Personalmente apprezzo molto gli sforzi in atto nel mondo volti a sostenere e a rafforzare in generale le attivita' del settore del commercio equo e solidale, anche se non mi nascondo di solito qualche perplessita' su alcune scelte concrete del movimento, come ho del resto sottolineato qualche volta su questo stesso sito. Devo aggiungere che, di solito, ricerco con una certa attenzione gli articoli di stampa che riportano casi sia positivi che in qualche modo problematici che toccano in qualche modo tali rilevanti attivita'.
Questa volta mi e' capitato sotto gli occhi un articolo del Financial Times, a firma di M. Skapinker e dal titolo No markets were hurt in making this coffee, che riporta le principali conclusioni di una lunga analisi svolta dall'Institute of Economic Affairs londinese a cura di Sushil Mohan – un esperto del settore del te e del caffe'- ed appena pubblicata; tale analisi appare, per diversi aspetti, abbastanza critica verso il fenomeno, ma con delle argomentazioni sostanzialmente deboli, tranne forse che in qualche punto, che non appaiono in generale convincenti neanche al giornale della City britannica; in ogni caso le stesse argomentazioni sono contrastate da una replica dell'organizzazione Fairtrade, sempre britannica, di cui si da conto sempre nello stesso articolo. Riportiamo i passi salienti del dibattito.
Pur essendo l'Istituto citato un campione del libero mercato, l'autore dello studio non attacca intanto il commercio equo sul terreno delle eventuali distorsioni che tale attivita' potrebbe provocare sullo stesso mercato, distorsioni che egli stesso nega che esistano veramente, mentre si chiede invece se essa aiuti veramente i contadini poveri dei paesi disagiati. Il ragionamento di Sushil Mohan si svolge in varie direzioni.
Intanto l'autore ritiene che i sostenitori del commercio equo e solidale non riescano in realta' ad aiutare i contadini piu' poveri del mondo; il costo per ottenere la certificazione Fairtrade e' piuttosto costosa, afferma l'autore, e quindi, in realta', si riescono ad aiutare soprattutto i paesi a reddito medio, quali il Messico, la Colombia, il Peru', il Sud-Africa. A tale argomentazione peraltro l'organizzazione Fairtrade risponde che di fatto la loro organizzazione opera anche nei paesi piu' poveri e che il costo della certificazione, in tali paesi, e' almeno in parte sostenuto dalle stesse organizzazioni.
L'autore si chiede in parallelo quanto del prezzo piu' elevato pagato dai consumatori dei paesi occidentali per i prodotti del settore rispetto a quelli normali vada veramente ai contadini dei paesi poveri e sostiene che si tratta di una percentuale che oscilla solamente tra il 10% ed il 25% del totale. L'organizzazione Fairtrade risponde che, in realta', i contadini ricevono comunque in media il 25% in piu' di quanto possano ottenere sui mercati del loro paese. Ricorda, inoltre, che i contadini ottengono poi sul posto anche un qualche di piu' di tipo sociale, con la costruzione in loco di scuole, cliniche, magazzini per le granaglie, ecc.. Sempre Fairtrade ricorda inoltre che in molte catene della grande distribuzione britannica i consumatori non pagano nessun prezzo in piu' per i prodotti del settore rispetto a quelli normali.
L'esperto si domanda inoltre quanto il sistema sia veramente controllato, citando tra l'altro un'inchiesta di qualche anno prima dello stesso Financial Times che aveva trovato che in Peru' diverse organizzazioni del settore pagavano di frequente salari inferiori al minimo legale. Su questo fronte la risposta dell'organizzazione Fairtrade non mi e' parsa molto convincente.
Un'argomentazione finale di Mohan e' che il libero commercio e l'apertura dei vari mercati ha fatto uscire dalla poverta' molti milioni di persone in piu' di quanto possa riuscire mai a fare l'attivita' del fairtrade. Lo stesso Financial Times ribatte pero' che intanto il fairtrade non fa nessun danno e che in ogni caso esso apporta comunque un rilevante aiuto in piu' ai poveri del mondo, quali che siano i possibili meriti del libero commercio, sui quali avremmo in ogni caso qualcosa da dire. Ci sono comunque da sottolineare alcune cose importanti , quale quella relativa all'esistenza dei sussidi all'agricoltura negli Stati Uniti e nell'Unione Europea, che danneggiano fortemente i contadini dei paesi meno benestanti.
Alla fine, si ha la sensazione che l'attivita' del commercio equo e solidale esca sostanzialmente in piedi dal dibattito, sia pure forse con qualche piccola ferita.
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