Il contagio del terrore

Sarebbe facile liquidare il fenomeno parlando di “qualche esaltato”, di furbastri in cerca di visibilità o di semplici poveracci che esagerano i toni senza rendersi conto di cosa stiano dicendo. Io non ritengo questo riassuma né renda giustizia al fenomeno.
La mia ipotesi è che si tratti, fondamentalmente, di individui terrorizzati.
Individui che hanno creduto alle immaginarie epidemie inventate dal Ministro della Salute Lorenzin (e diamine, sarebbe anche logico poter credere a ciò che dice un Ministro della Salute, no?). Epidemie immaginarie ma rilanciate e sostenute a spada tratta da riviste, quotidiani, telegiornali. E non è un gioco di questi ultimi anni, sia chiaro: il terrore della pandemia viene fomentato da un pezzo: SARS, AVIARIA, PESTE SUINA, H5N5, EBOLA… Ogni allarme sanitario scatena la fantasia dei media e offre infinite opzioni di mercato: vaccini, farmaci, contratti da favola per le case farmaceutiche.
Vorrei spendere due parole riguardo alle sempre più comuni espressioni di rancore, rabbia e persino odio che ricorrono, scoppiettando come popcorn in giro per la rete, nei confronti di scienziati, medici o anche persone comuni che espongano opinioni in qualche modo dubbiose o critiche rispetto all’ortodossia del “credo comune”.
Sì, certo, il fenomeno degli “haters” non è roba nuova, esiste da quando esiste la rete. Ma se nei primi anni si limitava a infiammare singole discussioni (le famose “flames”), oggi è diventato endemico e rivendica un proprio spazio, manifestandosi anche in espressioni a sé stanti, in articoli al vetriolo, commenti feroci, scellerate minacce pubbliche di violenza e persino di morte.
Sarebbe facile liquidare il fenomeno parlando di “qualche esaltato”, di furbastri in cerca di visibilità o di semplici poveracci che esagerano i toni senza rendersi conto di cosa stiano dicendo. Io non ritengo questo riassuma né renda giustizia al fenomeno.
La mia ipotesi è che si tratti, fondamentalmente, di individui terrorizzati.
Individui che hanno creduto alle immaginarie epidemie inventate dal Ministro della Salute Lorenzin (e diamine, sarebbe anche logico poter credere a ciò che dice un Ministro della Salute, no?). Epidemie immaginarie ma rilanciate e sostenute a spada tratta da riviste, quotidiani, telegiornali. E non è un gioco di questi ultimi anni, sia chiaro: il terrore della pandemia viene fomentato da un pezzo: SARS, AVIARIA, PESTE SUINA, H5N5, EBOLA… Ogni allarme sanitario scatena la fantasia dei media e offre infinite opzioni di mercato: vaccini, farmaci, contratti da favola per le case farmaceutiche.
Così come hanno creduto all’assedio del terrorismo, senza che nessuno spiegasse loro sia che le probabilità di finire coinvolti in un attentato sono inferiori a quelle di venire colpiti da un fulmine, sia che questi fanatici terroristi sono stati finanziati, addestrati e armati proprio da noi. Hanno creduto all’inevitabilità delle crisi economiche, che calano come piaghe bibliche e azzerano risparmi, pensioni, welfare, servizi, colpendo l’occupazione, richiedendo sacrifici sempre maggiori e rendendo incerto ogni futuro. Nessuno gli ha spiegato che le regole dell’economia le abbiamo inventate noi, e che potremmo modificarle quando e come vogliamo, in modo da non dover subire questi disagi. Peccato che facciano comodo a chi queste regole tiene saldamente in pugno, e dunque col cavolo che vengono messe in discussione. Hanno creduto alla idea balzana che la Russia abbia “invaso” l’Ucraina, quando lo Stato Ucraino è in effetti controllato da un governo instaurato con un golpe finanziato da un miliardario americano, un governo che usa truppe neonaziste per condurre operazioni di pulizia etnica, un governo sostenuto dalla Santa Unione Europea. Hanno creduto alla scemenza che la Russia abbia usato dei fantomatici hacker per “truccare” le Libere Elezioni Americane. Hanno creduto al sotteso che la Russia stia pianificando di invadere l’Europa.
La paura è un motore enorme e potentissimo, che viene riempito di benzina giorno e notte da decenni. La paura vende: vende prodotti per la sicurezza, vende sostegno politico, vende accettazione per leggi liberticide, vende altra paura. Tutti coloro che ne hanno occasione, sperano di usarne un po’ per fare affari. Se siete terrorizzati da una epidemia, comprerete questi farmaci e questi vaccini senza nemmeno domandarvi a che cosa poi servano. Se siete spaventati dal terrorismo, accetterete senza fiatare leggi che restringano le vostre libertà in favore di chi vuole fare affari senza dover chiedere il permesso ai parlamenti. Se siete angosciati dal futuro economico, accetterete dalle banche prestiti a tassi da strozzini, con clausole da strozzini, e nemmeno fiaterete mentre per “fermare la crisi” vi sbattono in cassa integrazione, vi alzano le tasse e vi tagliano i servizi per riempire le casse delle stesse “povere” banche. E le masse di coloro che ancora hanno fiducia, che ancora credono a quel che viene loro imboccato dai media, vivono affogando quotidianamente fino alle orecchie in ogni tipo di terrore possibile.
Ma quando si vive immersi in terrori immaginari, diventa fisiologico cercare un capro da sacrificare agli dei della Brughiera per invocare clemenza e protezione. E quali capri espiatori sono più adatti di coloro che mettono in dubbio questo stesso castello di angosce prefabbricate? L’investimento motivo fatto da chi *crede* in queste bugie è enorme, lo sforzo per tenere strette le chiappe altrettanto enorme. Sentire o leggere qualcuno che mette in dubbio ve ne sia motivo, che ve ne sia mai stato realmente un motivo, è una minaccia tremenda, una offesa sanguinante che reclama vendetta.
Ed ecco perché così tante persone altrimenti ragionevoli, altrimenti intelligenti, scattano con frasi e gesti di rabbia e odio del tutto incredibili, del tutto privi di una apparente motivazione.
Qualche spacciatore di finte paure ha scritto di recente, parafrasando Goya, che il sonno della ragione genera “troll”. Io ritengo sia esattamente l’opposto: è il costante produrre, diffondere, condividere terrori immaginari a generare mostruosità. Forse, semplicemente, è più facile immaginare orrori fuori di noi che guardare, con onestà, agli orrori che dentro noi stessi coltiviamo.
Stefano Re 2017
tratto da: https://www.facebook.com/notes/stefano-re/il-contagio-del-terrore/10155654355729479/

