Criticamente http://www.criticamente.it per un'informazione consapevole Fri, 10 Aug 2018 22:00:12 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.8 105025663 La curcumina per combattere il cancro, adesso è possibile: come ci sono riusciti http://www.criticamente.it/2018/08/11/la-curcumina-per-combattere-il-cancro-adesso-e-possibile-come-ci-sono-riusciti/ http://www.criticamente.it/2018/08/11/la-curcumina-per-combattere-il-cancro-adesso-e-possibile-come-ci-sono-riusciti/#respond Fri, 10 Aug 2018 22:00:11 +0000 http://www.criticamente.it/?p=20832 di Zeina Ayache Nella curcuma c’è una sostanza, la curcumina, che è in grado di bloccare le cellule del cancro e sconfiggere la malattia. I...

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di Zeina Ayache

Nella curcuma c’è una sostanza, la curcumina, che è in grado di bloccare le cellule del cancro e sconfiggere la malattia. I ricercatori sono riusciti a trovare il modo di far affluire la curcumina nel sangue incrementando le possibilità di utilizzarla realmente come trattamento: ecco come funziona.

La curcumina, un estratto della Curcuma longa, è in grado di sconfiggere le cellule cancerose e adesso si può pensare seriamente ad una terapia visto che i ricercatori sono finalmente riusciti a sciogliere il pigmento in acqua. Ma cosa significa?

La curcumina contro il cancro. Precedenti studi hanno dimostrato che la curcumina è in grado di interferire con i processi biochimici delle cellule tumorali impedendone la proliferiazione. Ai tempi però i ricercatori dovettero fermarsi perché non si riusciva a trovare un modo efficace per permettere alla curcumina di entrare nel flusso sanguigno: veniva espulsa troppo rapidamente per poter colpire le cellule malate.

Sciogliere la curcumina. Adesso però i ricercatori dell’università di Illinois sono riusciti a trovare un modo per sciogliere la curcumina in acqua. “Quando vuoi somministrare un farmaco, questo deve essere solubile in acqua per poter fluire attraverso il flusso sanguigno”, spiega Santosh Misra, uno dei ricercatori. Gli esperti hanno creato un sofisticato complesso mettociclico utilizzando il platino che, non solo ha consentito di rendere solubile la curcumina, ma ha anche reso il mix 100 volte più efficace contro il cancro, nello specifico contro il melanoma e il cancro al seno, rispetto a quanto lo siano i due elementi separati. “Sappiamo che un farmaco si legherà a una certa “molecola ospite” se è presente la giusta ‘tasca’ “, spiegano i ricercatori che concludono “Abbiamo trovato la chiave per dimostrare l’efficacia della terapia e risolvere un problema di vecchia data con l’insolubilità della curcumina”.

Cosa fa la curcumina. La curcumina è in grado di prevenire la fosforilazione della STAT3, un fattore di trascrizione che porta alla crescita delle cellule del cancro e permette loro di sopravvivere. La combinazione tra curcumina e platino è in grado di uccidere le cellule malate frammentando il loro DNA. E non è tutto. La curcumina è in grado di attaccare le cellule staminali tumorali responsabili della ricrescita dei tumori riuscendo così a dimostrarsi ancor più efficace nella lotto contro il cancro.

Fonte: scienze.fanpage.it

Disclaimer: Questo articolo non è destinato a fornire consigli medici, diagnosi o trattamento.
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Ricambi per auto, le occasioni per il risparmio e la qualità da cogliere in rete http://www.criticamente.it/2018/08/10/ricambi-per-auto-le-occasioni-per-il-risparmio-e-la-qualita-da-cogliere-in-rete/ http://www.criticamente.it/2018/08/10/ricambi-per-auto-le-occasioni-per-il-risparmio-e-la-qualita-da-cogliere-in-rete/#respond Fri, 10 Aug 2018 18:13:33 +0000 http://www.criticamente.it/?p=20829 Quella di  ricercare in rete le occasioni di acquisto degli oggetti desiderati è oramai una tendenza consolidata che riguarda sempre più anche il mondo degli...

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Quella di  ricercare in rete le occasioni di acquisto degli oggetti desiderati è oramai una tendenza consolidata che riguarda sempre più anche il mondo degli automobilisti.  La ricerca non riguarda solo le automobili in senso stretto, ma anche singoli componenti, accessori  e ricambi.

D’altro canto, il lavoro del meccanico negli ultimi anni è cambiato drasticamente.  Intervenire per sostituire un componente in un’auto di recente produzione richiede competenze molto più complesse  rispetto anche solo al recente passato.

Ciononostante, e anche se gli italiani non sembrano mediamente  particolarmente  vocati per il  bricolage, anche nel nostro Paese il settore dei ricambi online sta conoscendo un exploit che vede una crescita stabilmente in doppia cifra da anni.   L’ampia disponibilità in rete di tutorial,  guide, soluzioni guidate ai problemi tecnici più o meno comuni,  rende sempre  più interessante la possibilità di eseguire autonomamente piccoli interventi, miglioramenti e riparazioni alla propria automobile.

Le parti dell’auto più acquistate online sono quelle più semplici da installare. Ovviamente le preferenze sono concentrate sugli accessori più comuni come tappetini , coprisedile e  copri volante, porta bibite,  tendine,  ma anche strumenti più impegnativi come barre porta tutto, porta sci,  porta bici, bauli esterni,   navigatori satellitari etc..  L’obiettivo dell’automobilista non è solo quello del risparmio;  in molti casi  c’è la voglia di acquistare pezzi unici e originali, che magari sono introvabili nei negozi tradizionali, sia che si tratti di auto di lusso, fino alle più popolari auto come Fiat, Ford e altre.

Uno dei principali portali del settore,  shopricambiauto24.it, ha analizzato le preferenze e le tendenze dei propri clienti.  Si tratta di prodotti trasversali  per complessità  e competenze  necessarie (filtri aria e olio, lubrificanti, tergicristalli,  lampade,  candele , etc.).  In genere, basta un minimo di manualità per risparmiare anche molto denaro.  E non mancano anche acquisti più tecnici, come componenti del motore,  dischi e pastiglie dei freni,  componenti elettroniche.

Questo è il segno che il mercato dei ricambi auto online, oltre ad essere frequentato da “meccanici amatoriali”  che puntano al risparmio ed al fai da te , è oramai un territorio in cui si muovono sempre più spesso anche meccanici e carrozzieri professionisti. In questo caso, la motivazione  è senza dubbio quella del contenimento dei costi (spinti verso il basso da un’ampia concorrenza), ma anche  la comodità di accedere ad un sistema di fornitura rapido, efficiente e personalizzato.

In questo contesto, è interessante  accennare anche al mercato delle auto da collezione, che si e’ significativamente ampliato negli anni 2000, fino a diventare una classe di investimento finanziario a pieno titolo.  Con una crescita di valore superiore al 350% in 10 anni, questo mercato é diventato una classe di investimento alternativa che risulta poco legata alle asset class tradizionali.  Chi si occupa di ristrutturare e riportare all’originale splendore mitiche auto del passato trova nel mercato dei ricambi online delle valide opportunità di fare affari, che possono procurare nel tempo degli ingenti guadagni.

