Bush, sentendosi un po' traballante sulla sua poltrona di uomo più potente del mondo, e avendo notato che il probabile candidato degli avversari democratici, John Kerry, passa di vittoria in vittoria nelle primarie del suo partito e continua a ripetere la frase: "Ci siamo liberati del regime di Saddam Hussein. Adesso dobbiamo liberarci del regime di George Bush", ha pensato bene di andare in televisione.
[di Furio Colombo]
Che cosa fa l'uomo più potente del mondo, in questo caso? Corre i suoi rischi. Fa sapere alle tre grandi reti televisive che il presidente degli Stati Uniti è disponibile. Si fa avanti Tim Russert, della NBC, giornalista di lunga esperienza che conduce da molti anni un celebre programma televisivo della domenica mattina, "Meet the Press" (incontrare la stampa). Sottotitolo non detto ma noto anche a Bush: lo fate a vostro rischio e pericolo. Molte carriere politiche (si pensi al sen. Hart, quando era candidato presidenziale) sono state stroncate da quelle interviste. Non esistono accordi preliminari o situazioni di comparaggio, come è avvenuto l'altra settimana nel celebre "Porta a Porta" italiano. In quell'occasione Bruno Vespa ha zittito Antonio Di Pietro perché, ha detto senza mascherare l'accordo, "Dobbiamo ascoltare prima il ministro Giovanardi che ha da darci dei numeri". Si trattava del numero di leggi "ad personam" approvate dalla maggioranza di Berlusconi, tra cui l'obbligo dei fari accesi di giorno e la patente a punti. Doveva essere la smentita all'affermazione secondo cui Berlusconi fa leggi solo per se stesso. Vespa, "il moderatore", non ci ha spiegato come sapeva che cosa c'era fra le carte di uno dei suoi ospiti, data la sua scrupolosa equidistanza. Ma evidentemente anche lui è un previsivo, come direbbe Scapagnini esaltando le doti uniche di Berlusconi.
Negli Usa Vespa non c'è, non c'è riparo in alcuno studio televisivo. George Bush ha corso il suo rischio, perché domande e accordi in anticipo non ce ne sono, non ci sono trucchi, grandi schermi e arrivi a sorpresa, e il giornalismo non è varietà . Come è andata? Bene, per il giornalismo. L'intervistatore al presidente degli Stati Uniti chiede: "Lei ha fatto la guerra perché ha detto che non c'erano dubbi sulle armi di distruzione di massa, ma di quelle armi non c'è traccia...." Risposta di Bush: "Giusto". Incalza Russert: "Adesso è chiaro che le cose non stanno come aveva detto lei". E George Bush: "Esatto". "Ma allora che cosa risponde a chi l'accusa di avere portato il Paese può lanciare una guerra preventiva senza prove? Poi avevate detto che saremmo stati salutati come liberatori e invece siamo in forti difficoltà . Abbiamo sbagliato i calcoli?".
Sono tutte domande a cui l'uomo più potente del mondo si sottomette con pazienza e cerca di rispondere senza innervosirsi o dare segni di irritazione. Il fatto è che Bush sarà anche l'uomo più potente del mondo ma la carriera televisiva di Russert non è nelle mani del presidente degli Stati Uniti. Anche Russert è bravo, ma non farà la fine di Enzo Biagi. Fa luce una domanda chiave dell'intervistatore, che dopo tante contraddizioni di Bush nelle risposte gli chiede: "Ma lei andrà a testimoniare alla Commissione d'inchiesta che dovrà cercare di chiarire come si è arrivati all'errore?". Gli indici di gradimento popolare di Bush continuano a scendere e lui si rende conto di non possedere sette reti televisive e di non essere in grado di far tacere un giornalista. Perciò ci tiene a manifestare la sua buona volontà : "Certo che ci andrò. Sarò ben lieto di mettere a disposizione della commissione tutto quello che so, e di dare qualche indicazione, se me la chiedono". Naturalmente il giornalista Russert fa notare la trovata di Bush: la commissione pubblicherà i suoi risultati solo dopo le elezioni. E a Bush non resta che dire, visto che il gioco è scoperto: "Beh, ci vuole tempo per queste cose". E poiché Bush controlla molto, nel suo Paese e nel mondo, ma non controlla tutto, e non pretende di essere immortale, allarga le braccia, quando il giornalista osserva, in conclusione, che la commissione potrà forse riferire non a lui ma a un altro governo.
Scrive il Washington Post, il giorno dopo l'intervista, che "Il presidente avrebbe molto gradito una domanda sulla sua fede religiosa e le sue persuasioni in materia di gay nelle forze armate, e la sua posizione "pro-life" (anti aborto)" e l'intervistatore invece gli ha piazzato due imbarazzanti domande sul modo in cui, da giovane, George Bush ha evitato di andare in guerra. Quanto deve avere invidiato, in quel momento, George Bush, il suo ricco ed estroso amico italiano.
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