Qual è la soluzione al lavoro coatto? Alla vita frenetica e stressante?

“Se tutti lavorassero per il proprio pane e niente più, ci sarebbe abbastanza cibo e
tempo libero per tutti…
I nostri bisogni si ridurrebbero al minimo,
il nostro cibo si semplificherebbe.
Allora mangeremmo per vivere, anziché vivere per mangiare.”
Mohandas Gandhi

L’essere umano del futuro non lavorerà più di quattro ore al giorno, produrrà il necessario e nulla più, si nutrirà in modo naturale e sarà particolarmente creativo, si farà il pane in casa così come il sapone e lo shampoo, preferirà l’aria aperta alla tv e avrà centinaia di amici, con le mani costruirà ogni cosa gli sia utile, re-imparerà l’arte della solidarietà e in questo modo non temerà più nessuna crisi economica, nessuna recessione, nessun debito pubblico, nessun pignoramento dei propri beni, perché saprà che ci sarà sempre qualcuno disposto ad aiutarlo nel momento del bisogno…

L’essere umano di domani non consegnerà il futuro dei propri figli nelle mani delle istituzioni, perché la sua comunità sarà la sua scuola, verrà insegnato ai bambini innanzitutto a divenire consapevoli, compassionevoli, rispettosi e intelligenti, e si stimolerà in tutti i modi possibile la loro creatività e il loro entusiasmo, non ci sarà più un’unica limitata visione del mondo, ma milioni di visioni del mondo differenti.

Non esisterà più la rozza coscienza di gruppo o peggio ancora, quella della folla, ma singole e potenti coscienze individuali, tutte indirizzate al benessere dell’intera umanità, intenzionate a raggiungere le vette spirituali dell’anima, in ogni dove si insegnerà a perseguire la felicità e non più la ricchezza, le malattie verranno accompagnate da lunghi giorni di riposo e il sole tornerà a determinare la durate delle giornate, sveglia e orologi verranno usati solo come vecchi soprammobili d’antiquariato.