Infine,  il mercato dei ricambi auto online, rappresenta il contesto dove reperire le più moderne e recenti tecnologie in grado di garantire affidabilità, durata e sicurezza alle nostre automobili, con prodotti sempre più all’avanguardia e concepiti per assistere l’automobilista nella prevenzione degli incidenti.  Si tratta di dispositivi elettronici che hanno la funzione di assistere il guidatore in caso di emergenza o pericolo e che è bene fare installare  da tecnici allo scopo specializzati.

 

 

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Earth Overshoot Day, una Terra in esaurimento http://www.criticamente.it/2018/08/02/earth-overshoot-day-una-terra-in-esaurimento/ http://www.criticamente.it/2018/08/02/earth-overshoot-day-una-terra-in-esaurimento/#respond Thu, 02 Aug 2018 07:58:14 +0000 http://www.criticamente.it/?p=20825 (Anna Romano, https://oggiscienza.it) Le risorse del pianeta non sono infinite, eppure le sfruttiamo ben più di quanto riescano a rigenerarsi: l’Earth Overshoot Day segna la...

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(Anna Romano, https://oggiscienza.it) Le risorse del pianeta non sono infinite, eppure le sfruttiamo ben più di quanto riescano a rigenerarsi: l’Earth Overshoot Day segna la data in cui la nostra impronta ecologica supera la biocapacità degli ambienti naturali.

Ci siamo già: oggi abbiamo consumato tutte le risorse che la Terra può rinnovare in un anno. L’Earth Overshoot Day è esattamente questo, la data calcolata dagli scienziati nella quale l’impronta ecologica dell’uomo supera la biocapacità degli ecosistemi; la data dalla quale non faremo che sovrasfruttare con il nostro Pianeta, accumulando un debito ecologico che non sarà per nulla semplice da ripagare. E una data che ha continuato ad anticiparsi dagli anni Settanta, quando abbiamo cominciato a calcolarla, a oggi.

Come si calcola?

L’Earth Overshoot Day è calcolato dal Global Footprint Network, un’organizzazione internazionale di ricerca che ogni anno aggiorna i dati e le metodologie per la valutazione. Per capire quanto la nostra specie pesi sulle risorse del Pianeta, il parametro usato è l’impronta ecologica, o ecological footprint, definita come l’area necessaria per fornire a ciascuno ciò di cui ha bisogno: il cibo, incluse le risorse ittiche, il legname e il cotone per il vestiario, lo spazio per la costruzione di strade e case, l’area forestale necessaria ad assorbire le emissioni di anidride carbonica…

Il confronto è, ovviamente, con quanto la Terra è dal canto suo in grado di offrire, un parametro indicato come “biocapacità” che indica la produzione mondiale annua di quegli stessi elementi o sistemi presi in considerazione per il calcolo dell’impronta ecologica.

Se quest’ultima supera la biocapacità, significa che stiamo superando le capacità produttive annuali prese in considerazione. “In parole povere, significa che non aspettiamo la fine dei 365 giorni per cominciare a sfruttare ciò che il pianeta non può rimpiazzare”, spiega a OggiScienza Gianfranco Bologna, direttore scientifico e Senior Advisor del WWF Italia.

“Il metodo dell’impronta ecologica è uno dei tanti che si tenta di usare per dare un’indicazione di quanto pesiamo sui sistemi naturali. Rappresenta una stima e scientificamente è stato molto dibattuto, perché è difficile riuscire a tenere conto di tutti i nostri interventi sul Pianeta: qualsiasi metodo che sia adottato per calcolarlo, la stima sarà inevitabilmente per difetto. E già così, permette di comprendere con immediatezza come, pur prendendo in considerazione solo alcuni elementi della pressione umana sulle risorse naturali, ne sottraiamo un quantitativo superiore, nell’arco dell’anno, di quelle che la natura stessa produce nello stesso periodo di tempo”.

E la differenza non è da poco. Al momento, infatti, il Global Footprint Network stima che stiamo consumando l’equivalente di 1,7 Terre. E per quanto riguarda l’Italia, se tutti vivessero come noi, il consumo salirebbe a 2,6 Terre e l’Earth Overshoot Day sarebbe addirittura il 24 maggio. Questo ci dice anche qualcos’altro di già noto, ma che vale sempre la pena ricordare: ci sono Paesi che consumano a scapito di altri.

Leggi tutto l’articolo su

https://oggiscienza.it/2018/08/01/earth-overshoot-day-2018/?utm_source=The+Vision+Newsletter&utm_campaign=c821f9f6e2-EMAIL_CAMPAIGN_2018_08_01_12_51&utm_medium=email&utm_term=0_85176ef4dd-c821f9f6e2-69921217

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AFRICA, CULLA DEL NEOLIBERISMO – Ilaria Bifarini http://www.criticamente.it/2018/07/31/africa-culla-del-neoliberismo-ilaria-bifarini/ http://www.criticamente.it/2018/07/31/africa-culla-del-neoliberismo-ilaria-bifarini/#respond Tue, 31 Jul 2018 19:43:40 +0000 http://www.criticamente.it/?p=20821 (tratto da https://www.byoblu.com) Ilaria Bifarini, blogger e autrice del libro “I coloni dell’austerity”, parla ai microfoni di Byoblu.com del legame fra neoliberismo, Africa e fenomeni...

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(tratto da https://www.byoblu.com) Ilaria Bifarini, blogger e autrice del libro “I coloni dell’austerity”, parla ai microfoni di Byoblu.com del legame fra neoliberismo, Africa e fenomeni migratori di massa: cosa possiamo imparare dall’esperienza africana? Chi sono i veri carnefici e le vere vittime della globalizzazione della povertà? Come possiamo distinguere le cause dagli effetti nelle politiche di austerity?


È attraverso la globalizzazione della povertà che questa economia, questo modello perverso  assolutamente autodistruttivo, oltre che antisociale, si sostiene.

Di nuovo con noi Ilaria Bifarini, buonasera e bentornata su Byoblu.com.

Grazie, grazie a voi e buonasera.

Dopo il grandissimo successo del primo video neoliberismo e manipolazione di massa, “I coloni dell’austerity” è il tuo nuovo libro, nel quale parli di Africa, migrazioni di massa e neoliberismo in un unico contenitore: vuoi spiegarci meglio? Come mai accosti questi tre fattori?

Perché le politiche di immigrazione di massa altro non sono che lo strumento che usa attualmente il neoliberismo per imporre la globalizzazione della povertà. Quello che è accaduto in Africa è quanto ora si sta riproponendo in Europa e in Occidente, attraverso le politiche neoliberiste dell’austerity.

Infatti la narrazione unica dominante attribuisce tutte le colpe del sottosviluppo endemico dell’Africa all’esperienza coloniale, creando una questione morale per cui l’accoglienza è un modo per sdebitarsi per quanto è accaduto in passato, come fosse una colpa da espiare. In realtà, a seguito della decolonizzazione (che nel mio libro indico come una falsa decolonizzazione), le politiche nazionaliste, che stavano prendendo piede attraverso, ad esempio, la sostituzione delle importazioni e dei tentativi di sviluppo dell’industria nascente locale e che avevano portato in Africa e in tutto il terzo mondo a una età d’oro (una crescita a livello locale e a livello di sviluppo socio-economico), vengono poi interrotte per l’irruzione delle politiche neoliberiste. Ciò accade attraverso uno strumento che hanno dato a tutti: è noto a noi in Occidente e soprattutto in Italia, ossia lo strumento del debito.

