fin da martedì 11 ha condito un piatto avvelenato con due pietanze: da una parte c'è il non riconoscimento della vittoria di Prodi (che vale una guerriglia politica a tempo indeterminato, insostenibile a Palazzo Madama per il governo). Vi ha aggiunto il contorno dell"immediata, pelosissima e fin troppo calorosa disponibilità ad un governo di Grande Coalizione. L"apertura di Massimo D'Alema al dialogo (al momento solo sul Colle, domani chissà ) è la risposta che Berlusconi attendeva e che gli permette di trincerarsi su di un altrimenti insostenibile non riconoscimento.
Carlo Azeglio Ciampi di suo, allontanando nel tempo fin quasi a giugno l'incarico a Prodi, lega a doppio filo la corsa al Quirinale alle sorti del futuro governo che invece ne sarebbe slegata se fosse lui a dare celermente l"incarico. Se il Capo dello Stato confermasse la decisione di allungare i tempi, nascondendosi dietro una cortesia istituzionale al suo successore, sarebbe una scelta inquietante, per gli elettori di centrosinistra. Straordinarie pressioni stanno orientando il Colle. Se il governo Prodi non nasce prima dell'elezione del nuovo Presidente della Repubblica, è molto probabile che venga superato dai fatti e non nasca più.
Berlusconi nei prossimi giorni continuerà a fare il massimalista: chiederà per sé un'impossibile Presidenza della Repubblica in cambio di un governo della non sfiducia. Antonio Socci, dalle pagine di Libero, ha già lanciato un ballon d"essai per conto del cavaliere. Berlusconi potrebbe poi insistere per un candidato della CdL, Pera o Casini. Ma l"approdo vero per Berlusconi è votare un candidato che lo garantisca all"interno dell"Unione. In quest"ambito il nome che più salvaguarda Berlusconi è proprio quello di Massimo d"Alema. Quando d"Alema parla di metodo Ciampi sta proprio proponendo tale soluzione a Berlusconi, sul suo stesso nome o su subordinate come quella di Giuliano Amato. La soluzione di d"Alema al Quirinale, Franco Marini a Palazzo Madama e Fausto Bertinotti a Montecitorio potrebbe essere accettabile anche per Prodi. Il centrosinistra ha la maggioranza per eleggere un proprio candidato fin dalla quarta votazione. Quindi Berlusconi sarà costretto a giocare subito le sue carte sul metodo Ciampi.
Ma è chiaro che se per quell"epoca il governo Prodi sarà un dato di fatto, allora questo potrà comunque provare a navigare anche se in un mare che resterebbe procelloso. Se, al contrario, il governo non sarà ancora nato, allora non sarà sufficiente Ulisse per resistere alle sirene neocentriste che dissemineranno –complice il nuovo Presidente- mine in ogni passo del Professore, fino a poter fare mancare la fiducia (bastano un paio di voti), qualora si avventurasse a chiederla con un gabinetto che rispecchiasse lo spirito del voto del 9 aprile. Prodi dovrà allora necessariamente passare la mano. Il suo cammino per rispettare la volontà degli italiani, somiglia oggi al passaggio attraverso la cruna di un ago. Deve ottenere subito l"incarico da Ciampi. Poi deve superare lo scoglio della composizione del governo ed ottenere la fiducia, giocando immediatamente la sua maggioranza per una Presidenza che sia meno dialogante possibile con le destre (c"è uno Scalfaro silente?). Quindi deve resistere fino al congresso dell"UDC di settembre. Lì si vedrà se saprà cooptare un numero sufficiente di senatori democristiani (l"UDC ne ha 21, ne basterebbero 6-7) oppure se la forza centripeta neocentrista attrarrà la Margherita facendolo infine naufragare, da destra o da sinistra.
