Giovedi, 29 Luglio 2010
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    Tag:don chisciotte

    Credetemi, c'ero, l´ho visto. L'ho visto rimettere la corazza di latta e salire  sul ronzino. L'ho visto riprendere le strade della Mancia per aiutare vedove, orfani e chiunque ne avesse bisogno. Ho visto Don Chisciotte tornare a vivere quello che vedeva e voleva. L'ho visto prendere la voce e la faccia di Ignacio Ramonet, José Saramago, Eduardo Galeano e cavalcare per questo Quinto Social Forum Mondiale, gridando che l'utopia è sì cambiare il mondo, ma bisogna farlo ora, qui, subito, non domani [Raffaele Crocco - PeaceReporter].


    E' stata una mattina da segni profondi (29/01/2005), anche un po' polemici, questa a Porto Alegre. All'Auditorio Arujo Diana, i tre si sono trovati per discutere, assieme a Federico Mayor, studioso del Cervantes, e al ministro brasiliano Luis Dulci – lavoro difficile il suo – sul tema "Don Chisciotte oggi: utopia e politica".
     
    Utopie concrete.

    Nel teatro almeno sei mila persone, che hanno atteso per ore sotto il sole dalla mattina presto, in fila. Dentro, il discorso è stato come una folgore sull'intero lavoro fatto in questi giorni e come un machete sul collo dei tanti documenti scritti, dibattuti e riscritti che ogni organizzazione, ogni partito, ogni sindacato tenta di proporre fra infinite mediazioni.

    Ne è uscita l'idea di lavorare su cinque punti concreti, fondamentali, irrinunciabili, trasformandoli subito in cose che si toccano, in strumenti utili per abbattere le ingiustizie. Ha cominciato proprio Ramonet a vestire i panni del cavaliere della Mancia. "Qui – ha detto – ci sono migliaia di Don Chisciotte. Il Forum è un'utopia concreta, è l'assemblea dell'umanità , non degli stati. Una Babele ricostruita, ma armonica, in pace, che ha un obiettivo pazzo: rifare il mondo". E per sognare di più, probabilmente, o solo per farla finita di "morire sotto una valanga di documenti", ha lanciato i cinque punti cardinali, le cinque cose da fare subito.
     
    I cinque punti.

    Quali sono, questi punti? Il primo è l'istituzione di una tassa mondiale di solidarietà contro la fame e la povertà . Poi, la soppressione dei paradisi fiscali. Terzo, l'eliminazione del debito estero dei paesi più poveri. Una moratoria – ed è il quarto punto – per l'acqua potabile, "che deve essere garantita ad ogni essere umano", ha spiegato Ramonet. Infine, una imposta di solidarietà sulle maggiori ricchezze. Questa la proposta, questo il piano per rendere immediata l'utopia. Entro oggi, per altro, la proposta dovrebbe essere presentata come manifesto sottoscritto da altri intellettuali e non c'è dubbio che finirà per condizionare in modo pesante il lavoro dei prossimi giorni, diventando il centro di ogni possibile dibattito e ogni probabile azione.
     
    L'utopia inutile.

    Al gioco di Ramonet è stato naturalmente Saramago, ironico, disincantato e trascinatore. Ha lottato – usando un fioretto fatto di letteratura, idee e politica -  con Galeano. Lui non vuole credere all'utopia, ha detto. Il perché è nella banale considerazione che "è troppo lontana nel tempo. A che serve se si realizza fra centocinquant'anni?". Ha incalzato tutto e tutti, il brasiliano. "Vi do una notizia – ha annunciato – considero l'utopia inutile. In un mondo in cui un miliardo e mezzo di persone vivono in miseria, la parola utopia non significa nulla". Ha scherzato sul Don Chisciotte, sul visionario, utopico, pazzo Don Chisciotte. Un gioco che gli è servito per spiegare le ragioni del suo volere ora e subito l'utopia realizzata, l'utopia che diventa concretezza.

    Ha ricordato che "Don Chisciotte si chiamava Alonso Quijano, un nome qualunque. Aveva voglia di cambiare vita e non poteva fare come si fa ora, dire vado a prendere le sigarette e non tornare più a casa. Allora, dati i suoi tempi, ha usato un trucco. Ha detto "sono matto" e da quel momento tutto gli era possibile e permesso.  Ma nel finale, Don Chisciotte torna Alonso, esattamente dove aveva cominciato.