Dopo la crisi del debito infatti, avvenuta nel 1982 con il default dichiarato dello stato del Messico, vengono attuati e imposti da parte della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale i piani di aggiustamento strutturale, ossia dei piani che prevedono delle condizionalità per la concessione del debito. E’ esattamente quello che sta avvenendo ora in Europa: è di pochi giorni fa la notizia della revoca dei fondi a Stati come l’Ungheria, se non rispettano le condizioni che l’Europa vuole; scopriremo, attraverso lo studio e l’analisi della storia economica post coloniale, come sia stato proprio il terzo mondo, e in particolare l’Africa, la culla del neoliberismo.

Il mio libro non riguarda specificatamente l’Africa (perché non sono un’esperta di questo continente, sul quale esistono libri specifici dedicati alla materia), ma in realtà parla del neoliberismo, continuando lo studio che ho iniziato con il mio precedente libro “Neoliberismo e manipolazione di massa”. Questa volta mi concentro invece sul neoliberismo e le migrazioni di massa e studio il caso Africa, perché è proprio da quello che accade nel terzo mondo che possiamo valutare quale sarà il potenziale distruttivo delle politiche di austerity, sperimentate proprio lì in Africa che ora vengono attuate da noi in Occidente. Quindi l’Africa siamo noi: con 30 o 40 anni di ritardo sta succedendo esattamente quello che è già stato sperimentato nei Paesi del terzo mondo e che ne hanno impedito lo sviluppo economico; questa mancanza di avvio di uno sviluppo economico sta portando ai fenomeni migratori massivi, che esportano la povertà in occidente, attuando la globalizzazione della povertà, fine ultimo del neoliberismo, perché è il solo obiettivo e motivo di business economico e di speculazione.

Studiare quello che è accaduto in Africa e conoscere la sua storia può essere molto utile per evitare di incorrere nel disastro economico verso il quale ci siamo avviati con le attuali politiche neoliberiste e dell’austerity. Rilevo attraverso l’analisi dell’evoluzione del debito pubblico dei principali paesi di emigrazione, come la Nigeria e l’Etiopia, come le politiche di contenimento del debito pubblico degli ultimi decenni e in particolare se noi prendiamo il caso della Nigeria, uno dei principali Paesi di emigrazione, che presenta un debito pubblico del 15%, uno dei più bassi al mondo. Queste politiche di austerity sono la prova di come impoveriscano la popolazione e inibiscano definitivamnete lo sviluppo portino ad un aggravarsi delle disuguaglianze sociali ed economiche e per cui l’unica soluzione è quella dell’emigrazione e purtroppo è quanto accade anche da noi in Italia dove sempre più giovani sono costretti ad emigrare per cercare lavoro. Importiamo il frutto della disperazione del neoliberismo e allo stesso tempo ne siamo vittime: quindi l’Africa siamo noi e la globalizzazione della povertà è stata portata a compimento.

Quindi, secondo te, in Africa sono state sperimentate le tecniche neoliberiste, in parte, per poterle poi applicare qui e, in parte, per creare un fenomeno che crei ancora più difficoltà in Europa?

Addirittura c’è chi fa risalire la nascita del neoliberismo con il Washington Consensus, avvenuto nel 1989, con il quale vengono stabilite ed applicate le politiche neoliberiste nel terzo mondo e in Africa in particolare; il neoliberismo nasce come attuazione (non ideologicamente) nei Paesi del terzo mondo e in Africa ed è possibile anche risalire alla Shock Economy e al caso che ho già citato nel precedente video su Allende, il colpo di stato che porta Pinochet al potere e l’ascesa dei Chicago Boys.

In realtà attraverso queste politiche di privatizzazione e liberalizzazione incontrollata con un focus totale sull’ esportazione, tant’ è vero che in Africa si dice che la povertà, come affermano studiosi africani economisti del luogo, non è dovuta alla mancanza di risorse, ma alla sua esportazione: anziché consumare le risorse, vengono esportate e questo provoca fenomeni veramente paradossali.

Però le esportazioni, in un sistema equilibrato, creano ricchezza, se non ho capito male di tutto quello hanno detto fino ad oggi gli economisti, che abbiamo avuto con noi. Perché non sta succedendo questo?

In realtà non è così, perché un’economia che non tutela la propria industria locale e che non sviluppa innovazione e investimenti, ma si basa soltanto sulla esportazione di materie prime, come quello che accade alle ex colonie (basate su un tipo di modello che viene chiamato estrattivo), impedisce che ci sia una specializzazione del capitale umano, un’innovazione e un progresso; il Fondo Monetario Internazionale opera anche delle svalutazioni monetarie in questi Paesi, dove in buona parte dell’Africa esiste ancora una valuta coloniale, il Franco CFA, una delle forme più palesi dell’impero neocolonialista esercitata dalle attuali potenze finanziarie. Di recente c’è stato l’arresto dell’attivista panafricano Kemi Seba, che aveva osato strappare un Franco CFA, proprio per rivendicarne l’illegittimità.

Tutto questo ha impedito lo sviluppo economico dell’Africa, dove invece sono state sempre più poste come condizioni per ottenere prestiti, che servivano a ripagare il debito che, a sua volta, serviva per ripagare gli interessi sul debito; quindi l’Africa è finita sotto il tritacarne del debito e degli interessi sul debito, nel quale siamo poi finiti ora: per cui il caso Africa è un caso molto importante di studio economico per valutare quale sia il potenziale distruttivo della politica neoliberista, che stiamo attuando e subendo adesso, perché imposta dalla Troika. Qello che ha fatto il Fondo Monetario e la Banca Mondiale in Africa è ciò che ha fatto la Troika in Grecia: esiste un parallelismo evidente e davvero sconcertante.

Le migrazioni di massa come si inseriscono in questo contesto? Le migrazioni sono l’effetto della globalizzazione anche dei dei costumi; l’Africa sta vivendo una crescita demografica inarrestabile e, proprio per mancanza di politiche di sviluppo, non ha fatto quel percorso di transizione demografica che porta di solito i Paesi dallo stadio del sottosviluppo allo stadio dello sviluppo, per cui si prevede addirittura che entro il 2050 la popolazione africana raddoppierà, passando da 1,2 a 2,5 miliardi di individui: l’emigrazione viene vista come unica soluzione e possibilità, di fronte a una disuguaglianza sempre maggiore e a una povertà endemica, a cui non si non si pone fine. Questo porta a incentivare le speculazioni dietro alle ONG e ai traffici di migranti e addirittura il modello dell’emigrazione viene considerato un modello di sviluppo anche da molti economisti e studiosi mainstream.

In che senso viene considerato un modello di sviluppo?

E’ un modello di sviluppo nel senso che, emigrando e consentendo a un giovane della famiglia di emigrare, si fa si che, secondo questa teoria ipotetica, possa portare maggiori competenze nel proprio Paese, una volta tornato, attraverso un’integrazione lavorativa, che non ci sarà mai in Paesi come il nostro, dove il tasso di disoccupazione giovanile è ai massimi storici e tra i più alti in Europa.

