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Martedi, 21 Maggio 2013
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    La dittatura della pubblicita'

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    Da quando vidi il film Il maschio e la femmina (1966) la prima volta avevo l'eta' dei suoi protagonisti e me ne colpi l'intelligenza nella descrizione dei disagi e speranze di una generazione. Ma quel che piu' ne ricordo e' la scritta che, a bruciapelo e senza necessita' evidente, interrompeva una scena per affermare che "la pubblicita' e' il fascismo del nostro tempo". Si e' governato e si governa, in gran parte del mondo occidentale, con gli strumenti del consenso e del consumo, riuscendo quasi sempre a evitare il manganello e la censura diretta. Col companatico al posto del pane, la televisione al posto dei giochi del circo (ultima variante i festival di letteratura e altra cultura) e con la pubblicita'.

    Pubblicita' in senso lato - di uno stile di vita, di un modello di societa' propagandato come il migliore o l'unico possibile - ma che anche nel senso specifico e ristretto di un tipo di comunicazione che mira a far acquistare delle cose. Il potere della pubblicita' e' cresciuto enormemente, la stampa, per esempio, ne vive e ne e' ricattata, le leggi che la limitavano sono state progressivamente abbattute e ci sono riviste dove le pagine di testo sono un terzo di quelle riservate alla pubblicita', senza considerare la pubblicita' indiretta.

    Fu Vance Packard per primo a denunciare questo attentato alla democrazia e alla liberta' dell'informazione in un libro celebre, I persuasori occulti, a meta' degli anni cinquanta. A noi poteva sembrare fantascienza, ma poi, come in molti altri campi, la fantascienza e' diventata realta', e come 'genere' letterario e' quasi scomparso (riprende oggi, mascherato, nella piu' accorta letteratura per ragazzi). Anche la battuta di Godard, che al suo tempo indicava una preoccupazione o una messa in guardia, e' oggi una constatazione.

    Un'idea moderna di pubblicita' e' esplosa in Italia negli anni sessanta, prima la pubblicita' era secondaria, rozza, poco o niente mediata. Su un giornale degli anni trenta o quaranta la pubblicita' di un lassativo si serviva dell'immagine celebre dell'incontro tra Dante e Beatrice lungo l'Arno accompagnata dal verso della Commedia "Io son Beatrice che ti faccio andare". Poi, col boom, vennero le grandi agenzie e la leva dei professorini che avevano sulla scrivania dei loro uffici milanesi e torinesi (l'ho visto coi miei occhi, ho avuto molti amici che si sono dati a quel mestiere) le opere di Jung e altri studiosi di simboli e miti, di immagini archetipiche, di studi sull'inconscio. La pubblicita' si faceva furba e intellettuale, un settore in enorme espansione. Non sembrava disdicevole farne una professione.

    La fase successiva e' il '68: quando si tratto' di trovare lavoro molti passarono dal movimento alla pubblicita', soprattutto a Milano (piu' assai di quelli che finirono nel giornalismo o nella politica istituzionale, ma ovviamente meno di quelli finiti nella scuola). Ne vennero una perdita di sottigliezza, messaggi sempre meno velati, una aggressivita' via via piu' volgare e diretta.

    I giornali sono brutti anche per i ricatti della pubblicita'. E se sfogliamo un quotidiano di quelli importanti (che sono due, forse tre, in stretto legame con lotte e intrighi del potere, dominatori dell'informazione bacata e nemici giurati della riflessione e delle connessioni) vediamo che vi si fronteggiano pagine di cronaca raccapricciante e di pubblicita' da mondo dei sogni. E colpisce il leit-motiv, il tormentone sessuale: chi compra un'automobile X o Y scopa meglio e di piu', e questo vale per una scatola di piselli o una birra, un computer o un best-seller, e volti e corpi di giovani robot da film americano imbecille vi si offrono spudoratamente, come in un Eden ritrovato dove ogni albero, animale o nuvola serve solo a veicolare un unico messaggio: comprate, solo cosi sarete felici.

    La sua logica e' berlusconiana, ma chi protesta per altre forme di manipolazione trova questa normale, o meglio, la trovano normale i giornali e i giornalisti che se ne nutrono. L'elargizione della pubblicita' Fiat, per esempio, e' stato un modo di influire sui giornali della sinistra, anche quelli apparentemente piu' liberi.

    La manipolazione pubblicitaria incide in profondita' sulla salute mentale e sulla morale dei destinatari dei loro messaggi, e su quelli della Repubblica. E' espressione del fascismo del nostro tempo. Dopo la guerra, molti figli chiesero ai padri come si erano comportati sotto fascismo o nazismo. Accadra' anche in Italia, dopo il trentennio che muore? Sarebbe sano, ma non succedera'.

    Tratto da [eddyburg.it].

    (Tratto da: http://www.ariannaeditrice.it) La dittatura della pubblicita'




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