Tutto quello che dobbiamo fare è semplicemente rallentare i nostri ritmi, fare del sonno una buona medicina e non più un pit stop tra un dovere e l’altro, se per tutta la vita ci siamo allenati ad andare di fretta, ora è giunto il momento di re-imparare a camminare lentamente, respirando con calma e godendo del presente, ma per giungere a tutto questo bisogna ovviamente partire dalle piccole cose.

Se anche voi credete che lavorare otto ore al giorno, sei giorni su sette, cinquanta settimane su cinquantadue, sia davvero troppo, allora impegnatevi fin da subito a crearvi la soluzione.
Avete capito bene, C-R-E-A-R-V-I la soluzione, perché non ci sarà nessuno disposto a farlo per voi.

L’errore che molte persone fanno è quello di credere che la soluzione ai loro problemi si possa trovare con la stessa facilità con cui si va al supermercato a fare la spesa o standosene seduti comodamente sul divano di casa, no, non è così, ognuno di noi lotta per raggiungere l’equilibrio e la felicità e questa lotta è costante fino a quando non capiremo tutti assieme che aiutarsi a vicenda richiede cento volte meno sforzo che compiere azioni individuali.

Prima cosa, cominciate a lamentarvi delle vostre catene con i vostri colleghi, i vostri amici e la vostra famiglia, in questo modo scoprirete che moltissime persone attorno a voi non hanno la minima idea di avere la catena al piede da una vita.

Seconda cosa, gettate il seme del cambiamento.

Ovviamente molti vi risponderanno che lavorare tanto è giusto, che otto ore tutto sommato sono ancora poche e che basta la domenica per riposarsi, poi, pian piano, si accorgeranno che avevate ragione e finalmente comprenderanno anche loro l’importanza del tempo.

Cosa importantissima, non arrendetevi davanti a chi vi dice:
“Cosi stanno le cose e tu non ci puoi fare niente.”

Se loro si danno già per sconfitti è un problema loro non tuo.

Vogliono rimanere schiavi per il resto della loro vita?
Bene, lasciateli in pace, per loro non c’è speranza!
Dopo che avete cominciato a parlarne, noterete con il passare del tempo che sarete sempre più convinti di ciò che dite e di ciò pensate, a quel punto concentrate tutte le vostre energie nel crearvi la soluzione.

Pensate bene a cosa vi piacerebbe fare nella vita, senza soffermarvi troppo a pensare a quanti soldi guadagnerete con il lavoro che desiderate fare. Mettete sempre al primo posto la vostra felicità che il denaro.

Quando avrete le idee chiare, perseguitate quell’obiettivo come un traguardo da raggiungere e correte verso di esso come aveste una palla di fuoco alle spalle che vi rincorre. Se arrivate a questo traguardo, sarete già a buon punto, ma potete fare ancora di meglio.

Il prossimo passo cui aspirerete, sarà quello di avere un lavoro in proprio, senza padroni. Dipendere da un lavoro salariato, cosa comune di questi tempi, ci da si da una parte sicurezza, ma dall’altra ci toglie ogni possibilità di provvedere a noi stessi.

Noi non abbiamo bisogno di più lavoro, ma di più umanità. 

Non possiamo sperare di vivere bene, alimentando un sistema basato sullo sfruttamento. Ovviamente se decidete di non avere padroni almeno nel lavoro, dovrete fare i conti con il potere, che farà di tutto per rendervi la vita difficile, tassandovi l’impossibile pur di azzannare il vostro osso.

Questo è l’ostacolo più grosso che dovrete affrontare per raggiungere il vostro traguardo. Se poi la tassazione è tale da farti vivere solo per lavorare, ti rimangono tre possibilità a tua scelta.

La prima, seguire l’ottimo esempio suggerito da Mahatma Gandhi:
«Rifiutarsi di pagare le tasse è uno dei metodi più rapidi per sconfiggere un governo»

La seconda possibilità è di mettere da parte i tuoi risparmi e acquistare un piccolo terreno in campagna, dove sia presente acqua corrente e legna in abbondanza. A quel punto vivrai povero ma senza inutili angosce.

Potrai recuperare un vecchio boiler a legna in una discarica di ferramenta per riscaldare l’acqua. La bicicletta o un vecchio motorino diventeranno il tuo mezzo di spostamento.

Potrai modificare una vecchia lavatrice in modo tale che funzione da cyclette, risparmierai sicuramente sulla corrente elettrica e ti terrai allo stesso tempo in forma!