Fin qui siamo nel territorio della bassa cucina politica. Purtroppo è la migliore delle ipotesi per quanto deprimente. Ma i giorni che ci portano alla Festa della Liberazione dovranno sciogliere alcune delle irritualità più marcate della storia delle elezioni politiche in epoca repubblicana. Gli impuniti Berlusconi, e Calderoni, difficilmente pagheranno un prezzo per aver tentato di delegittimare la vittoria del centrosinistra. Ma a cosa mirano ancora? Dai brogli, alla presunta non sconfitta, alla patacca della lista civetta leghista di sinistra che non sarebbe stata conteggiabile, al fatto che non si sa quanti conigli contiene ancora il cilindro berlusconiano, si va profilando una vera emergenza democratica, che se non cela un disegno eversivo più ampio è eversiva nei fatti. La settimana passata è stata la più delinquenziale nella storia della Casa delle Libertà : l"evocazione dei brogli, il non riconoscimento, il kamikaze Calderoli che non è in grado di citare a quale articolo della sua legge si riferisce, ma intanto semina delegittimazione, gli appoggi internazionali. Di fronte alla gravità del non riconoscimento da parte di Bush, unito al piano di destabilizzazione dell"Unione Europea, del quale si fa portavoce il pessimo Financial Times, e ad un Berlusconi che appare una schggia impazzita che oscilla tra il voler salvare se stesso e il voler far morire Sansone Prodi con tutti i filistei italiani, è necessario attivare percorsi di vigilanza democratica perché il passaggio di consegne avvenga presto e bene. Siamo ad una settimana esatta dal 25 aprile. Dev"essere la festa della nostra democrazia, quella del 25 aprile e pure quella del 9 e 10.
http://www.gennarocarotenuto.it
Giovedì 17 Gennaio 2008
Scritto da Redazione
 Per il quarto anno consecutivo Caterpillar, il noto programma di Radio2, in onda tutti i giorni dalle 18 alle 19.30, lancia per il 15 febbraio 2008 "M'illumino di meno", una grande giornata di mobilitazione internazionale in nome del risparmio energetico.
Dopo il successo delle passate edizioni, Cirri e Solibello, i conduttori di Caterpillar, chiederanno nuovamente ai loro ascoltatori di dimostrare come il risparmio sia una possibilità concreta e reale a cui attingere oggi stesso per superare i problemi energetici che assillano il nostro paese e gran parte delle nazioni del pianeta. L'invito rivolto a tutti è quello di spegnere le luci e tutti i dispositivi elettrici non indispensabili il 15 febbraio 2008 dalle ore 18. Semplici cittadini, scuole, aziende, musei, gruppi multinazionali, astrofili, società sportive, gruppi scout, istituzioni, associazioni di volontariato, università, cral aziendali, ristoranti, negozianti e artigiani uniti per diminuire i consumi in eccesso e mostrare all'opinione pubblica come un altro utilizzo dell'energia sia possibile.
Nelle precedenti edizioni "M'illumino di meno" ha contagiato milioni di persone impegnate in un'allegra e coinvolgente gara etica di buone pratiche ambientali. Lo scorso anno il "silenzio energetico" coinvolse simbolicamente le piazze principali di tutt'Italia: a Roma si spensero il Colosseo, il Pantheon, la Fontana di Trevi, il Palazzo del Quirinale, Montecitorio e Palazzo Madama, a Verona l'Arena, a Torino la Basilica di Superga, a Venezia Piazza San Marco, a Firenze Palazzo Vecchio, a Napoli il Maschio Angioino, a bologna Piazza Maggiore, a Milano il Duomo e Piazza della Scala, a Pisa Piazza dei Miracoli, a Siena Piazza del Campo, a Catania Piazza del Duomo, ad Agrigento la Valle dei Templi, e centinaia di altre piazze in centinaia di altri comuni grandi e piccoli, grazie al prezioso aiuto dell’ ANCI, l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani.
La campagna di "M'illumino di meno 2008" inizierà il 15 gennaio e si protrarrà per un mese fino al 15 febbraio (vigilia dell'anniversario dell'entrata in vigore del protocollo di Kyoto), dando voce al racconto delle idee più interessanti e innovative, in Italia e all'estero, per razionalizzare i consumi d'energia e di risorse, dai piccoli gesti quotidiani agli accorgimenti tecnici che ognuno può declinare a proprio modo per tagliare gli sprechi.
