C’erano una volta tre grandi sorelle che producevano e vendevano auto: gli affari andavano bene, ogni anno le vendite crescevano e aumentavano anche le dimensioni delle macchine, sempre più grandi, più belle, più potenti, più accessoriate e che consumavano sempre di più [Diego Barsotti, GreenReport].
Per crescere ancora si chiedevano aiuti allo Stato, perché si producessero più macchine e tutti erano felici e contenti perché tante persone si alternavano in fabbrica senza soluzione di continuità per garantire che si producesse sempre di più: cosa non importava, allo Stato interessava solo che si producesse di più e con tanta gente a lavorare in modo poi che avessero i soldi per comprarsi la macchina ogni volta un po’ più grande e poi per comprarsi qualsiasi altra cosa, perché se tirano i consumi, tira tutta l’economia….
Poi un brutto giorno succede qualcosa di strano: le tre sorelle che si chiamano General Motors, Chrysler e Ford cominciano a far segnare ogni mese cali di vendite a doppia cifra, perché le loro vetture in molti casi assomigliano più a carri armati che a macchine, hanno consumi enormi e perfino gli americani scoprono che più un oggetto pesa, più energia ci vuole per muoverlo e che l’energia, sotto forma di benzina, costa, e costa sempre di più. Così la gente comincia a disfarsi degli Hummer & simili e si mette a cercare vetture di dimensioni e consumi più ridotti, ma nello stesso tempo General motors, Chrysler e Ford cominciano a disfarsi degli uomini che lavoravano nelle sue fabbriche che vengono chiuse perché è inutile produrre qualcosa che nessuno vuole più.
Ma la cosa sorprendente è che tutti ora sembrano volere la macchina piccina ma di queste vetture ce ne sono poche, e l’offerta non riesce più a rispondere alla domanda, perché tutta la produzione era concentrata sui macchinoni super energivori. Le tre sorelle non sanno più che pesci pigliare, ma per fortuna ci sarà lo Stato pronto a intervenire per salvare il libero mercato e che verserà palate di soldi con i quali le 3 sorelle potranno finalmente cambiare i loro standard produttivi per far uscire dalle fabbriche macchine un po’ più sobrie da tutti i punti di vista.
La morale è banale: se lo Stato avesse orientato il libero mercato automobilistico verso produzioni più sobrie qualche anno fa, avrebbe risparmiato? E i cittadini ne avrebbero guadagnato in qualità della vita, salute, ambiente e portafogli?
Chissà se si pongono la domanda quelli che oggi a Detroit stanno festeggiando i 100 anni dalla fondazione della General Motors, il gruppo automobilistico primo al mondo per fatturato e che quest’anno ha perso decine di miliardi di dollari e licenziato qualche migliaio di lavoratori. Oggi quindi a Detroit si farà festa e anche se lo slogan dell’evento commemorativo è proprio “Il futuro ci aspetta, andiamo”, sarà vietatissimo pensare: alle scelte del passato; agli spettri del presente che aleggiano con le sembianze dei fratelli Lehman; e al futuro, più che mai incerto e su cui incombe la decisione del parlamento federale statunitense che in questi giorni dovrà decidere se accordare i finanziamenti da 25 miliardi di dollari richiesti dal settore auto per sviluppare nuovi modelli dai consumi più efficienti. Pena ulteriori esuberi, che si andrebbero a sommare alle decine di migliaia che sono già stati eseguiti dall’inizio dell’anno (solo una cifra emblematica: 17600 dipendenti di Chrysler hanno già accettato gli incentivi offerti dall’azienda nel 2008 per lasciare il loro posto).
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