Quindi in un sistema utopico il meccanismo dell’emigrazione da Paesi meno sviluppati a Paesi più sviluppati, dove non solo c’è piena occupazione, ma c’è anche bisogno di forza lavoro, diventa sostenibile?

Esatto, ma è sempre un modello irreale, ipotetico e fallace, proprio come quello su cui si basa il sistema neoliberista e che permetterebbe di portare a una crescita dell’economia locale dei Paesi di provenienza, attraverso le rimesse economiche, ossia i soldi che i giovani immigrati mandano alle famiglie di origine; tutto ciò porta invece a una grande speculazione dei servizi di trasferimento di denaro, perché le commissioni applicate sulle rimesse economiche africane verso l’Africa (10%) sono le più alte in assoluto: a monte c’è tutto un business, come quello dei prestiti per emigrare concessi da Brac (la più grande ONG al mondo), sui quali poi verranno applicati degli interessi e dei vincoli.

Le famiglie di origine accedono ai prestiti per poter espatriare e mandare all’estero i propri figli, imbarcarcandosi in questi viaggi della speranza per ritrovarsi di nuovo nella spirale del debito: ritorniamo ancora una volta all’essenza del neoliberismo, cioè tutto gira intorno al debito e alla speculazione, alla povertà e alla miseria, uniche fonti di guadagno di un’economia che ha perso il suo connotato di economia reale. Siamo di fronte all’economia della distruzione, della sofferenza e della povertà e, attraverso la globalizzazione della povertà, questo modello perverso e autodistruttivo, oltre che antisociale, si sostiene in questo modo: si impoveriscono di conseguenza i Paesi di accoglienza e si creano anche degli scontri sociali inevitabili là dove manca lo Stato Sociale per il nostro Paese, che è quello di maggiore approdo per le stesse politiche di austerity, che hanno già depredato l’Africa.

Lo Stato Sociale lascia i giovani senza una difesa, senza nessuna possibilità se non quella di emigrare e senza nessun supporto; al contrario Lo Stato Sociale, quindi l’assistenza, viene concesso a questi giovani immigrati, perché dietro c’è sempre il solito giro perverso di speculazione e questo non può che creare rabbia e frustrazione sociale di fronte a chi si trova in una situazione di sofferenza; ma questi scontri sociali sono scontri orizzontali intraclasse, che deviano il potenziale rivoluzionario e di ribellione, che sta dietro il malcontento della popolazione, verso un falso obiettivo, il famoso scontro tra poveri, per cui poi si ingenerano anche fenomeni di razzismo:  non dico che siano giustificabili, però sono comprensibili in uno scenario di questo tipo, dove il cittadino si sente discriminato rispetto all’immigrato e di conseguenza tende a colpevolizzare l’immigrato stesso, facendone un nemico. E questo è funzionale al sistema, perché permette la sopravvivenza di questa eterna speculazione sulla miseria e sul degrado sociale.

Ilaria, grazie mille per queste parole perché credo che ce ne sia molto bisogno: è molto difficile stare nel mezzo quando si parla di questo tema, perché o ti prendono per razzista o ti prendono per quello che vuole accogliere tutti; però in realtà non siamo neanche i primi a fare questi discorsi, partono proprio da lì questi ragionamenti e alcuni presidenti africani hanno fatto questi ragionamenti o sbaglio?

Esatto, prendo  le mosse da quello che è stato il primo presidente del Burkina Faso ex Alto Volta, il burkinese Thomas Isidore Noël Sankara (da molti considerato il Che Guevara africano), un vero eroe rivoluzionario dell’Africa, ma purtroppo viene poco conosciuto e viene poco divulgato dal mainstream. Thomas Sankara nel 1987, oltre 30 anni fa, davanti al organizzazione dell’Unione africana osò dire quello che economisti coraggiosi dicono soltanto oggi: “smaschererò l’inganno del debito … rimborsare o non rimborsare il debito non è una questione morale, non è una questione d’onore, perché se noi pagheremo probabilmente moriremo, se noi non pagheremo loro non moriranno, statene certi”.

Lui aveva previsto che queste sue parole così rivoluzionarie e provocatorie di fronte al mondo intero avrebbero avuto delle ripercussioni e aveva anche messo in conto di pagare con la morte il suo coraggio, tant’è vero che affermò: “probabilmente pagherò con la morte, ma dopo di me ci saranno altri, cento, mille Sankara”. Tre mesi dopo venne assassinato pare dal suo successore, Blaise Compaoré, appoggiato dai francesi e da forze internazionali, che portò avanti tutte le riforme neoliberiste a cui, coraggiosamente, Sankara si era sottratto, cercando in quel periodo e raggiungendo ottimi risultati per un Paese come il Burkina Faso, che è tra i più poveri al mondo, e cercando di portare e di far sviluppare un’economia nazionale e di produzione locale: era famosa la scena in cui mostrava il suo abito tradizionale cucito dalle donne burkinesi e tacciava invece di essere quasi ridicoli coloro che indossavano abiti americani di importazione; portò un grande contributo al sistema di infrastrutture e al sistema sanitario, facendo riuscire a vaccinare 3 milioni di bambini. Nonostante però abbia raggiunto ottimi risultati e fosse molto amato dal suo popolo, venne brutalmente stroncato.

E’ così che opera il neoliberismo e, ancora peggio, ad ammazzarlo doppiamente è stato il silenzio di un personaggio così importante e così eroico, che in pochi conoscono proprio, perché occultato da una narrazione dominante che preferisce addossare tutte le colpe della povertà e del sottosviluppo attuali e di questo continente così ricco di risorse al passato coloniale: dobbiamo sentirci in colpa noi stessi per quello che abbiamo fatto, dobbiamo colpevolizzare la vittima, così attraverso i nostri sensi di colpa possiamo accettare tutte le imposizioni da parte di queste forze, che operano in funzione del loro profitto attraverso l’imposizione delle politiche neoliberiste.

Visto che studi tanto questi argomenti, io spero che il prossimo libro sarà “La medicina al neoliberalismo” per capire quali siano le azioni che possiamo intraprendere per arginare questa questo scatafascio.

In realtà alla fine del libro offro anche delle soluzioni che sono sempre possibili, però dobbiamo innanzitutto prenderne consapevolezza, perché la conoscenza è fatta di interiorizzazione dei contenuti, non è fatta solo di informazione; una volta che noi prendiamo consapevolezza di come effettivamente il sistema operi e di come basterebbe poco per smascherarlo, allora possiamo anche pensare a delle soluzioni, però bisogna avere un quadro completo perché altrimenti si scambiano vittime con carnefici e cure con malattie, che quello che poi facciamo o con il fenomeno della migrazione di massa: dobbiamo accogliere perché loro non sono in grado di svilupparsi da soli o perché spesso c’è molto razzismo anche nei fanatici dell’accoglienza che quasi non vedono in questi giovani degli individui come loro, in grado di lavorare in grado di sviluppare una propria economia, una propria crescita e un proprio percorso di benessere.

