Zygmunt Bauman: l’umanità si è fatta soggiogare dall’élite

«Le opere di Bauman, che, per quanto fortunate editorialmente, sono state cibo per pochi, purtroppo, sono un tesoro cui attingere per comprendere le ingiustizie del tempo presente, denunciarle, e se possibile, combatterle». Così Angelo d’Orsi ricorda su “Micromega”, all’indomani della sua scomparsa, il grande sociologo polacco Zygmunt Bauman, massone progressista e celebrato teorico della “società liquida”: «Il messaggio che ci affida è appunto di non smettere di scavare sotto la superficie luccicante del “mondo globale”, come ce lo raccontano media e intellettuali mainstream, che non solo hanno rinunciato al ruolo di “legislatori”, trasformandosi compiutamente in meri “interpreti”, ossia tecnici, ma sono diventati laudatores dei potenti».

Nato a Poznan nel 1925, Bauman aveva attraversato il “tempo di ferro e di fuoco” dell’Europa fra le due guerre, «tra nazismo, stalinismo, cattolicesimo oltranzista, antisemitismo». Di origine ebraica, «si era allontanato dalla sua terra, per sottrarsi proprio a una delle tante ondate di furore antiebraico, che da sempre la animano». Era stato comunista militante, poi allontanatosi dal marxismo canonico, fino alla “scoperta” di un grande italiano, Antonio Gramsci, «che lo aveva aiutato a leggere il mondo con occhi nuovi», rispetto alla vulgata marxista-leninista e alle scienze sociali angloamericane.

Bauman aveva studiato sociologia a Varsavia, con maestri come Stanislaw Ossowski, prima di trasferirsi in Israele, all’università di Tel Aviv, e quindi a Leeds, in Inghilterra dove insegnò per decenni.

«Sarebbe però riduttivo definirlo sociologo Zygmunt Bauman– scrive d’Orsi – sia per il tipo di sociologia da lui professata e praticata, poco accademica e nient’affatto canonica, sia per la vastità dello sguardo, la larghezza degli interessi, la molteplicità degli approcci».

Filosofo, politologo, storico del tempo presente: uno studioso prolifico, autore di una cinquantina di opere, preziose per «l’osservazione critica della contemporaneità». Bauman si era occupato «in modo nient’affatto banale dell’Olocausto, messo in relazione alla modernità», in qualche modo riprendendo spunti di Max Horkheimer e Theodor Adorno, «puntando il dito contro l’ingegneria sociale e il predominio della tecnica (in questo vicino a Jürgen Habermas), che uccide la morale, contro l’elefantiasi burocratica che schiaccia gli individui senza aumentare l’efficienza del sistema sociale».

In più, aggiunge d’Orsi, Bauman «aveva studiato la trasformazione degli intellettuali, passati da figure elevate, capaci di dettare l’agenda politica ai governanti, a meri tecnici amministratori del presente, al servizio del sistema». In altre parole: la degenerazione progressiva del potere.

Fra i tanti meriti di questo pensatore, Angelo d’Orsi segnala «la sua capacità di descrivere gli esiti della forsennata corsa senza meta della società post-moderna, attraverso un’acutissima analisi del nostro mondo», in cui «la globalizzazione delle ricchezze ha oscurato quella ben più mastodontica, gravissima, delle povertà». Studiando “le conseguenze sulle persone”, ridotte a “scarti”, «residui superflui che vanno conservati soltanto fin tanto che possono esser consumatori», Bauman ha svelato «il volto cupo e tragico dell’ultra-capitalismo, feroce espressione di creazione e gestione della disuguaglianza tra gli individui, dove all’arricchimento smodato dei pochi ha corrisposto il rapido, crescente impoverimento dei molti».

Quell’uomo, continua d’Orsi, «ci ha aiutato a guardare dietro lo specchio ammiccante del post-moderno, sotto la vernice lucente dell’asserito arricchimento generalizzato e universale, dietro lo slogan della “fine della storia”, ossia della proclamata nuova generale armonia tra Stati e gruppi sociali», oltre alla quale «era apparso l’altro volto della globalizzazione, ossia una terribile guerra dei ricchi ai poveri, ennesima manifestazione della lotta di classe dall’alto».

Ha guardato, Bauman, alle “Vite di scarto” (altra sua opera), generate incessantemente «dall’infernale “megamacchina” del “finanzcapitalismo”», scrive sempre d’Orsi, citando un’espressione di un altro grande scomparso, Luciano Gallino. Il nuovo, grande problema denunciato da Bauman è il “capitalismo parassitario”: «Quella che chiamava “omogeneizzazione” forzosa delle persone (un concetto che richiama la pasoliniana “omologazione”), era l’altro volto della società anomica, che distrugge legami, elimina connessioni, scioglie il senso stesso della convivenza».

