Questa visione non puo' maturare in seno a una classe politica che non appare culturalmente attrezzata – ne' a 'destra' ne' a 'sinistra' – per fare un passo a lato di una cronaca quasi sempre volgare: 'chi ha gestito la Seconda Repubblica non puo' rilanciare il Paese'.E non si tratta solo, anzi, non si tratta tanto di Berlusconi, ma di tutto un sistema: se questo coesiste con una 'anomalia', cio' accade perche' e' divenuto compatibile con essa. Questo non significa auspicare una velleitaria politica dei sogni: il sogno ispira e nutre l'azione quando diventa elaborata visione del reale; poi, per agire fedeli alla visione, c'e' bisogno di competenze, umile fatica, spesso perseveranza nell'ombra. Ha ragione, in questo, chi dice che oggi c'e' bisogno di contabili e amministratori e non di venditori di sogni.
Un paio d'esempi di (in)capacita' di visione? Ripetero' cose gia' scritte da altri, ma quando si tratta di fare esempi forse repetita iuvant.
Se per lo sviluppo di un settore che si consideri trainante dell'economia quale quello edilizio la politica elabora un 'piano casa' pensato come ulteriore cementificazione ad oltranza del territorio, allora sono terribilmente chiare l'incapacita' di visione, programmazione, gestione, nonche' la conseguente incoerenza di strategie. L'incapacita' (ma anche la malafede e la posizione prona a fortissime perche' ricchissime – anche di 'nero' – lobbies d'interesse), perche' anche quando si convenga che il settore sia strategico, la vera decisione politica innovativa ed espressiva di una moderna e sostenibile visione d'insieme sarebbe quella – come ha scritto Leonardo Becchetti da queste pagine online – di intervenire su tutto il patrimonio immobiliare esistente per migliorarne l'efficienza energetica, e quando necessario riconvertirlo radicalmente in questa direzione. Un massiccio investimento non in ossequio a sogni da talebani della vergine madre natura (risibile ossimoro), ma come mezzo di promozione ed utilizzo di tecnologie nuove e sostenibili, di risparmio economico, di sviluppo collettivo non solo economico ma anche di modelli di convivenza sociale (e modelli da considerare, anche se non da imitare tal quali, non mancano: solo per fare un esempio non ignoto anche in Italia, si pensi al quartiere Vauban di Friburgo in Brisgovia, Germania sudoccidentale).
Stesso discorso per il settore auto: si prende atto di scelte industriali senza conoscerne il reale contenuto e la relativa sostenibilita', invece di indirizzarle con una consapevole presa d'atto – quale scelta non industriale, ma di politica industriale – della realta' globale: si veda (e si legga in trasparenza) la segnalazione dell'eccesso di capacita' produttiva, anche nei paesi emergenti, contenuto in un documento non sospetto di indulgere a nostalgie dirigiste (Kpmg's Global Automotive Executive Survey. Creating a future roadmap for the automotive industry, 2011, pagg. 2, 11, 23, 24-26: 'The problem of overcapacity also seems to be affecting emerging markets, with China and India both expected to be overbuilt within the next five years').
Le malattie del capitalismo finanziario, del resto, non stanno (soltanto) nella sete di denaro di pochi squali liberi in un mare altrimenti sgombro e pulito, come si vuol far credere, ma nascono anche dalle provviste indebite di disponibilita' create da sovrapproduzione nell'economia reale. In questa prospettiva, e' mistificante e fuorviante chiedere (ennesime) nuove regole e sanzioni (apparentemente) piu' severe per gli individui: servirebbero a sviare l'attenzione dalle distorsioni del sistema, innescando fra l'altro una primitiva logica del capro espiatorio.
Dall'incapacita' di visione risultano, si accennava, anche scelte politicamente incoerenti: se da un lato si va declamando che il futuro dell'economia sta nelle nuove tecnologie, dall'altro si pensa lo sviluppo come cemento-mattone-petrolio-benzina e carrozzerie. Ma una classe politica nata cresciuta e ingrassata negli anni delle illusioni di sviluppo industriale senza limiti e senza responsabilita' per le 'generazioni future' non puo' essere in grado di comprendere nulla di tutto questo, salvo orecchiare qua e la' quel che serve da rivendere per fini di propaganda.
Infine, queste condizioni offrono terreno fecondo per conflitti istituzionali: una classe politica screditata, arrogante, proclive all'illegalita' propria e alla tolleranza selettiva dell'illegalita' diffusa a vari livelli stratigrafici nella societa' (salvo far la voce grossa con i reietti), stimolera' a sua volta illusorie tentazioni moralizzanti di altri poteri, produttive non di nuova legalita' e moralita', ne' di visioni di lungo periodo, ma d'ulteriori storture in una spirale pressoche' inarrestabile di declino della convivenza civile.
Che le parole di Riccardi siano un seme e' certo; cerchiamo tutti di far si' che il suolo dove cadono sia terra adatta.
(Tratto da: http://www.benecomune.net)
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