COME RUBANO AI POVERI PER DARE AI RICCHI – Valerio Malvezzi

Valerio Malvezzi, professore di pianificazione finanziaria, parla di un “piano di occupazione delle banche italiane”, perché “non siamo affatto in crisi, ma in un cambiamento deliberato e pianificato di sistema economico, studiato a tavolino per indebitare il sistema privato e per polarizzare il sistema bancario sulla finanza al fine ultimo, chiaro e semplice, di trasferire la ricchezza dai poveri ai ricchi”.

3% sul deficit/Pil: «Parametro deciso in meno di un’ora, senza basi teoriche»

(di Vito Lops – http://www.ilsole24ore.com)

«La decisione di abolire l’Imu sulla prima casa va nella direzione opposta alle raccomandazioni» diceva lo scorso settembre il commissario europeo Olli Rehn intervenuto alla Camera aggiugendo che «se i piani di bilancio dell’Italia non risulteranno in linea con gli impegni presi con l’Ue, la Commissione ha il dovere di chiedere correzioni». Messaggio chiarissimo con altrettanto netto riferimento ai rischi di sforamento del paletto del 3% sul deficit/Pil, proprio quando l’Italia era appena uscita dalla procedura d’infrazione.

Un mese dopo, dato che le stime indicavano uno sforamento di uno o due decimi (3,1-3,2%) l’Italia è stata “costretta” ad aumentare l’Iva dal 21 al 22%, nonostante uno scenario di consumi calanti e nonostante questi rappresentino a tutt’oggi la prima voce del Prodotto interno lordo.

Ancora una volta è caduta la scure del parametro deficit/Pil che non può superare il 3%. Ma da dove nasce questo paletto che oggi condiziona più di ogni altro l’attività di governo (certo molto di più di quello sul debito/Pil al 60% a giudicare dal recente upgrade di Moody’s sull’Irlanda pur in presenza di un debito/Pil balzato nell’ultimo anno al 121%)?.

Il quotidiano tedesco «Frankfurter Allgemeine Zeitung» e prima ancora il francese «Aujourd’hui en France -Le Parisien» hanno svelato l’arcano, poi ripreso anche da molti blog. La soglia del 3% sul deficit/Pil è stata elaborata negli anni ’80 da un sconosciuto funzionario del governo di François Mitterand: Guy Abeille, ai tempi non ancora trentenne.

La storia è andata così. Dopo la vittoria alle elezioni del 1981 in Francia i socialisti guidati da Mitterand per mantenere le costose promesse elettorali avevano portato il deficit da 50 a 95 miliardi di franchi. Per “darsi una regolata” Mitterrand incaricò Pierre Bilger, a quel tempo vice direttore del dipartimento del Bilancio al ministero delle Finanze di implementare una regola per evitare spese pubbliche all’impazzata. Bilger contattò due giovani esperti che avevano una formazione economica e matematica all’Ensae: Roland de Villepin, un cugino del futuro primo ministro Dominique de Villepin e Guy Abeille.

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http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2014-01-29/parla-inventore-formula-3percento-deficitpil-parametro-deciso-meno-un-ora-102114.shtml?uuid=ABJHQ0s

Earth Overshoot Day, una Terra in esaurimento

(Anna Romano, https://oggiscienza.it) Le risorse del pianeta non sono infinite, eppure le sfruttiamo ben più di quanto riescano a rigenerarsi: l’Earth Overshoot Day segna la data in cui la nostra impronta ecologica supera la biocapacità degli ambienti naturali.

Ci siamo già: oggi abbiamo consumato tutte le risorse che la Terra può rinnovare in un anno. L’Earth Overshoot Day è esattamente questo, la data calcolata dagli scienziati nella quale l’impronta ecologica dell’uomo supera la biocapacità degli ecosistemi; la data dalla quale non faremo che sovrasfruttare con il nostro Pianeta, accumulando un debito ecologico che non sarà per nulla semplice da ripagare. E una data che ha continuato ad anticiparsi dagli anni Settanta, quando abbiamo cominciato a calcolarla, a oggi.

Come si calcola?