Una scelta tutt’altro che facile, e che richiede molta responsabilità oltre che una massiccia dose di coraggio, ma io credo che fare questa scelta sia utile anche a rivelare da che genere di persone siamo circondati.

Se amici, parenti, fidanzate/i, verranno spesso a farci visita e saranno solidali con noi, sapremmo di essere circondati da dei veri esseri umani, se invece questi ultimi si faranno presenti solo nei primi due-tre mesi, così, tanto per solidarietà, allora comprenderemmo con che persone avevamo a che fare.

Questa esperienza dal mio punto di vista può essere una buona occasione per comprendere cosa c’è di vero e autentico nelle nostre vite. Se poi alla tua iniziativa riesci a unire altre persone che la pensano come te, allora non sarai più solo e tutto diverrà più facile, le fatiche saranno dimezzate e guadagnerete poco alla volta sempre più tempo libero.

Il primo passo è sempre quello più faticoso, non scoraggiatevi dunque, perché per ottenere un cambiamento radicale servono scelte altrettanto radicali.

Ogni metallo per divenire puro dev’essere forgiato attraverso il fuoco, così l’uomo deve attraversare la sofferenza prima di divenire un essere umano autonomo e consapevole.

La terza possibilità è quella di entrare a far parte di una comunità in un ecovillaggio.

Gli ecovillaggi sono delle piccole comunità autonome fondate sullasolidarietà e l’uguaglianza, dove si punta a vivere nel rispetto della natura, in modo semplice e autogestito, fino ad ora è il modo di vivere più vicino al concetto vero di anarchia.

Gli ecovillaggi nascono spesso sulle rovine di paesi, borghi o villaggi abbandonati dall’uomo, portati a nuova vita attraverso un opportuno restauro, altri invece sono costruiti da zero, utilizzando più materiale naturale possibile, come il legno, la paglia, la canapa e i sassi per costruire le case.

Non fatevi ingannare dalle apparenze!
Non sto certo parlando né delle costruzione primitive da tribù, né delle casette dei tre porcellini!

Le moderne case di paglia e legno, utilizzano blocchi di paglia pressati che vanno a sostituire mattoni e forati in terracotta, la struttura di tali case o “scheletro”, invece viene fatta con travi di legno, limitando l’uso del cemento armato solo alle fondamenta.
Una volta assemblate le pareti con i blocchi di paglia, vengono poi rivestite con una speciale malta ignifuga che protegge l’abitazione da fuoco, acqua, aria e umidità.

Una delle particolarità di tali abitazioni è la loro maggiore resistenza ai terremoti rispetto alle case tradizionali, poiché la paglia assorbe e disperde le vibrazioni, al contrario della terracotta e del cemento che tendono a sbriciolarsi a causa della loro rigidità, ma i pregi della paglia considerata per molti uno scarto senza valore, non sono finiti qui, i muri di paglia permettono un maggiore isolamento acustico e un maggiore isolamento termico, assicurando più caldo d’inverno e più fresco d’estate.

Inutile dire che i costi di una casa in paglia e legno, sono sicuramente più bassi rispetto ad una casa tradizionale, grazie anche alla possibilità di arrangiarsi nell’autocostruzione.

In questi ecovillaggi si vive per il proprio pane e per quello della propria comunità, e a seconda della zona in cui sorge l’ecovillaggio, varierà anche lo stile di vita.

L’idea di partenza è quella di fondare una società rispettosa e pacifica, priva di schiavi e di padroni.

A mio avviso questo è un ottimo punto di partenza per chi crede di non farcela a vivere da solo, inoltre è un ottimo modo per cominciare a creare una degna eredità alle generazioni future.

In questi ecovillaggi si cerca di essere indipendenti anche sul settore energetico, producendosi l’energia elettrica necessaria ad avere una vita confortevole, attraverso pannelli solari, biomasse, piccoli impianti eolici e idroelettrici.

Se vogliamo diventare liberi, dobbiamo cominciare a consumare di meno, perché più merce acquistiamo e più siamo costretti a sudare per produrla. Ognuno di noi crede di acquistare le cose con i soldi, invece le acquista con le proprie fatiche e il proprio sudore, di questo dovremmo ricordarci quando ci troviamo al lavoro e le ore non ci passano più.

