Il potere economico risulta il principe dei poteri Attualmente in Italia abbiamo, tra le altre, due grosse emergenze occupazionali, quella di Termini Imerese, e quella della Alcoa in Sardegna, e si parla di stabilimenti da chiudere per sempre.
Entrambe sono entita' multinazionali che rispondono a logiche di profitto in cui non si tiene in alcun conto il lato umano dei problemi, e quando decidono una ristrutturazione, una delocalizzazione, una chiusura, e' proprio inutile fare qualunque trattativa.
E' profondamente sbagliato da parte del movimento dei lavoratori invocare mediazioni governative o mobilitazioni sul territorio per decisioni che sono gia' state prese e con una probabilita' del 99% sono irrevocabili.
L'Alcoa (multinazionale americana dell'alluminio) sta gia' costruendo un enorme impianto in Arabia Saudita, dove ha energia a basso costo e lavoro di immigrati a buon mercato e niente e nessuno puo' imporle di rinunciare ai vantaggi della globalizzazione.
La Fiat, pur avendo avuto sovvenzioni statali per decenni, ha spostato il baricentro produttivo negli USA, li fara' le macchine elettriche del futuro.
Anche in questo caso e' il potere economico che risulta il principe dei poteri e la politica non conta nulla di fronte alla logica e alle decisioni del mercato.
Qui bisogna fare chiarezza: la globalizzazione, accettata e condivisa quasi da tutti, arricchisce le imprese che hanno mano libera nelle proprie scelte di portare all'estero la propria produzione, rincorrendo le eterne e vecchie cose che interessano ai padroni: manodopera a basso costo e sottomessa, materie prime a prezzi bassi.

Chi ha fatto e fa le spese della dittatura del mercato sono i salariati, diventati tutti precari ed insicuri Chi ha fatto e fa le spese della dittatura del mercato sono i salariati, diventati tutti precari ed insicuri ricattati da un mercato di riserva di immigrati pronti a prendere il loro posto, che danno il voto ai padroni della Lega cercando in tal modo di ottenere un occhio di riguardo per il futuro del loro lavoro.
Di fronte a questa situazione e alla assenza di un sindacato e di una sinistra, credo che l'unica strada percorribile sia quella di arrivare ad un sindacato unico dei lavoratori, autogestito da loro stessi, che chieda quella sicurezza di vivere dignitosamente, che deve essere data a tutti, superando l'istituto della cassa integrazione a scadenza, nella forma di un salario sociale per tutti i licenziati e i disoccupati, della entita' del 50% di un salario medio.
In uno stato capitalista e con la economia globalizzata non si puo' parlare di lavoro come diritto in un mercato instabile ed evanescente e, per non essere condannati alla totale precarieta' ed insicurezza, bisogna pretendere un contrappeso da ottenere con l'autogestione e la lotta dura.
In parole povere, se tu Stato non hai alcun potere sull'economia, che puo' fare quello che vuole, che rende i rapporti di lavoro instabili e precari, tu Stato devi prevedere un contrappeso finanziato dalla fiscalita' generale che diventi salario sociale per tutti i disoccupati.
Deve diventare un diritto come la pensione sociale e nessuno in un paese democratico deve essere lasciato nella disperazione e nell'abbandono.
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