L’Earth Overshoot Day è calcolato dal Global Footprint Network, un’organizzazione internazionale di ricerca che ogni anno aggiorna i dati e le metodologie per la valutazione. Per capire quanto la nostra specie pesi sulle risorse del Pianeta, il parametro usato è l’impronta ecologica, o ecological footprint, definita come l’area necessaria per fornire a ciascuno ciò di cui ha bisogno: il cibo, incluse le risorse ittiche, il legname e il cotone per il vestiario, lo spazio per la costruzione di strade e case, l’area forestale necessaria ad assorbire le emissioni di anidride carbonica…

Il confronto è, ovviamente, con quanto la Terra è dal canto suo in grado di offrire, un parametro indicato come “biocapacità” che indica la produzione mondiale annua di quegli stessi elementi o sistemi presi in considerazione per il calcolo dell’impronta ecologica.

Se quest’ultima supera la biocapacità, significa che stiamo superando le capacità produttive annuali prese in considerazione. “In parole povere, significa che non aspettiamo la fine dei 365 giorni per cominciare a sfruttare ciò che il pianeta non può rimpiazzare”, spiega a OggiScienza Gianfranco Bologna, direttore scientifico e Senior Advisor del WWF Italia.

“Il metodo dell’impronta ecologica è uno dei tanti che si tenta di usare per dare un’indicazione di quanto pesiamo sui sistemi naturali. Rappresenta una stima e scientificamente è stato molto dibattuto, perché è difficile riuscire a tenere conto di tutti i nostri interventi sul Pianeta: qualsiasi metodo che sia adottato per calcolarlo, la stima sarà inevitabilmente per difetto. E già così, permette di comprendere con immediatezza come, pur prendendo in considerazione solo alcuni elementi della pressione umana sulle risorse naturali, ne sottraiamo un quantitativo superiore, nell’arco dell’anno, di quelle che la natura stessa produce nello stesso periodo di tempo”.

E la differenza non è da poco. Al momento, infatti, il Global Footprint Network stima che stiamo consumando l’equivalente di 1,7 Terre. E per quanto riguarda l’Italia, se tutti vivessero come noi, il consumo salirebbe a 2,6 Terre e l’Earth Overshoot Day sarebbe addirittura il 24 maggio. Questo ci dice anche qualcos’altro di già noto, ma che vale sempre la pena ricordare: ci sono Paesi che consumano a scapito di altri.

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https://oggiscienza.it/2018/08/01/earth-overshoot-day-2018/?utm_source=The+Vision+Newsletter&utm_campaign=c821f9f6e2-EMAIL_CAMPAIGN_2018_08_01_12_51&utm_medium=email&utm_term=0_85176ef4dd-c821f9f6e2-69921217

Gli Stati Uniti sono allarmati per l’influenza della Cina in Africa

Pechino sta realizzando una rete stradale unificata in Africa che collegherà Etiopia, Eritrea, Gibuti, Uganda, Kenya e Tanzania

La prima base navale cinese all’estero ha fatto la sua comparsa a Gibuti nel 2017. Proprio lì è collocata anche la più grande base militare negli Stati Uniti in Africa, Camp Lemonnier, con 5.000 soldati.

Gibuti è un piccolo Paese sulla costa del Mar Rosso. Non ha minerali utilizzabili, la sua flora e fauna sono scarse. La principale risorsa di Gibuti, per il commercio con il mondo esterno, è la sua posizione geografica. Nel Paese sono stanziati non solo militari cinesi e americani, ma anche francesi, italiani, giapponesi, spagnoli, tedeschi e sauditi. La base militare cinese è la più grande (10mila militari).

Gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese competono per l’opportunità di consolidarsi in questa zona strategicamente importante. Gibuti è un’opportunità per controllare l’angusta imboccatura dello Stretto di Babel Mandeb, con una larghezza minima di 29 km. Lo Stretto collega il Mar Arabico dell’Oceano Indiano con il Mar Rosso e poi, attraverso il Canale di Suez, con il Mediterraneo.

Bab-el-Mandeb è un corridoio marittimo che dall’Europa conduce al Sud e all’Est asiatico. Attraverso di esso passano circa 4 milioni di barili di petrolio al giorno, principalmente dai Paesi del Golfo Persico. Una parte del petrolio viene consegnata in Europa per mezzo dell’oleodotto Su-Med (capacità di trasporto 2,5 milioni di barili al giorno), dalla costa del Canale di Suez verso l’UE, attraversando il Mediterraneo.