La noia è di per sé una tortura, non c’è peggio che guardare l’orologio pensando siano passate alcune ore e accorgersi invece che sono appena passati solo pochi minuti.

Limitare quindi gli acquisti al supermercato, imparando un po’ alla volta a creare ogni cosa con le proprie mani è il giusto inizio verso una vita più serena.

Grazie ad internet, oggi si possono imparare a fare davvero un sacco di cose a casa, come il pane, la pasta, la marmellata, gli sciroppi, essiccare la frutta e la verdura per l’inverno, ma anche a costruirsi delle semplici ed economiche stufe a pirolisi che consentono lunghe ore di economia, consumando pochi trucioli di legno al giorno, le possibilità sono davvero tante, basta accumulare tempo, buona volontà e tanta pazienza, indispensabili per diventare autonomi.

Una volta raggiunta l’autonomia desiderata non resta che imparare a gestire il proprio tempo come meglio si crede.

Re-imparare a coltivare la terra è un altro passaggio necessario per diventare persone autonome, coltivare vegetali impegna sicuramente tempo e fatica, ma allo stesso tempo regala immense soddisfazioni. Mangiare un peperone, un pomodoro o una melanzana che avete visto crescere giorno per giorno grazie alle vostre cure e attenzioni, vi renderà sicuramente felici e vi permetterà di gustarvele mille volte di più di quelli che acquistavate al supermercato.

La soluzione dunque non è una cosa prestabilita e uguale per tutti, chi crede in questo è il tipicoautoma moderno ormai incapace di provvedere a se stesso e anche solo di immaginare un modo diverso di vivere da quello proposto dai santoni del capitalismo.

Esistono tante piccole soluzioni che vanno però adattate alla propria personalità, viene da sé che se un individuo detesta avere le mani sporche di terra e sentire l’odore del letame, non troverà la propria soluzione fuggendo in campagna, ognuno quindi deve riflettere profondamente e in modo chiaro su ciò che vuole davvero fare prima di compiere scelte azzardate.

Certo è, che la fuga in campagna rappresenta la prima vera e propria strada verso la propria libertà individuale,lontano da strade trafficate e dalle continue tentazioni dei negozi, avere inoltre la possibilità di decidere quando, dove e come, fermarsi a riposare, senza la pressione diorari prestabiliti da rispettare contribuirà sicuramente a scacciare di dosso ansie e stress.

In conclusione, scegliere di vivere una povertà moderatanon è una strada tutte rose e fiori, ma più rivelarsi la soluzione dell’inizio del vostri problemi.
“Cosi stanno le cose e tu non ci puoi fare niente.”

Se loro si danno già per sconfitti è un problema loro non tuo.

Vogliono rimanere schiavi per il resto della loro vita?
Bene, lasciateli in pace, per loro non c’è speranza!
Dopo che avete cominciato a parlarne, noterete con il passare del tempo che sarete sempre più convinti di ciò che dite e di ciò pensate, a quel punto concentrate tutte le vostre energie nel crearvi la soluzione.

Pensate bene a cosa vi piacerebbe fare nella vita, senza soffermarvi troppo a pensare a quanti soldi guadagnerete con il lavoro che desiderate fare. Mettete sempre al primo posto la vostra felicità che il denaro.

Daniele Reale
Questo testo è tratto dal libro non ancora pubblicato “Di riposo non è mai morto nessuno”.

Fonte: laschiavitudellavoro.blogspot.it
Letto e condiviso da: compressamente.blogspot.it

Il lavoro? Un male sociale che possiamo curare solo con l’ozio

di Attila Toukkour

Contrariamente ad una idea diffusa ad arte dai centri di condizionamento dello spettacolo moderno, il lavoro non è una catastrofe naturale.

È un male sociale, il cui falso rimedio, la disoccupazione, fa peggiorare il cattivo stato del paziente e talvolta lo finisce. Consideriamo per prima cosa le origini del lavoro. Si sa che in tutte le lingue il termine deriva da strumenti di tortura o che è sinonimo di sofferenza, sforzo estenuante, pena ed afflizione.

La Bibbia ne fa la punizione divina ed i miti universali parlano di una età dell’oro originale indenne dall’obbligo del lavoro. È proprio ciò che hanno confermato le serie ricerche sulla preistoria condotte da Marshall Sahlins.