Sul sito internet del programma www.caterueb.rai.it, sarà possibile segnalare la propria adesione alla campagna, precisando quali iniziative concrete si metteranno in atto nel corso della giornata, in modo che le idee più interessanti e innovative servano da esempio e possano essere riprodotte dagli altri aderenti.
Quest'anno la campagna "M'illumino di meno" è patrocinata Ministero dell'Ambiente e dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.
La redazione di Caterpillar
Venerdì 06 Novembre 2009
Scritto da Redazione
di Ilvio Pannullo La Camera dei Deputati rimarra' chiusa per l'intera settimana, cosi com'e' stato comunicato a tutti deputati dall'ufficio di presidenza. Sembra uno scherzo, o un messaggio surreale. E' invece il dato incontrovertibile che segna quanto la nostra democrazia parlamentare sia in affanno, messa sotto scacco da una volonta' politica ormai chiara piu' del sole. Gia' da tempo, sui giornali, si era infatti registrato il lento congelamento del Parlamento, lo svuotamento delle funzioni di Palazzo Madama e di Montecitorio: ma lungi dall'essere il frutto di un destino cinico e baro, o di una qualche calamita' naturale, quanto accade in questi giorni e' il prodotto di un disegno scientifico. Scopo di questo disegno e' concentrare tutti poteri nelle mani dell'Esecutivo, spostando il baricentro del potere dal Parlamento, cosi come descritto nella nostra carta costituzionale, a Palazzo Chigi, sede del governo. E' questo un disegno che vede come suo inizio la famosa legge porcata di Calderoli, con la quale si e' cercato non solo di svuotare di qualsiasi significato il voto elettorale, espressione genuina della sovranita' popolare, ma anche, attraverso la diretta indicazione del Presidente del Consiglio sulla scheda, di modificare la costituzione materiale di questo paese in senso presidenzialista. Quanto accade in questi giorni e' solo l'ennesima conferma della pericolosissima direzione, evidentemente anticostituzionale, che intende seguire l'attuale esecutivo. Cosi accade che mentre il governo vede nella quotidianita' della vita politica aumentare drasticamente i propri poteri, attraverso un'interpretazione espansiva delle norme che ne regolano la disciplina, la Camera chiude i battenti per dieci giorni. I numeri sono eloquenti: i deputati lavorano in media 27 ore alla settimana e, su 102 leggi approvate fino ad ora dall'inizio della legislatura, ben 87 sono di iniziativa governativa. Il che equivale a dire che il 90% delle leggi provengono dal governo. Fa impressione, inoltre, sapere che le 15 leggi approvate dal Parlamento sono il frutto di una sintesi che ha come base ben 4200 testi presentati dai deputati. A Palazzo Madama la situazione e', se possibile, anche peggiore: dai numeri risulta infatti che un senatore lavora in media solo nove ore la settimana. Questa e' la situazione ed appare evidente a tutti che un Parlamento ridotto in questo stato non serve a nessuno, essendo gia' di fatto nient'altro che un semplice luogo di ratifica delle proposte del governo. La notizia dunque e' questa: Montecitorio non lavora perche' le scelte del governo gli impediscono di lavorare. A rendere eclatante quanto accaduto e' il fatto che a denunciare la gravita' della situazione sia stato lo stesso Presidente della Camera, Gianfranco Fini, autorevole membro della maggioranza. E' stato infatti il cofondatore del PDL a confermare che la conferenza dei capigruppo ricomincera' a lavorare il 9 novembre con la riforma della legge di bilancio. Mancanza di copertura finanziaria. Questa una delle ragioni per le quali non e' possibile calendarizzare in aula progetti di legge d'iniziativa parlamentare. Le commissioni sono ferme, ma non per pigrizia - precisa Fini - ma perche' mancano i soldi. Quello stesso Gianfranco Fini, che all'inizio della legislatura aveva promesso che l'Assemblea avrebbe lavorato cinque giorni su sette invece dei tre della precedente, ha dato la colpa di questo stop all'esecutivo. Teatro di questo conflitto e' stato l'organo