Gibuti è l’unico “accesso al mare” per l’Etiopia, che è ricca di risorse naturali, ma nell’entroterra. Dopo che la provincia etiopica dell’Eritrea ha dichiarato l’indipendenza nel 1993, dopo una lunga lotta armata, l’Etiopia ha perso il suo accesso alla costa del Mar Rosso. La Cina ha risolto il problema: nel 2016 ha costruito la ferrovia Addis Ababa – Porto Negad (Gibuti), del valore di 3,3 miliardi di dollari, ha aperto l’aeroporto internazionale di Gibuti, sta modernizzando Porto Negad per importare materie prime fornite dalle zone all’interno dell’Africa.

Porto Negad (Gibuti)

 

Allo stesso tempo, la Cina sta approfondendo le sue relazioni con l’Eritrea, ricca di oro, zinco, ferro, rame, potassio. Nel 2017 l’ambasciatore cinese in Eritrea, in una conferenza congiunta sulle prospettive di cooperazione bilaterale, nel quadro della nuova via della seta, ha detto: “L’importanza dell’Eritrea per il progetto risiede nella sua posizione privilegiata e strategica sul Mar Rosso.”

E solo sei mesi prima, gli esperti dell’American Atlantic Council, in una relazione speciale al Presidente Trump hanno indicato la necessità di riconsiderare urgentemente le relazioni con l’Eritrea, in vista della crescente influenza della Cina nella regione.

Dopo una serie di conflitti armati dell’Eritrea contro lo Yemen (1995), l’Etiopia (1998) e Gibuti (2008), e per aver prestato aiuto agli islamisti somali, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, con il sostegno degli Stati Uniti ha introdotto l’embargo per le forniture di armi all’Eritrea e sanzioni contro il governo eritreo.

Ora i consiglieri dell’amministrazione Trump affermano l’esatto contrario: non sono state trovate prove del sostegno agli islamisti somali da parte dell’Eritrea, dove la democrazia non è da meno che in altri Paesi, e di conseguenza le sanzioni devono essere rimosse. Tutta la colpa è dell’Etiopia, che ha male informato gli Stati Uniti, circa i legami del gruppo somalo, amichevole agli Eritrei,”Unione delle Corti Islamiche” (UCI) con “Al-Qaeda”.

Il Vicepresidente della Commissione militare centrale del Partito comunista della Repubblica Popolare Cinese, Fan Changlong, a bordo di una nave cinese a Gibuti

L’UCI è stato sconfitto dalle truppe governative somale con il sostegno dell’esercito etiopico nel 2006 e il gruppo terroristico Al-Shababha fatto la sua comparsa sui suoi resti. Gli Americani dicono: per la comparsa dei terroristi in Somalia sono da biasimare non gli stessi terroristi, ma le autorità dell’Etiopia, che hanno provocato la radicalizzazione della popolazione locale combattendo i terroristi! 

Marinai cinesi a Gibuti

Gli attacchi americani all’Etiopia sono direttamente collegati al desiderio di impedire l’accesso della Cina, da Gibuti ed Eritrea, alle zone interne dell’Africa e viceversa.

L’8 luglio 2018, il Presidente dell’Eritrea, Isaias Afewerki, è arrivato in Etiopia per la prima volta dopo 22 anni per firmare un accordo bilaterale su pace e cooperazione. È probabile che la riconciliazione tra Etiopia ed Eritrea non sia avvenuta senza l’assistenza della diplomazia cinese. A differenza di Washington, che è interessata a continuare il confronto etiopico-eritreo, la Cina ha bisogno di pace a livello locale.

Il raggruppamento territoriale Etiopia – Eritrea – Gibuti, secondo Pechino, dovrebbe essere un nodo per il trasporto e la logistica nella fornitura di merci cinesi verso il continente nero e di materie prime africane verso la Cina. L’avvio di questa rotta consentirà di risparmiare notevolmente sulla consegna di container per trasporto merci, provenienti da Shanghai a Gibuti e oltre, nel profondo dell’Africa.