Il cacciatore-raccoglitore, prima dell’invenzione dell’agricoltura, delle classi e dello Stato, non lavorava; si dedicava alle libere attività dell’essere umano, che consistevano nel cacciare e raccogliere, mangiare, dormire, godere e viaggiare.

Il lavoro inizia storicamente con il dominio di un uomo sul suo simile, di una classe su un’altra. Si tratta sempre di una classe improduttiva (preti e possidenti) che condanna al lavoro una classe produttrice e ne accaparra la produzione…

Dominio e sfruttamento sono una sola ed unica cosa.

Ciò che separa la libera attività dal massacrante lavoro consiste quindi nella accumulazione di frutti dell’attività di un individuo che si trova costretto a produrre per qualcuno estraneo alla sua produzione e che se ne appropria.

Il lavoro crea ricchezza, ma quella altrui.
Così il lavoro sanziona il passaggio della libertà originale alla schiavitù, che solo di recente ha fatto posto, per soddisfare le esigenze del commercio mondale (ormai chiamato globalizzazione), alla sua versione aggravata: il salario generalizzato.

Già Nicolas Linguet, filosofo dei Lumi, vedeva nella schiavitù salariata un peggioramento dell’antica schiavitù.

Il lavoro non è solo l’insicurezza sociale; è soprattutto il supplizio quotidiano dell’uomo abbrutito dalla ripetizione di compiti insipidi e alienanti. Lavorare è una debolezza quando si può farne a meno e fare qualcosa di meglio: è quanto hanno sostenuto lungo tutta la storia le élite intellettuali che disprezzavano il lavoro.

Le raffinate civiltà dell’India, della Cina e della Grecia antiche ponevano il lavoro al di sotto di tutto.

Gli indigeni delle Antille preferivano, nel Rinascimento, cessare di riprodursi piuttosto che piegarsi al lavoro imposto dagli europei e ancora oggi nello Sri Lankais si mutilano più volentieri al fine di mendicare piuttosto che subire l’obbligo del lavoro!

Del resto, tutte le lingue possiedono dei detti che rimettono il lavoro al suo posto, l’ultimo: «Lavorano solo quelli che non sanno fare altro» dicono i portoghesi, mentre i russi assicurano che «lavorando si diventa più velocemente gobbi che ricchi»!

Ai giorni nostri è la miseria generale generata dal mondo capitalista della produzione forsennata a curvare così sovranamente la schiena dello schiavo moderno sotto questo flagello laborioso.

L’ozio rimane il sogno impossibile del proletario incatenato ad orari estenuanti, sventurato su cui incombe la precarietà.

Il paese più «sviluppato», gli USA, ha compiuto un passo in più nell’abiezione creando una classe numerosa di working poor: la massa di coloro che devono sgobbare duro per non morire di fame senza poter sfuggire alla fame.

Infine, il lavoro è diventato la causa di tutti i mali che affliggono la società spacciata per moderna e che si trova ad essere la più degradante di tutte quelle che si sono susseguite dalla comparsa dell’uomo sulla terra.

È al lavoro, ormai non solo inutile ma nocivo, che si deve l’inquinamento universale del globo terrestre ad opera dei prodotti industriali, chimici, farmaceutici, nucleari, eccetera.

L’avvelenamento generalizzato dovuto al lavoro forsennato degenerato in epidemie che si credevano scomparse e le malattie da prioni sono alcuni tristi esempi. La folle logica del profitto conduce «in modo naturale» alla pazzia in massa delle mucche altrettanto funestamente che all’estinzione delle specie animali e vegetali.

Sono anche le ricadute del lavorio alienato a rendere l’acqua imbevibile e l’aria irrespirabile.

In breve, non è l’ozio ad essere il padre di tutti i vizi, è il lavoro ad essere il padre di tutte le decadenze.

Mens sana in corpore sano, l’antico adagio dei nostri avi che invocano uno spirito sano in un corpo sano non può concepirsi oggi senza fare appello alle virtù della pigrizia.

È l’ozio che ormai occorre riabilitare in maniera urgente, contro coloro che ci derubano del nostro tempo, contro i vampiri che ci assassinano poco alla volta nel nome del mercato e dello Stato.

Bisogna considerare l’ozio come una attività creatrice, alla stregua della passione della distruzione cara a Bakunin. Per l’irrimediabile nemico di un mondo che ci conduce alla morte con la miseria del lavoro ed il lavoro della miseria, l’ozio serve nel vero senso della parola la qualità del tempo ritrovato, di un presente che mira a rivalorizzare i piaceri di una vita intensamente vissuta.