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Gli Stati Uniti sono allarmati per l’influenza della Cina in Africa http://www.criticamente.it/2018/07/31/gli-stati-uniti-sono-allarmati-per-linfluenza-della-cina-in-africa/ http://www.criticamente.it/2018/07/31/gli-stati-uniti-sono-allarmati-per-linfluenza-della-cina-in-africa/#respond Tue, 31 Jul 2018 19:28:48 +0000 http://www.criticamente.it/?p=20819 Pechino sta realizzando una rete stradale unificata in Africa che collegherà Etiopia, Eritrea, Gibuti, Uganda, Kenya e Tanzania La prima base navale cinese all’estero ha...

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Pechino sta realizzando una rete stradale unificata in Africa che collegherà Etiopia, Eritrea, Gibuti, Uganda, Kenya e Tanzania

La prima base navale cinese all’estero ha fatto la sua comparsa a Gibuti nel 2017. Proprio lì è collocata anche la più grande base militare negli Stati Uniti in Africa, Camp Lemonnier, con 5.000 soldati.

Gibuti è un piccolo Paese sulla costa del Mar Rosso. Non ha minerali utilizzabili, la sua flora e fauna sono scarse. La principale risorsa di Gibuti, per il commercio con il mondo esterno, è la sua posizione geografica. Nel Paese sono stanziati non solo militari cinesi e americani, ma anche francesi, italiani, giapponesi, spagnoli, tedeschi e sauditi. La base militare cinese è la più grande (10mila militari).

Gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese competono per l’opportunità di consolidarsi in questa zona strategicamente importante. Gibuti è un’opportunità per controllare l’angusta imboccatura dello Stretto di Babel Mandeb, con una larghezza minima di 29 km. Lo Stretto collega il Mar Arabico dell’Oceano Indiano con il Mar Rosso e poi, attraverso il Canale di Suez, con il Mediterraneo.

Bab-el-Mandeb è un corridoio marittimo che dall’Europa conduce al Sud e all’Est asiatico. Attraverso di esso passano circa 4 milioni di barili di petrolio al giorno, principalmente dai Paesi del Golfo Persico. Una parte del petrolio viene consegnata in Europa per mezzo dell’oleodotto Su-Med (capacità di trasporto 2,5 milioni di barili al giorno), dalla costa del Canale di Suez verso l’UE, attraversando il Mediterraneo.

Gibuti è l’unico “accesso al mare” per l’Etiopia, che è ricca di risorse naturali, ma nell’entroterra. Dopo che la provincia etiopica dell’Eritrea ha dichiarato l’indipendenza nel 1993, dopo una lunga lotta armata, l’Etiopia ha perso il suo accesso alla costa del Mar Rosso. La Cina ha risolto il problema: nel 2016 ha costruito la ferrovia Addis Ababa – Porto Negad (Gibuti), del valore di 3,3 miliardi di dollari, ha aperto l’aeroporto internazionale di Gibuti, sta modernizzando Porto Negad per importare materie prime fornite dalle zone all’interno dell’Africa.

Porto Negad (Gibuti)

 

Allo stesso tempo, la Cina sta approfondendo le sue relazioni con l’Eritrea, ricca di oro, zinco, ferro, rame, potassio. Nel 2017 l’ambasciatore cinese in Eritrea, in una conferenza congiunta sulle prospettive di cooperazione bilaterale, nel quadro della nuova via della seta, ha detto: “L’importanza dell’Eritrea per il progetto risiede nella sua posizione privilegiata e strategica sul Mar Rosso.”

E solo sei mesi prima, gli esperti dell’American Atlantic Council, in una relazione speciale al Presidente Trump hanno indicato la necessità di riconsiderare urgentemente le relazioni con l’Eritrea, in vista della crescente influenza della Cina nella regione.

Dopo una serie di conflitti armati dell’Eritrea contro lo Yemen (1995), l’Etiopia (1998) e Gibuti (2008), e per aver prestato aiuto agli islamisti somali, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, con il sostegno degli Stati Uniti ha introdotto l’embargo per le forniture di armi all’Eritrea e sanzioni contro il governo eritreo.

Ora i consiglieri dell’amministrazione Trump affermano l’esatto contrario: non sono state trovate prove del sostegno agli islamisti somali da parte dell’Eritrea, dove la democrazia non è da meno che in altri Paesi, e di conseguenza le sanzioni devono essere rimosse. Tutta la colpa è dell’Etiopia, che ha male informato gli Stati Uniti, circa i legami del gruppo somalo, amichevole agli Eritrei,”Unione delle Corti Islamiche” (UCI) con “Al-Qaeda”.

Il Vicepresidente della Commissione militare centrale del Partito comunista della Repubblica Popolare Cinese, Fan Changlong, a bordo di una nave cinese a Gibuti

L’UCI è stato sconfitto dalle truppe governative somale con il sostegno dell’esercito etiopico nel 2006 e il gruppo terroristico Al-Shababha fatto la sua comparsa sui suoi resti. Gli Americani dicono: per la comparsa dei terroristi in Somalia sono da biasimare non gli stessi terroristi, ma le autorità dell’Etiopia, che hanno provocato la radicalizzazione della popolazione locale combattendo i terroristi! 

Marinai cinesi a Gibuti

Gli attacchi americani all’Etiopia sono direttamente collegati al desiderio di impedire l’accesso della Cina, da Gibuti ed Eritrea, alle zone interne dell’Africa e viceversa.

L’8 luglio 2018, il Presidente dell’Eritrea, Isaias Afewerki, è arrivato in Etiopia per la prima volta dopo 22 anni per firmare un accordo bilaterale su pace e cooperazione. È probabile che la riconciliazione tra Etiopia ed Eritrea non sia avvenuta senza l’assistenza della diplomazia cinese. A differenza di Washington, che è interessata a continuare il confronto etiopico-eritreo, la Cina ha bisogno di pace a livello locale.

Il raggruppamento territoriale Etiopia – Eritrea – Gibuti, secondo Pechino, dovrebbe essere un nodo per il trasporto e la logistica nella fornitura di merci cinesi verso il continente nero e di materie prime africane verso la Cina. L’avvio di questa rotta consentirà di risparmiare notevolmente sulla consegna di container per trasporto merci, provenienti da Shanghai a Gibuti e oltre, nel profondo dell’Africa.

Oggigiorno, la Cina è campione dell’importazione di beni etiopi e uno dei maggiori esportatori in Etiopia. Entro il 2020, Pechino prevede di completare la costruzione in Etiopia di 22.000. chilometri di strade e ferrovie, che verranno poi combinati in un’unica rete principale,della lunghezza di quasi 1100 km, che collega l’Etiopia con Eritrea, Gibuti, Uganda, Kenya, Tanzania.

Vladislav Gulevic

Fonte: https://www.fondsk.ru/

Link: https://www.fondsk.ru/news/2018/07/17/ssha-vstrevozheny-vlijaniem-kitaja-v-afrike-46463.html

17.07.2018

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da NICKAL88

 

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Basta con secchio e scopa, ora ci sono i robot lavapavimenti http://www.criticamente.it/2018/07/31/basta-con-secchio-e-scopa-ora-ci-sono-i-robot-lavapavimenti/ http://www.criticamente.it/2018/07/31/basta-con-secchio-e-scopa-ora-ci-sono-i-robot-lavapavimenti/#respond Tue, 31 Jul 2018 19:24:28 +0000 http://www.criticamente.it/?p=20816 A nessuno piace lavare i pavimenti. Dai secchi pieni di acqua sporca, alle fibre antigieniche dei mocio, si tratta di un lavoro intensivo che ha...