Oggigiorno, la Cina è campione dell’importazione di beni etiopi e uno dei maggiori esportatori in Etiopia. Entro il 2020, Pechino prevede di completare la costruzione in Etiopia di 22.000. chilometri di strade e ferrovie, che verranno poi combinati in un’unica rete principale,della lunghezza di quasi 1100 km, che collega l’Etiopia con Eritrea, Gibuti, Uganda, Kenya, Tanzania.

Vladislav Gulevic

Fonte: https://www.fondsk.ru/

Link: https://www.fondsk.ru/news/2018/07/17/ssha-vstrevozheny-vlijaniem-kitaja-v-afrike-46463.html

17.07.2018

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da NICKAL88

 

Le verità di Marchionne, il silenzio della politica neoliberista

Sergio Marchionne(tratto da http://www.libreidee.org)

Agganciando il mercato americano con lo sbarco negli Usa attraverso la Chrysler, ha evitato che il tramonto storico della Fiat si trasformasse in una catastrofe. Ha impedito quindi che l’Italia uscisse dal club dei produttori di auto, cioè da quella che nei decenni passati è stata anche un’aristocrazia operaia e sindacale, avanguardia di importanti diritti sociali. Il super-manager improvvisamente scomparso a 66 anni ha saputo guardare oltre l’orizzonte, lo piange Sergio Mattarella, trascurando lo scontro con la Fiom di Landini che a Marchionne contestò il drastico, brutale smantellamento dei diritti del lavoro, il prezzo (salatissimo) per rilanciare un marchio come l’Alfa Romeo da opporre al dominio tedesco, e per paracadutare la Jeep nel mercato cinese. Ma il problema di fondo – ripeteva Marchionne – è il declino della classe media: chi se la compra più, la Panda, se crolla il potere d’acquisto delle famiglie italiane? Interamente neoliberista il credo globale del salvatore provvisorio dell’ex Fiat: al mercato non si comanda, il lavoro sparisce e deve necessariamente emigrare là dove ci sono compratori. L’alternativa sarebbe una sola, la politica: e proprio la scomparsa della politica, fondata sull’investimento pubblico, ha scolpito la grandezza di Marchionne in un Occidente desolatamente solo e impoverito, esposto al ricatto finanziario dello spread – quello che decreta, anche, il tracollo delle vendite di auto in Europa e in Italia.

Coraggioso, spietato, infaticabile. Geniale, nel tornare a scommettere sul made in Italy valorizzando la nostalgia dell’italianità che fu. La morte prematura di Sergio Marchionne, scrive Nicola Berti sul “Sussidiario”, chiude in modo traumatico un pezzo di storia nazionale, non soltanto “l’era Marchionne” alla Fiat. Quest’ultima, rileva, non è più solo italiana da anni: Fca, Fiat Chrysler Automobiles, è una holding di diritto olandese con quartier generale a Detroit. La scomparsa del manager italo-canadese appare una tappa per molti versi conclusiva di 119 anni di storia della “Fabbrica Italiana Automobili Torino”. «Poco importa se, quando e come Fca procederà a un riassetto, peraltro già largamente annunciato con Marchionne ancora in vita e al comando. Ai mercati, sicuramente, interessa principalmente questo: le operazioni straordinarie che potranno puntellare il tonfo in Borsa degli ultimi giorni», osserva Berti. «L’area “Emea” di Fca – cioè la “vecchia Fiat” – verrà ceduta a un gigante orientale (la coreana Hyundai in testa – in questa fase geopolitica – su ogni alternativa cinese)? La “vecchia Chrysler” (affidata

al capo anglosassone della Jeep, Mike Manley) è pronta per essere incorporata in Ford o in Gm, comunque nell’America First trumpiana? La Ferrari – questa è l’unica certezza – resterà in Exor, la cassaforte familiare degli Agnelli».