Morte al lavoro.

Facciamola finita con la noia di un mondo laborioso!

Le 8 ore di lavoro servono per impedire lo sviluppo delle facoltà latenti in ogni uomo

La società occidentale cerca di distruggere sistematicamente la volontà dell’individuo, impedendogli di pensare, riflettere, migliorare.A questo servono le 8 ore di lavoro.

Otto ore lavorative. Restano sedici ore.

Otto di sonno (se si vuole rispettare la fisiologia). Restano otto ore.

Mediamente e approssimativamente almeno un’altra ora (di vita) va persa per il tragitto casa-lavoro/lavoro-casa. Ci restano sette ore.

Togliamone una per il necessario incameramento d’energia (non dico per pranzare e cenare siccome in un’ora non si può fare né l’una né l’altra cosa). Ed almeno un’altra ora va tolta per la necessaria igiene personale. Ci restano cinque ore.

Un’ora è lo stretto indispensabile per informarsi anche solamente ai fini della sopravvivenza nella nostra società cosiddetta della comunicazione, ma che come pure è stato precisato andrebbe considerata dello stoccaggio e della moltiplicazione esponenziale dei dati o informazioni. Informarsi sull’incremento quotidianamente esponenziale di questo stoccaggio non è quindi un optional ma dai vaccini alle tasse è una necessità di sopravvivenza. Restano quattro ore.

Almeno un’ora anche il single (condizione pure questa da ricollegare con le otto ore lavorative) dovrà dedicarla o è inevitabile che la dedichi a rapporti familiari e comunque sociali. Siano essi pure ridotti ad una telefonata o ad una mail coinvolgenti all’altro capo del mondo genitori o conoscenti o anche centralinisti per un’offerta commerciale. Eccoci giunti così alle tre ore di libertà che la nostra società in media ci permetterebbe quotidianamente.

Che fare in queste tre ore? Niente. Non si può fare proprio niente in tre ore quotidiane di libertà o di relativo ammorbidimento delle costrizioni. E quindi è impossibile mettere a frutto quella che secondo la nostra tradizione è la “semenza” dell’uomo ossia il “seguir virtute e canoscenza”, è impossibile conseguire la sapienza.

Tre ore di effettiva libertà non sono sufficienti per lo sviluppo delle nostre facoltà latenti, quindi resteremo ciò che siamo, ed è proprio questo ciò che vuole il sistema.

E’ evidente quindi che tutto il sistema in cui viviamo è un complesso apparato volto a impedire lo sviluppo delle facoltà latenti in ogni uomo.

Facendo lavorare ogni individuo otto ore al giorno e anche più, ci si assicura che la persona non abbia tempo per evolversi, dovendo pensare soprattutto a mantenersi.

I cibi sempre peggiori, la pubblicità insistente solo sul materialismo, la completa estromissione dai media, dai film, dai telefilm, dagli spettacoli, e dall’informazione in genere, di tutto ciò che è spirituale, produce l’effetto visibile a tutti: l’annichilimento delle persone, l’azzeramento delle volontà, una società di infelici, persone che non conoscono il senso della vita, che sono depresse, che hanno paura di tutto (della bocciatura, della morte propria e altrui, di essere lasciati dal partner, del proprio datore di lavoro cui si sottomettono come schiavi per paura di perdere il lavoro, di parlare in pubblico, di perdere i loro soldi, la loro casa, la loro auto, ecc.) e che sono schiave docili del sistema e i cui svaghi principali sono il calcio o la discoteca, due delle cose più inutili che la mente umana abbia prodotto.

Fonti: l’intellettuale dissidente

la schiavitù del lavoro

Chi vuol sapere troppo non conosce mai niente

Gianni Tirelli

Questo nuovo e singolare popolo del WEB, buona parte del quale sonnecchiava da sempre ai margini di un analfabetismo culturale cronico e ben lontano così dal produrre seri danni alla società – ieri con la televisione e oggi con l’interazione mediatica della Rete, sta dando fondo ad ogni sorta di isteria intellettuale, in ragione di una apparente visibilità insperata. 

Così, investito di un tale, magnanima concessione e sull’onda di una lancinante e da troppo tempo repressa frustrazione da isolamento, si concede spudoratamente a disinvolte conclusioni ed empirici giudizi critici (nel merito di questioni così al di fuori dalla portata, di chiunque sia in possesso di una discreta dose di ragionevolezza e senso del limite), da sconfinare nel delirio di una onnipotenza da ultras da stadio di calcio.