    Don Chisciotte organizza il mondo non come è, ma per come dovrebbe essere". Galeano è partito da lì, rovesciando le posizioni di Saramago e sposando l'utopia come forza "che ti porta a camminare sempre in avanti. Non la raggiungi mai, perché avanza esattamente per quanto avanzi, ma ti costringe a muoverti".
     
    La vita vera è altrove.

    Ha raccontato di Guevara, dell'ultima lettera scritta ai genitori, nel 1965, prima di imbarcarsi nelle avventure rivoluzionarie africane e in quella fatale della Bolivia. "In quella lettera non parlava di Marx, parlava di Don Chisciotte – ha detto – e si paragonava al suo andare. Ogni mondo nasconde il suo contromondo, una faccia diversa. Che c'è, esiste ed è possibile".

    Il Forum, da ora, sarà differente. Ha forse trovato un'anima che stentava ad apparire. Ramonet lo ha detto. "L'obiettivo del Forum non può essere la sopravvivenza del Forum. Deve essere cambiare tutto. Viviamo in un mondo scandalosamente diseguale. Un miliardo e mezzo di persone vive con meno di un dollaro al giorno, una vacca europea prende ogni giorno 4 dollari di contributi. Gli uomini valgono meno delle vacche".

    E Saramago, citando Rimbaud, ha dato forse il segno più bello dell'utopia che Don Chisciotte cercava con il suo andare e che il Forum vuole inseguire: "La vita vera è altrove". 

     
    Proponiamo un articolo di Francesco Gesualdi, uscito il 13 settembre su Liberazione. Dopo l’uscita del suo saggio "L’altra via" che consigliamo a tutti di leggere, l’animatore del Centro Nuovo Modello di sviluppo di Vecchiano lancia un appello per una nuova avventura di partecipazione "dal basso".