Il sistema-Italia, naturalmente – aggiunge Berti – non può essere disinteressato al destino della piattaforma industriale di Melfi o delle residue attività di Mirafiori, della Cnh, della Comau o di Magneti Marelli, o anche della Juventus o della partecipazione nel polo editoriale Gedi. «Sono decine di migliaia di posti di lavoro, sono pezzi di Made in Italy. Ma c’è dell’altro con cui fare i conti e non sarà soltanto una questione per addetti ai lavori: analisti finanziari, uomini di governo, sindacalisti, editorialisti e storici». Il minuto di silenzio osservato in Parlamento per Marchionne non è stato fuori luogo: la “fine della Fiat” è un avvenimento civile per il paese. «Il vuoto di leadership lasciato dal Ceo scomparso in Fca è per molti versi il vuoto politico-economico lasciato dalla Fiat in Italia. Un vuoto che alcuni, non senza qualche ragione, misurano nei posti di lavoro bruciati negli ultimi decenni a Mirafiori: da oltre 50mila a poche migliaia. Ma questo – scrive sempre Berti – sarebbe al massimo tentare un bilancio (rozzo e riduttivo) del lungo tramonto Fiat: quello che proprio Marchionne ha evitato si trasformasse in un disastro, anche per l’azienda-Italia». Figlio di un maresciallo dei carabinieri emigrato in Canada e tornato a Torino per tenere a galla lo storico gruppo-leader del suo paese, Marchionne «lascia in eredità scelte di cambiamento che interpellano in fondo l’intero paese: i suoi cittadini di oggi e la loro memoria contemporanea».

Un paese, il nostro, per il quale “grande industria” e “automobile” sono state a lungo sinonimo di “Fiat”: la ricostruzione postbellica e il boom economico, la nascita della repubblica come democrazia di mercato, la motorizzazione di massa. Relazioni sindacali, dallo Statuto dei Lavoratori alla Marcia dei Quarantamila. In prima linea sempre loro, i metalmeccanici del Lingotto e di Mirafiori, «mentre Gianni Agnelli è stato per mezzo secolo una sorta di re senza corona, l’unico italiano che poteva davvero permettersi di girare il mondo non da emigrante, trattando alla pari con i potenti della politica e della finanza». Per Berti, il lascito storico di «un uomo che non ha fatto altro che lavorare duramente ogni giorno fino all’ultimo», appare scabro e spigoloso come il suo stile manageriale: «Marchionne ha detto all’Italia che nel ventunesimo secolo non avrebbe potuto più contare sulla mega-industria fordista e novecentesca». Sempre Marchionne, insiste Berti, ha detto all’Italia che la Fiat non era più un potere forte, e che l’Italia avrebbe dovuto cavarsela senza più poteri forti: «Per lui non c’era Mediobanca, non c’era il network mediatico, non c’era lobbismo politico». Finita l’epoca del posto di lavoro garantito: la crisi come emergenza reale, in un mondo ormai reso irriconoscibile dalla globalizzazione.

«Prima di porre domande a parole, Marchionne ha provato a dare risposte nei fatti», conclude Berti. «Le domande possono restare sgradevoli e le sue risposte possono essere contestate. Ma quelle domande e quelle risposte restano. E le ha poste lui». A rendere assordante il silenzio attorno a Marchionne, il mutismo della politica sottomessa al potere economico delle multinazionali finanziarizzate: purtroppo, dichiara Gioele Magaldi a “Colors Radio” in morte del grande manager, non è stato mai possibile condividere nulla, della drastica visione politica del condottiero della Fiat, tristemente segnata dalla rassegnazione “cosmica” al neoliberismo come sistema senza alternative. Negli anni Ottanta, prima che sull’Europa calasse il grande freddo, la Svezia di Olof Palme salvava aziende traballanti ingaggiando il potere finanziario dello Stato e coinvolgendo i lavoratori, trasformandoli in azionisti. Morto Palme, assassinato da killer tuttora ignoti (a trent’anni di distanza dall’agguato) non sono soltanto crollate le industrie tradizionali europee, ma anche e soprattutto gli Stati sovrani, dotati di facoltà finanziarie indipendenti dai mercati: così è finita la mitica classe media, che ha smesso di comparare anche le Panda di Marchionne fabbricate da operai messi alla frusta per non perdere il posto di lavoro. Risuonano nel silenzio, oggi, le dure verità che Marchionne ha snocciolato in mezzo alle bugie di una politica ridotta a trascurabile servitrice di poteri economici fortissimi e mercenari, senza più bandiere nazionali.

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