Ignoranti si era e ignoranti si rimane! L’astratta illusione di potere riscattare la nostra condizione di subalternità con l’accesso di massa ai mezzi di comunicazione, è una mera congettura che oggi, i fatti, avvallano tale, in maniera inopinabile.

Così, ad un tratto, questa folla di pappagalli “del copia e incolla” folgorati sulla via di Damasco, come illuminati a cui è stata conferita la missione di decidere le sorti e la salvezza dell’umanità e del mondo, si prodigano dentro un sistematico quanto sterile chiacchiericcio globale, volto a volere suffragare e ufficializzare le tesi più bizzarre, e le conclusioni più azzardate. Ci vuole ben altro e ben altri mezzi per rendere onore alla verità e combattere il Sistema. Oggi, tutti immaginano di avere capito tutto, e di potere così dettare le condizioni e le regole agli altri, forti delle conclusioni rubacchiate, trafugate dal grande mare della Rete, e prese in prestito da uno zelante professionista del “copia e incolla” e in seguito, fatte proprie…

Nel frattempo gli androidi (mai come oggi omologati alla tendenza della notizia bomba dell’ultimo minuto – scoop -), pur di non correre il rischio all’emarginazione ma ancor di più, di essere additati alla stregua di eretici, di pericolosi sovversivi e troppo diversi e distanti dall’idea dominante, e ancora più disonorevole, di non essere diligentemente “informati” sugli accadimenti del giorno o sull’orientamento dei nuovi maestri, volto al revisionismo storico e al negazionismo, si adeguano alla volontà di un regime di “aria fritta” per non dovere fare ritorno nel limbo gelatinoso di uno scomodo anonimato.

E’ la storia che si ripete e che si esprime nell’incapacità di contrastare la paura del dopo e della solitudine, non essendo in possesso di autorevoli parametri di riferimento, in virtù dei quali comparare e raffrontare le proprie intuizioni, stati d’animo e scelte, per poi opporsi alla menzogna dilagante.?E’ la triste narrazione di una società che sul relativismo dei valori e dei principi etici, ha suggellato il suo perverso progetto di schiavitù a piede libero, contando sulla natura codarda e opportunista degli individui che alla forza di una volontà decisionale e alla dignità, hanno anteposto (senza troppo pensarci), l’inoperosità di uno stato vegetativo, e alla libertà, licenza e sudditanza.

Sono le pecore che si abbeverano al fiume dell’imbecillità umana, condividendo le tesi surreali di qualche mitomane senza palle in crisi di astinenza da visibilità, che fa della disinformazione (ma essendosi prima informato da fonti segretissime e secretate e più pertinenti con la sua natura di marpione!), il suo stile di vita. Uno sgarbiano personaggio dell’ultima ora che con l’enfasi, il tono e il vigore verbale di un gesuita d’assalto, declama la sua metodica e puntuale opera di investigazione, sventolando sul naso degli astanti, tesi e trame di sicuro effetto, fra la lo stupore e la meraviglia degli ebeti adoranti.

Sono i novelli predicatori del nulla di questo tempo sospeso, avulsi dal più banale concetto di conoscenza e di cultura, che sia in qualche modo riconducibile ad una loro personale e imparziale analisi delle circostanze. Gente senza spina dorsale, sussulto di orgoglio e slancio di ribellione. Sono quelli che alle ragioni di un onesto e pacato contradditorio, sbraitano e declamano, inveiscono e abbandonano la scena, brandendo come uno scettro, un promemoria di appunti e dati che minacciano di rivelare al mondo.

Il grande Leo Ferré (pace all’anima sua) che ebbe la geniale intuizione di interpretare alcuni testi di Cesare Pavese, cantava: “Chi vuol sapere troppo non conosce mai niente”. Soprattutto di questi tempi di imperante confusione, mai una tale affermazione è stata più confacente e congeniale con la realtà, fino a contraddire ogni generica fantasticheria.

In verità il solo ed unico vero complotto è quello perpetrato dal Sistema Potere contro l’umanità, che ha predeterminato la condizione al fine di trascinare le società dentro uno stato confusionale e contraddittorio senza precedenti, interpretando alla lettera la celebre locuzione latina, divide et impera.