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A nessuno piace lavare i pavimenti. Dai secchi pieni di acqua sporca, alle fibre antigieniche dei mocio, si tratta di un lavoro intensivo che ha un disperato bisogno di un “aggiornamento”. Per fortuna, i robot lavapavimenti sono qui per semplificarti la vita. Tutto quello che devi fare è riempire il serbatoio, premere start e lasciare che facciano il lavoro al posto tuo. Alcuni di essi possono essere controllati dal telefono o con la voce, mentre altri addirittura raddoppiano e funzionano anche come aspirapolvere robot. Ecco alcuni consigli per acquistare il miglior robot lavapavimenti 2018.

Ibrido oppure no?

Generalmente i robot lavapavimenti sono accomunati da certe caratteristiche. Sono dotati di serbatoi da riempire di acqua e/o soluzione detergente e panni in microfibra che strofinano i pavimenti e raccolgono lo sporco. Sono inoltre dotati di sensori che li aiutano a navigare autonomamente attorno ai tuoi mobili.

I robot in genere sono disponibili in due versioni: monouso o ibrido. I mop monouso, non possono aspirare i pavimenti. Tuttavia, possono eseguire una pulizia a secco per liberare l’area prima che inizino a lavare.

Gli ibridi, come ci si potrebbe aspettare, possono lavare e aspirare. In genere hanno delle clip per i panni in microfibra, che vengono bagnati manualmente con acqua o una soluzione, prima di metterli in giro per casa.

Questi modelli ibridi sono in genere più costosi, ma hanno anche maggiori probabilità di avere funzioni come il controllo delle app tramite telefono, il controllo vocale tramite Assistant e persino l’interattività con altri dispositivi domestici intelligenti.

Il punto principale dei robot lavapavimenti, è lasciare che facciano il lavoro per te. Dover intervenire abbatte il loro reale scopo. A tal fine, è necessario capire se il robot è in grado di gestire diversi tipi di pavimento, come piastrelle e legno con la stessa facilità di un aspirapolvere 2000w. Controlliamo anche se è in grado di evitare di impigliarsi i tessuti come tappeti e moquette, o se è dotato di periferiche come pareti virtuali (o controllo app) per semplificare il lavoro.

Anche la durata della batteria è importante. Questo aspetto aiuterà a determinare quale robot dovresti scegliere in base alle dimensioni della tua casa. Più a lungo dura la batteria, meglio è per le case più grandi. Consideriamo che la durata della batteria di 60 minuti sia sufficiente per gli appartamenti di dimensioni medie e le abitazioni a un piano, sebbene idealmente ci piacerebbe vedere risultati più vicini ai 90 minuti. Per testare la durata della batteria, bisogna caricare completamente il robot prima di eseguire un ciclo di pulizia.

la programmazione è un altro fattore da prendere in considerazione. La maggior parte comporta il modo di ricarica del robot, la programmazione dell’ora di pulizia e il riempimento dei serbatoi dell’acqua. Ovviamente, vuoi che questi processi siano il più semplici possibile, altrimenti non compreresti un robot per svolgere le tue faccende. E mentre non tutti i robot sono dotati del controllo tramite app, i modelli ibridi spesso lo sono.

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Le verità di Marchionne, il silenzio della politica neoliberista http://www.criticamente.it/2018/07/26/le-verita-di-marchionne-il-silenzio-della-politica-neoliberista/ http://www.criticamente.it/2018/07/26/le-verita-di-marchionne-il-silenzio-della-politica-neoliberista/#respond Thu, 26 Jul 2018 19:30:45 +0000 http://www.criticamente.it/?p=20814 (tratto da http://www.libreidee.org) Agganciando il mercato americano con lo sbarco negli Usa attraverso la Chrysler, ha evitato che il tramonto storico della Fiat si trasformasse...

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Sergio Marchionne(tratto da http://www.libreidee.org)

Agganciando il mercato americano con lo sbarco negli Usa attraverso la Chrysler, ha evitato che il tramonto storico della Fiat si trasformasse in una catastrofe. Ha impedito quindi che l’Italia uscisse dal club dei produttori di auto, cioè da quella che nei decenni passati è stata anche un’aristocrazia operaia e sindacale, avanguardia di importanti diritti sociali. Il super-manager improvvisamente scomparso a 66 anni ha saputo guardare oltre l’orizzonte, lo piange Sergio Mattarella, trascurando lo scontro con la Fiom di Landini che a Marchionne contestò il drastico, brutale smantellamento dei diritti del lavoro, il prezzo (salatissimo) per rilanciare un marchio come l’Alfa Romeo da opporre al dominio tedesco, e per paracadutare la Jeep nel mercato cinese. Ma il problema di fondo – ripeteva Marchionne – è il declino della classe media: chi se la compra più, la Panda, se crolla il potere d’acquisto delle famiglie italiane? Interamente neoliberista il credo globale del salvatore provvisorio dell’ex Fiat: al mercato non si comanda, il lavoro sparisce e deve necessariamente emigrare là dove ci sono compratori. L’alternativa sarebbe una sola, la politica: e proprio la scomparsa della politica, fondata sull’investimento pubblico, ha scolpito la grandezza di Marchionne in un Occidente desolatamente solo e impoverito, esposto al ricatto finanziario dello spread – quello che decreta, anche, il tracollo delle vendite di auto in Europa e in Italia.

Coraggioso, spietato, infaticabile. Geniale, nel tornare a scommettere sul made in Italy valorizzando la nostalgia dell’italianità che fu. La morte prematura di Sergio Marchionne, scrive Nicola Berti sul “Sussidiario”, chiude in modo traumatico un pezzo di storia nazionale, non soltanto “l’era Marchionne” alla Fiat. Quest’ultima, rileva, non è più solo italiana da anni: Fca, Fiat Chrysler Automobiles, è una holding di diritto olandese con quartier generale a Detroit. La scomparsa del manager italo-canadese appare una tappa per molti versi conclusiva di 119 anni di storia della “Fabbrica Italiana Automobili Torino”. «Poco importa se, quando e come Fca procederà a un riassetto, peraltro già largamente annunciato con Marchionne ancora in vita e al comando. Ai mercati, sicuramente, interessa principalmente questo: le operazioni straordinarie che potranno puntellare il tonfo in Borsa degli ultimi giorni», osserva Berti. «L’area “Emea” di Fca – cioè la “vecchia Fiat” – verrà ceduta a un gigante orientale (la coreana Hyundai in testa – in questa fase geopolitica – su ogni alternativa cinese)? La “vecchia Chrysler” (affidata

al capo anglosassone della Jeep, Mike Manley) è pronta per essere incorporata in Ford o in Gm, comunque nell’America First trumpiana? La Ferrari – questa è l’unica certezza – resterà in Exor, la cassaforte familiare degli Agnelli».