di autogoverno del Parlamento, la conferenza dei capigruppo. "Una delle ragioni per le quali non e' possibile calendarizzare in aula progetti di legge d'iniziativa parlamentare - ha detto l'ex presidente di Alleanza Nazionale - deriva dal fatto che questi non possono essere licenziati dalle commissioni per mancanza di copertura finanziaria". Questo perche' ai sensi dell'ultimo comma dell'articolo 81 della Costituzione, "ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte". Tuttavia, ne' la Costituzione, ne' altre fonti di diritto positivo, avevano in passato dettato precise norme in ordine agli strumenti e alle modalita' di attuazione dell'anzidetto precetto costituzionale, che era stato di sovente disatteso, come rilevo' la sentenza del 10 gennaio 1966, n. 1 della Corte Costituzionale. La materia, invece, risulta ora espressamente disciplinata sotto il titolo di "copertura finanziaria delle leggi" dall'articolo 11 ter della legge 5 agosto 1978, n. 468. La legge prevede che la copertura avvenga esclusivamente a mezzo di: 1. utilizzo degli accantonamenti dei fondi speciali; 2. riduzione di precedenti autorizzazioni di spesa; 3. modificazioni legislative comportanti nuove o maggiori entrate. Il principio appare dunque chiaro: se non ci sono i soldi e' meglio evitare di perder tempo per discutere di un intervento legislativo che comunque non potrebbe produrre alcun effetto. Parole, quelle di Fini, indirizzate al ministro Elio Vito, responsabile dei rapporti con il Parlamento, e rimaste, a detta dei testimoni, senza nessuna risposta. Cosi accade nella sostanza che l'intera assemblea rimarra' ferma in un momento in cui certamente il lavoro non manca. Dopo la riforma della legge finanziaria, infatti, dal 9 novembre l'assemblea di Montecitorio discutera' la mozione Realacci sulla nave dei veleni al largo della Calabria e il disegno di legge sull'istituzione del ministero della Salute, mentre il provvedimento sulla cittadinanza gli immigrati sara' rinviato a dicembre. Il punto pero' che occorre sottolineare e' un altro. L'idea, cioe', di poter modificare l'ordine costituzionale del Paese senza rispettare le norme previste dalla stessa Costituzione all'articolo 138. Accade dunque che il governo, in questo aiutato dallo strapotere mediatico del Biscione, cerchi di persuadere la pubblica opinione che l'Italia e' un paese che ha bisogno di essere ristrutturato e rivisto nella sua interezza e che, per lungo tempo, e' vissuto al di sopra delle proprie possibilita'. La soluzione ai problemi e' dunque nel rigore economico, che si traduce in un immobilismo dell'esecutivo nella gestione della spesa pubblica e nel taglio di ogni costo superfluo, che si traduce nella riforma di qualsiasi istituto che sia di ostacolo all'iniziativa del governo, e dunque alla volonta' di Silvio Berlusconi. E' infatti questa la chiave di lettura attraverso la quale leggere i recenti avvenimenti. E' in atto una vera e propria guerra istituzionale da quando il Presidente del Consiglio, sentendo come un oltraggio la bocciatura da parte della Corte Costituzionale del lodo Alfano, ha deciso di lanciare una vera e propria controffensiva nei confronti di tutti poteri ancora autonomi, e dunque pericolosi perche' immuni dalla sua influenza: la magistratura prima, la Corte Costituzionale e il Presidente della Repubblica poi, il Parlamento adesso. Ben si comprende quindi il perche' il presidente del Senato, Schifani, uomo di fiducia del premier, abbia deciso di non seguire l'iniziativa del suo collega Fini, come se il problema dell'autorevolezza del Parlamento non lo riguardasse. Quando si va in guerra, infatti, servono soldati non filosofi, bisogna quadrare le posizioni e serrare i ranghi: la fedelta' al capo non si mette in discussione neanche se ad essere sotto attacco e' la credibilita' della istituzione che si rappresenta. La strategia e' chiara, i giochi sono fatti. In palio c'e' il regime.
(Tratto da: http://www.altrenotizie.org)
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