Lo scacchiere internazionale dell’energia continua a viaggiare a quattro teste. Da una parte il petrolio, con i suoi rialzi, le sue guerre, i suoi morti e lo spettro di una risorsa a termine. Poi c’è il nucleare, che secondo i più recenti studi a questo ritmo si esaurirà nel giro di un’ottantina d’anni, ma per il quale sono già previsti 22 nuove centrali. Intanto l´Italia investe sul gas: ma i contratti di fornitura di metano liquefatto per i nuovi rigassificatori al momento languono [Greenreport]. Di queste soltanto una in Europa (Finlandia) o al massimo quattro se si considerano anche il progetto rumeno e le due centrali previste in Ucraina. Tutto il resto delle centrali nucleari che verranno è in territori finora sfruttati al massimo per petrolio e gas, come a dire che il controllo dell’energia dovrà rimanere nelle stesse mani anche quando l’oro nero perderà la sua leadership. Inutile sottolineare poi che nessuno sembra chiedersi dove andranno a finire le scorie nucleari di queste nuove 22 centrali, nodo ancora irrisolto e probabilmente irrisolvibile.
Il terzo fronte dello scacchiere energetico internazionale è quello dela carbone, che ancora oggi negli Stati Uniti rappresenta una percentuale notevolissima e in Italia ri-sorge ogni tanto qualche voce in suo favore. E infine c´è il gas. E qui entra in gioco con velleità di protagonista l’Italia, con le sue cabine di regia, i suoi progetti di rigassificazione sparsi un po’ in tutta la penisola, alle prese ciascuno per parte sua con comitati contrari, autorizzazioni mancanti, procedure di valutazione d’impatto ambientale, bagarre politiche e bagarre finanziarie/amministrative all’interno delle società titolari dei progetti.
Ma c’è anche un altro nodo, non irrilevante. Il gas. Tutti sanno che il gas ha un impatto ambientale minore rispetto a quello di petrolio, carbone e nucleare. Ma anche il gas è una risorsa fossile e come tale destinata ad esaurirsi. E così si scopre che l’improvvisa (!) accelerazione data dall’Italia ai progetti di rigassificazione, ha forse colto di sorpresa alcuni dei protagonisti di questi progetti. Se infatti ci sono progetti con contratti di fornitura di metano liquefatto già in mano (quello di Rovigo, quello di Brindisi, alle prese però con il no degli enti locali), quelli di Trieste e Taranto, altri impianti come gli offshore di Livorno e Monfalcone sono attualmente al palo, con Endesa che sta cercando metano liquefatto un po’ in tutto il mondo, con il paradosso di doversi probabilmente rivolgersi alla Gas Natural, di fatto sua concorrente.
Il mercato si aprirà, dicono gli esperti e in effetti molti Paesi produttori stanno investendo per costruire impianti di liquefazioni da cui far partire navi gasiere dirette in Italia o in altri Paesi importatori. Quel che è certo è che ancora una volta dalla discussione, almeno in Italia, sembra essersi perso il riferimento al risparmio energetico e all’efficienza. Che fine hanno fatto?
Resta la diversificazione certo, che sicuramente è già qualcosa, ma il rapporto tra sfruttamento delle risorse naturali e la loro disponibilità continua ad essere argomento buono in qualche sporadica occasione politica, a cui difficilmente poi si dà seguito. E così si va avanti sulla scorta di quella sorta di effetto accumulo che è lo stesso per cui si continua a consumare territorio per costruire seconde case.
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