    Se anche tu sei convinto che la triplice crisi, economica, sociale, ambientale, impone profonde trasformazioni di sistema, allora questo messaggio è per te. E' l'invito ad aderire ad uno dei gruppi di discussione, che stiamo cercando di far nascere in ogni parte d'Italia. Il tema è come costruire una società capace di garantire il benvivere a tutti, nel rispetto dei limiti del pianeta. Un obiettivo ambizioso, ma non impossibile. Magari sei già impegnato nei Bilanci di giustizia, in un gruppo di acquisto solidale, in un'associazione ecologista, in un comitato di resistenza locale, in un consiglio comunale o nel sindacato. Perciò siamo in difficoltà a chiederti di sobbarcarti quest'ulteriore fatica. Ma non si può farne a meno: senza una bussola, senza un'idea di società verso cui tendere, non si può affrontare neanche la politica del giorno per giorno. E' ormai certo che per ripristinare l'equilibrio ambientale bisogna ridurre produzione e consumi, ma finché il motore dell'economia rimane il mercato, l'arresto della crescita può comportare seri contraccolpi sociali. Non a caso, pur con i dovuti distinguo, fra gli oppositori della riduzione troviamo anche il sindacato e i partiti di sinistra, preoccupati per i posti di lavoro e il buon funzionamento dell'economia pubblica. Segno che questione ambientale e questione sociale sono due temi indissolubili, se affrontiamo l'uno senza preoccuparci dell'altro, non abbiamo futuro: saremo sempre osteggiati da tutti o tutt'al più derisi come dei don Chisciotte che combattono contro i mulini a vento. Tant'è Alex Langer diceva: «La conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà socialmente desiderabile». L'unico modo per fare breccia nei movimenti di massa, per avere la gente con noi, è dimostrare che è possibile coniugare sobrietà con piena occupazione e sicurezze per tutti. Ma non basteranno delle mere affermazioni di principio, la gente ha bisogno di concretezza, vuole sapere come si ottiene il miracolo. In breve, dobbiamo elaborare delle proposte di riorganizzazione economica e strategie di attuazione, questa è la sfida che dobbiamo raccogliere. Una sfida difficile da affrontare perché i nostri obiettivi non si raggiungono con piccoli ritocchi. Al contrario richiedono un capovolgimento culturale nel nostro modo di concepire il rapporto con la natura, i diritti, il lavoro, la tecnologia, il mercato, la comunità, il benessere. Richiedono una revisione profonda del nostro modo di organizzare il tempo, le città, la produzione, la soddisfazione dei bisogni, i rapporti sociali, l'economia privata e l'economia pubblica. In una parola richiedono il ripensamento dell'intera architettura economica e sociale, ma da dove cominciare per l'abbozzo del nuovo progetto? Si potrebbe rispondere che la funzione di studio e progettazione va delegata agli economisti, dopo tutto loro sono gli specialisti del settore. Ma una simile soluzione sarebbe una scorciatoia tanto illusoria quanto pericolosa. Illusoria perché gli economisti, salvo eccezioni, sono troppo intrisi di cultura mercantile. Da loro non possono venire proposte che richiedono la capacità di lasciarsi contagiare da altre visioni del mondo, altri approcci alla vita, di guardare la realtà dalla prospettiva del benvivere inteso come soddisfazione di tutte le dimensioni umane, di trovare soluzioni che tengono conto della complessità dei bisogni, dei limiti del pianeta, dei diritti delle generazioni che verranno. Ma la delega agli economisti è anche pericolosa, perché è l'antitesi della democrazia. Democrazia significa comando di popolo, esiste solo se le decisioni portanti, quelle che danno forma alla società, sono prese da tutti. Niente influenza la nostra vita più dell'economia e niente è posto fuori dal nostro controllo più dell'economia, segno che il potere non appartiene al popolo, ma ai mercanti e al potere finanziario, l'alfa e l'omega di questo sistema. Per necessità e per virtù, tocca a noi tutti, senza distinzione di professione, titolo di studio, incarico pubblico, provenienza culturale e politica, tirare fuori una nuova idea di società e tracciare un percorso per farla avanzare. E' un compito che possiamo assumerci, non richiede particolari attestati scolastici, solo chiarezza politica che si acquisisce con la discussione e il confronto. Del resto non si parte da zero, mentre alcuni hanno riflettuto e scritto in proposito, altri hanno sperimentato su piccola scala, le loro suggestioni e esperienze possono costituire delle basi di partenza. Il nodo da sciogliere, almeno in prima battuta, è piuttosto di tipo organizzativo: dobbiamo stabilire come attivare un processo di elaborazione diffuso capace di giungere a una sintesi condivisa. L'esperimento è nuovo, non c'è da meravigliarsi se il percorso non è tutto chiaro, l'importante è partire, strada facendo capiremo come proseguire il cammino. Il primo obiettivo è la costituzione di gruppi di studio, aggregazioni di poche persone che individuano i nodi, li affrontano, ipotizzano soluzioni applicabili a piccola, media e grande scala. Ci piacerebbe che ne sorgessero centinaia, addirittura migliaia, trasversali e diffusi su tutto il territorio, piccoli gruppi che si prendono un anno di tempo, o quello che serve, per ritrovarsi due o tre volte al mese e discutere una traccia condivisa a livello nazionale, una sorta di sciame che lo stesso mese si concentra sullo stesso tema. Il tutto dotandosi di strumenti informatici per mettere le conclusioni dell'uno a confronto con quelle degli altri affinché emergano assonanze, differenze, divergenze. E più avanti realizzare degli incontri regionali, addirittura nazionali, per dirimere i punti più controversi, formulare una piattaforma comune e mettere a punto delle strategie di transizione. Ma tutto questo è già troppo avanti, al momento ci accontentiamo di individuare chi condivide quest'ipotesi di lavoro ed iniziare il cammino. Perciò invitiamo chiunque voglia coinvolgersi in questo percorso a comunicarcelo, scrivendo un messaggio a gruppidistudio@cnms.it Basta anche un'adesione telegrafica, l'importante è segnalare il comune e la provincia in cui si abita. A partire da questo censimento, ricontatteremo ogni persona per valutare la possibilità di formazione dei gruppi e stabilire, tutti insieme, come proseguire il cammino. Attendiamo fiduciosi le vostre adesioni per questa nuova avventura di partecipazione dal basso.




     
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