Il sistema-Italia, naturalmente – aggiunge Berti – non può essere disinteressato al destino della piattaforma industriale di Melfi o delle residue attività di Mirafiori, della Cnh, della Comau o di Magneti Marelli, o anche della Juventus o della partecipazione nel polo editoriale Gedi. «Sono decine di migliaia di posti di lavoro, sono pezzi di Made in Italy. Ma c’è dell’altro con cui fare i conti e non sarà soltanto una questione per addetti ai lavori: analisti finanziari, uomini di governo, sindacalisti, editorialisti e storici». Il minuto di silenzio osservato in Parlamento per Marchionne non è stato fuori luogo: la “fine della Fiat” è un avvenimento civile per il paese. «Il vuoto di leadership lasciato dal Ceo scomparso in Fca è per molti versi il vuoto politico-economico lasciato dalla Fiat in Italia. Un vuoto che alcuni, non senza qualche ragione, misurano nei posti di lavoro bruciati negli ultimi decenni a Mirafiori: da oltre 50mila a poche migliaia. Ma questo – scrive sempre Berti – sarebbe al massimo tentare un bilancio (rozzo e riduttivo) del lungo tramonto Fiat: quello che proprio Marchionne ha evitato si trasformasse in un disastro, anche per l’azienda-Italia». Figlio di un maresciallo dei carabinieri emigrato in Canada e tornato a Torino per tenere a galla lo storico gruppo-leader del suo paese, Marchionne «lascia in eredità scelte di cambiamento che interpellano in fondo l’intero paese: i suoi cittadini di oggi e la loro memoria contemporanea».

Un paese, il nostro, per il quale “grande industria” e “automobile” sono state a lungo sinonimo di “Fiat”: la ricostruzione postbellica e il boom economico, la nascita della repubblica come democrazia di mercato, la motorizzazione di massa. Relazioni sindacali, dallo Statuto dei Lavoratori alla Marcia dei Quarantamila. In prima linea sempre loro, i metalmeccanici del Lingotto e di Mirafiori, «mentre Gianni Agnelli è stato per mezzo secolo una sorta di re senza corona, l’unico italiano che poteva davvero permettersi di girare il mondo non da emigrante, trattando alla pari con i potenti della politica e della finanza». Per Berti, il lascito storico di «un uomo che non ha fatto altro che lavorare duramente ogni giorno fino all’ultimo», appare scabro e spigoloso come il suo stile manageriale: «Marchionne ha detto all’Italia che nel ventunesimo secolo non avrebbe potuto più contare sulla mega-industria fordista e novecentesca». Sempre Marchionne, insiste Berti, ha detto all’Italia che la Fiat non era più un potere forte, e che l’Italia avrebbe dovuto cavarsela senza più poteri forti: «Per lui non c’era Mediobanca, non c’era il network mediatico, non c’era lobbismo politico». Finita l’epoca del posto di lavoro garantito: la crisi come emergenza reale, in un mondo ormai reso irriconoscibile dalla globalizzazione.

«Prima di porre domande a parole, Marchionne ha provato a dare risposte nei fatti», conclude Berti. «Le domande possono restare sgradevoli e le sue risposte possono essere contestate. Ma quelle domande e quelle risposte restano. E le ha poste lui». A rendere assordante il silenzio attorno a Marchionne, il mutismo della politica sottomessa al potere economico delle multinazionali finanziarizzate: purtroppo, dichiara Gioele Magaldi a “Colors Radio” in morte del grande manager, non è stato mai possibile condividere nulla, della drastica visione politica del condottiero della Fiat, tristemente segnata dalla rassegnazione “cosmica” al neoliberismo come sistema senza alternative. Negli anni Ottanta, prima che sull’Europa calasse il grande freddo, la Svezia di Olof Palme salvava aziende traballanti ingaggiando il potere finanziario dello Stato e coinvolgendo i lavoratori, trasformandoli in azionisti. Morto Palme, assassinato da killer tuttora ignoti (a trent’anni di distanza dall’agguato) non sono soltanto crollate le industrie tradizionali europee, ma anche e soprattutto gli Stati sovrani, dotati di facoltà finanziarie indipendenti dai mercati: così è finita la mitica classe media, che ha smesso di comparare anche le Panda di Marchionne fabbricate da operai messi alla frusta per non perdere il posto di lavoro. Risuonano nel silenzio, oggi, le dure verità che Marchionne ha snocciolato in mezzo alle bugie di una politica ridotta a trascurabile servitrice di poteri economici fortissimi e mercenari, senza più bandiere nazionali.

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Assicurazione vita per mutuo casa: non è obbligatoria, anche se non sempre le banche lo dicono http://www.criticamente.it/2018/07/26/assicurazione-vita-per-mutuo-casa-non-e-obbligatoria-anche-se-non-sempre-le-banche-lo-dicono/ http://www.criticamente.it/2018/07/26/assicurazione-vita-per-mutuo-casa-non-e-obbligatoria-anche-se-non-sempre-le-banche-lo-dicono/#respond Thu, 26 Jul 2018 19:23:12 +0000 http://www.criticamente.it/?p=20812 Quando si stipula un mutuo ci si concentra sull’entità del capitale da richiedere per poter acquistare l’immobile dei propri sogni e si trascurano quelli che...

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Quando si stipula un mutuo ci si concentra sull’entità del capitale da richiedere per poter acquistare l’immobile dei propri sogni e si trascurano quelli che sono i costi aggiuntivi, che spesso incidono in modo considerevole sulla determinazione della somma finale che deve essere richiesta alla banca erogante. Tolti quei costi che non possono essere proprio evitati, come le parcelle del notaio e le spese connesse a imposte da versare e certificazioni da richiedere o registrare, c’è una voce di spesa che è stata spesso oggetto di accese polemiche: l’assicurazione vita o multirischi che tutela il contraente, o i suoi eredi, in caso di morte, di malattia, di infortunio o di perdita del lavoro, in quei casi in cui, in pratica, non è possibile più far fronte al pagamento delle rate.

Il problema di queste polizze assicurative è che sono quasi sempre molto costose, incidono per un minimo del 2% fino ad un massimo del 12% sul capitale erogato, e non sempre rientrano nel budget che si ha a disposizione.

La polemica che fino a non molto tempo fa non accennava a spegnersi aveva la sua origine nel fatto che le banche vincolavano l’erogazione del finanziamento ipotecario alla sottoscrizione di una polizza di questo tipo, polizza che doveva essere sottoscritta presso l’agenzia assicurativa che faceva parte dello stesso gruppo bancario;  in pratica gli istituti di credito facevano passare per obbligatorio, o quantomeno talmente necessario da essere indispensabile, qualcosa che obbligatorio non è.

Il Decreto Concorrenza del 4 agosto 2017, approvato e diventato legge dopo tre anni di travagliato iter parlamentare, stabilisce con chiarezza che nessuna banca può vincolare l’erogazione del mutuo alla sottoscrizione di una polizza vita o multirischi. La norma va ancora oltre, poiché sancisce che anche la polizza “Incendio e Scoppio”, l’unica forma di assicurazione che è obbligatoria quando si stipula un mutuo, decisamente meno impegnativa, però, sotto il profilo economico, può essere sottoscritta dal cliente presso l’assicurazione che preferisce, lasciandogli la facoltà di scegliere ciò che è meglio per lui.

