Quando la locuzione 'poteri forti' fu coniata, nei primi anni della Seconda Repubblica, si riferiva a Confindustria, a parti della magistratura, ai servizi segreti, alla massoneria, e anche ai potentati economici internazionali. Insomma, a istituzioni pubbliche e private molto diverse tra loro, e unite solo dal non avere natura rappresentativa, cioe' dall'essere esterne, o a volte ostili, all'esercizio trasparente del potere, alla sua fonte originaria di legittimita' (il popolo), e ai suoi canali d'espressione politica (i partiti) e istituzionale (il parlamento e il governo). Davanti a questi poteri (recentemente evocati da Mario Monti perche' il suo governo avrebbe perso il loro appoggio), la democrazia rappresentativa e' debole proprio in quanto potere pubblico, sfidato da forze che sono di volta in volta elitarie, segrete, nascoste, private, illegali. In quest'ottica, e' il popolo a esercitare un potere fittizio, universale, artificiale, a cui si contrappongono poteri reali, opachi, ristretti, 'naturali' perche' fondati sull'antichissima base del privilegio. Poteri, inoltre, che non accettano il rischio dell'esercizio diretto, fosse anche nella forma dell'oligarchia; e che assumono la veste del potere indiretto, di un potere, cioe', che si cela, oppure che nega di essere potere, per non sottostare a regole comuni e per non rispondere della propria azione. All'origine della filosofia politica moderna il potere indiretto era quello esercitato sulle coscienze dalla Chiesa cattolica (non menzionata nell'elenco consueto dei poteri forti, benche' lo sia, con ogni evidenza), a cui le e'lites laiche rispondevano con il potere dello Stato, con la costruzione della sovranita', col potere invincibile di tutti.Una questione seria, dunque, quella dei poteri forti. Una questione che un tempo si declinava da destra in termini di plutocrazia (per di piu', 'giudaica') opposta alla sana forza collettiva delle nazioni, mentre da sinistra si istituiva l'antitesi fra la prassi popolare e il complotto - le 'forze oscure della reazione in agguato', secondo il lessico dei primi anni del dopoguerra; ma le leggende (non infondate) sulla Commissione Trilaterale o sul gruppo Bilderberg sono giunte fino agli anni Ottanta, insieme al mito dell'onnipotenza della Cia, del Kgb, o delle multinazionali. Una questione che e' anche declinabile come la continuita', nelle diverse forme storiche, dell'eterno potere delle e'lites, o della legge del piu' forte, che la democrazia cerca di spezzare, istituendo una discontinuita': che consiste o in una strategia monistica, facendo nascere un nuovo potere dal popolo, un potere forte appunto perche' non di una parte ma anzi perche' di tutti, o con una sensibilita' pluralistica, spingendo le classi dirigenti a competere apertamente per il consenso dei cittadini. O, anche, costruendo e organizzando poteri piu' forti dei poteri forti; contropoteri di lotta e di governo (come si diceva un tempo).
Con poteri forti si intende quindi la rocciosa permanenza delle diverse forme del potere di sempre - parziali, egoiste, autointeressate - all'interno degli spazi istituzionali democratici; la loro occhiuta e lungimirante vigilanza perche' nulla cambi veramente; la loro capacita' di influenzare invisibilmente o indirettamente la politica visibile; di contrapporre la propria permanenza e la propria stabilita' all'accidentalita', alla casualita' e alla fugacita' dei poteri costituiti. Si intende insomma l'impossibilita' che la vita associata sia governata dalla ragione pubblica senza alcun elemento di segreto, o che sia indenne da corpose e incoercibili ragioni private - ad esempio, il 'complesso militare-industriale' di cui parlava un presidente repubblicano come Eisenhower -. I poteri forti sono quindi un segno di una debolezza strutturale della politica democratica, di un limite oggettivo al suo potere, con cui e' realistico accettare di dover fare i conti, senza sottomettervisi. Ma spesso sono anche un comodo alibi, un nome generico, buono a tutti gli usi, col quale una politica debole per sua colpa o imprevidenza soggettiva copre insuccessi e fallimenti di cui non si vuole assumere la responsabilita'.
Assi portanti della storia materiale del nostro tempo, convitati di pietra al banchetto della democrazia, in ogni caso i poteri forti oggi hanno una dislocazione extra-statale e extra-nazionale; sono le grandi case farmaceutiche padrone del biopotere globale, le agenzie di rating, la finanza internazionale (i 'mercati'), le istituzioni economiche mondiali ed europee, i media di dimensione transcontinentale, le mafie pluritentacolari, le istituzioni che curano la Ricerca e Sviluppo per la Difesa delle grandi potenze, le multinazionali dei generi alimentari e dell'energia.
A questi veri poteri forti si abbarbicano oggi i poteri forti di rango nazionale; che a volte - grande novita' - esercitano direttamente il potere politico, in fasi d'emergenza o di estrema debolezza dei poteri istituzionali, come referenti e garanti di alcuni vitali interessi sia nazionali sia sovranazionali. E quando questi poteri locali trovano ostacoli alla propria azione, hanno la tentazione di presentarsi come abbandonate da quei poteri forti, che in realta' esse stesse incarnano e tutelano. La lotta contro i poteri forti - anche se in realta' sono soltanto categorie riottose, corporazioni egoiste - diviene cosi uno slogan e un alibi per gli stessi poteri forti. Che cio' dimostri ancora una volta la loro forza - la loro capacita' di eludere la responsabilita' politica - o piuttosto la loro debolezza e insufficienza, lo si capira' tra breve. Da subito si comprende invece che, benche' forse impossibile da raggiungere pienamente, un decente obiettivo dell'azione politica dovrebbe essere che i poteri forti trovino un nuovo limite, e un orientamento, in un piu' forte potere di tutti.
(Tratto da: http://www.ariannaeditrice.it)
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