Detto questo, per ribadire un principio giuridico che spesso non si conosce e soddisfare la vocazione alla consapevolezza che la nostra testata giornalistica possiede, non possiamo, però, esimerci dal sottolineare quanto sottoscrivere una polizza multirischi sia molto utile, per non dire fondamentale, per tutelare il bene acquistato e i propri eredi. Viviamo, infatti, in un momento storico in cui la perdita del lavoro non è un’ipotesi così remota, e, purtroppo, la morte o l’invalidità permanente non possono essere escluse, neanche se l’intestatario dle mutuo è molto giovane e non considerato a rischio. Da aggiungere, infine, che la liberalizzazione del mercato assicurativo ha contribuito a rendere quest’ultimo decisamente più agile e conveniente e, quindi, il nostro consiglio resta quello di cercare, nelle infinite offerte che si trovano oggi anche online (consigli assicurazione mutuo acquisto casa su calcoloratamutuo.org), la soluzione migliore per le proprie esigenze, al fine di proteggere l’investimento chi ci si accinge a fare.

 

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Marina libica al Governo Conte: “Finalmente l’Italia si è svegliata” http://www.criticamente.it/2018/06/18/marina-libica-al-governo-conte-finalmente-litalia-si-e-svegliata/ http://www.criticamente.it/2018/06/18/marina-libica-al-governo-conte-finalmente-litalia-si-e-svegliata/#respond Mon, 18 Jun 2018 18:15:42 +0000 http://www.criticamente.it/?p=20808 di Stefano Rizzuti (da https://www.sapereeundovere.com/) La Marina libica si schiera dalla parte del governo italiano guidato da Giuseppe Conte: “Alla fine l’Italia ha preso una...

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di Stefano Rizzuti (da https://www.sapereeundovere.com/)

La Marina libica si schiera dalla parte del governo italiano guidato da Giuseppe Conte: “Alla fine l’Italia ha preso una decisione, alla fine si è svegliata dopo essere stata a lungo un centro di sversamento di migranti da parte del mondo”, commenta il portavoce del corpo che controlla la guardia costiera del Paese, Ayob Amr Ghasem.

La Marina libica commenta positivamente le decisioni del governo italiano sulla nave Aquarius con la chiusura dei porti e il divieto di attraccare per l’imbarcazione con a bordo 629 migranti.

“Grazie a Dio l’Italia si è finalmente svegliata, siamo molto contenti di questa decisione”, afferma il portavoce della Marina libica, Ayob Amr Ghasem, intervistato dall’Ansa. “Alla fine – commenta – l’Italia ha preso una decisione, alla fine si è svegliata dopo essere stata a lungo un centro di sversamento di migranti da parte del mondo”.

Il portavoce del corpo che controlla la guardia costiera libica sostiene l’Italia nella sua scelta, tanto da chiedere al governo di proseguire su questa strada: “L’Italia ha subito le malefatte dell’immigrazione clandestina, tutti i suoi misfatti, compreso evidentemente l’arrivo di terroristi.

Insistete su questa decisione, tenete testa alla Francia, alla Spagna e alle Ong”. E non risparmia, durante il suo colloquio con l’Ansa, un attacco esplicito ad alcune Ong: “Alcune organizzazioni non governative sono la lunga mano di altri soggetti in Europa e in Africa che compiono ‘riciclaggi’ e altre azioni illegali sotto la copertura della protezione dei migranti e dei diritti umani”.

Tornando sull’Italia, Ghasem spiega: “Raccoglierà i frutti della propria decisione anche attraverso la riduzione del numero di migranti che vengono dal sud: ciò avrà pure effetti positivi in Libia per quanto riguarda l’ingresso di migranti nel Paese”.

Compito dell’Italia, secondo il portavoce della Marina libica, sarà quello di “proseguire nel sostegno alla Libia nelle proprie scelte politiche, aiutandola a uscire dalla crisi politica dato che l’Italia è storicamente il Paese più vicino alla Libia”.

E sulla chiusura dei porti ai migranti ribadisce l’appello all’Italia: “La nostra seconda richiesta è di mantenere la vostra decisione”. Un’altra richiesta è quella di “sostenere la guardia costiera libica e levare l’embargo sulle armi affinché la Marina e le sue navi da guerra possano contrastare la migrazione illegale”. Fonte: fanpage.it

Tratto da: www.informarexresistere.fr

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Oggi lo shopping è diverso rispetto a vent’anni fa! Scopri come risparmiare online http://www.criticamente.it/2018/06/18/oggi-lo-shopping-e-diverso-rispetto-a-ventanni-fa-scopri-come-risparmiare-online/ http://www.criticamente.it/2018/06/18/oggi-lo-shopping-e-diverso-rispetto-a-ventanni-fa-scopri-come-risparmiare-online/#respond Mon, 18 Jun 2018 18:07:30 +0000 http://www.criticamente.it/?p=20805 Per qualsiasi prodotto, sono disponibili recensioni, informazioni, dettagli aggiuntivi e la possibilità di mettere a confronto i prezzi con un clic. Il tutto, 24 ore...

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Per qualsiasi prodotto, sono disponibili recensioni, informazioni, dettagli aggiuntivi e la possibilità di mettere a confronto i prezzi con un clic. Il tutto, 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. In questo modo, ci vuole davvero poco per diventare un consumatore esperto e assicurarsi di ottenere sempre il meglio dal proprio acquisto.

Tuttavia, potresti non sapere di tutti modi in cui internet ha reso lo shopping, l’intrattenimento, i ristoranti e le banche più economiche nel 21° secolo.

Ecco cinque modi per utilizzare “internet” per risparmiare denaro online e migliorare i tuoi profitti.

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  2. Confronto veloce dei negozi online – In passato, lo shopping comparativo si faceva passando tutto il pomeriggio al telefono con vari rivenditori o guidando per tutta la città in cerca dello stesso prodotto in vari negozi. Oggi, siti vari permettono di mettere a confronto i negozi online, cercando lo stesso prodotto, al prezzo migliore.
  3. Utilizza il cash back o i programmi di risparmio universitari – Prima di effettuare un qualsiasi acquisto online, verifica se puoi far “lavorare” i soldi per te. Ci sono siti dove puoi guadagnare fino al 25% di cash back sui tuoi acquisti. Devi semplicemente iniziare a fare acquisti su di essi, e i tuoi acquisti ti faranno guadagnare soldi. Altri, ti faranno risparmiare sulle tasse universitarie accumulando punti. Tutti, sono comunque ottimi modi per risparmiare online, facendo quello che fai di solito.
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  5. Valutazione dei prezzi dinamici – Alcuni siti web effettuano qualcosa noto come “prezzi dinamici”, il che significa che a diversi clienti vengono mostrati prezzi diversi a seconda della loro posizione geografica, della loro cronologia di navigazione e della richiesta del prodotto. In particolare, Amazon è nota per i suoi prezzi dinamici, che possono far fluttuare i prezzi fino al 15% nel corso di poche ore. Il sito Web CamelCamelCamel monitora i prezzi storici su Amazon e offre avvisi email quando i prezzi scendono. Inoltre, la cancellazione della cronologia di navigazione e dei cookie, l’uscita dalla posta elettronica e tutti i social media e il passaggio alla modalità di navigazione in incognito, possono aiutarti a ottenere il prezzo più equo possibile.

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