Volumi, saggi, articoli, conferenze: «È come se quest’uomo mite e affabile avesse voluto tendere una mano a tutti coloro che dal processo di mostruosa produzione di denaro attraverso denaro, erano esclusi; quasi a voler “salvare”, con le sue parole, gli schiacciati dai potentati economici, a voler dar voce a quanti, in una “Società sotto assedio” (ancora un suo titolo), dominata dalla paura, dal rancore, dall’ostilità, vedevano e vedono le proprie vite disintegrate».

I “Danni collaterali”, elencati in uno dei suoi ultimi libri, «sono in realtà l’essenza di questa società, che egli ha definito, felicemente, “liquida”, con una trovata che è poi divenuta formula, ripetuta, un po’ stucchevolmente, negli ultimi anni, applicata a tutti gli ambiti del vivere in comune», scrive ancora Angelo d’Orsi, nel suo intervento su “Micromega”. «Liquida è questa nostra società, che ha perso il senso della comunità, priva di collanti al di là del profitto e del consumo: una società il cui imperativo, posto in essere dai ricchi contro i poveri, dai potenti contro gli umili, è ridotto alla triade “Produci/Consuma/Crepa”». Di conseguenza, diventano tristemente “liquidi” anche «i rapporti umani», così come la cultura. In altre parole: «Liquido tutto il nostro mondo, che sta crollando mentre noi fingiamo di non accorgercene».

Fonte: libreidee.org

Gli Indiani d’America avevano già capito tutto sul lavoro…anche per questo furono sterminati….

Voi cominciate a lavorare sodo fin da piccoli, e lavorate sino a che siete grandi, e poi cominciate di nuovo a lavorare. E lavorate per tutta la vita. Poi, quando avete finito, morite lasciandovi tutto alle spalle. Questa noi la chiamiamo schiavitù. Voi siete schiavi dal momento in cui cominciate a parlare sino a quando morite; noi invece siamo liberi come l’aria.  Abbiamo bisogno di ben poche cose, e non è difficile procurarsele. Il fiume, il bosco, la pianura ci danno tutto quello di cui abbiamo bisogno, e noi non saremo mai schiavi, né manderemo i nostri bambini nelle vostre scuole, dove possono solo imparare a diventare come voi.”

Queste sono paole del Capo Guerriero-Cadette-Apache Mescalero

Al contrario nostro, gli Indiani, manifestarono fin da subito ripudio e disprezzo verso il dogma occidentale del “lavoro tutta la vita“, se non lavoro non mangio, se non lavoro non ho diritto alla vita, se non lavoro sono un parassita della società.

E’ giusto che tutti sappiano che gli indiani lavoravano lo stretto necessario per vivere, e probabilmente si parla di poche ore al giorno, il resto del tempo era dedicata alla saggezza, ai canti, ai balli, agli incontri d’amore, alle cavalcate solitarie nella prateria, all’esplorazione della natura, insomma a quello che noi chiamiamo “tempo libero” e di cui possiamo godere solo un giorno la settimana.

Gli indiani odiano il lavoro e non perché siano degli scansafatiche (termine utilizzato dalla massa moderna per etichettare un non-adattato al sadico culto della fatica) , ma perché amanti della libertà, un genere di libertà che noi europei abbiamo conosciuto illusoriamente solo negli anni 60 con gli Hippie, dove si poteva girare il mondo ancora senza tanti passaporti, carte d’identità e ogni sorta di diavoleria spacciata dai mercanti del potere per “sicurezza“.

Ecco, gli indiani erano ancora più liberi, potevano andare dovunque senza chiedere il permesso, potevano vivere senza chiedere il permesso, le tasse allora non esistevano, tanto meno lo Stato, le banche, la polizia, le frontiere, gli eserciti, la Chiesa ecc ecc.

Ne consegue che in un mondo davvero libero come era il loro, prima del nostro arrivo “civilizzante“, la sola idea di passare 8-9 ore al giorno a lavorare, svolgendo mansioni monotone e noiose, fosse l’ultima cosa che gli passasse per la testa di fare.

Di Daniele Reale

Gli Indiani d’America avevano già capito tutto sul lavoro…anche per questo furono sterminati….

Rivelazioni di un complotto per distruggere l’Italia

I grandi poteri finanziari mondiali hanno deciso di ridurci drasticamente il comparto industriale e trasformarci in un Paese arretrato di tipo feudale. The Committee of 300 di Cinzia Palmacci

Forse non tutti sanno che l’Italia è da tempo nel mirino di un grande complotto internazionale per varie ragioni strategiche. L’Italia è sotto il tiro di grandi poteri finanziari mondiali, che hanno deciso di ridurne drasticamente il comparto industriale per trasformarla in un Paese arretrato di tipo feudale. A rivelare questa congiura, che casualmente coincide con l’attuale recessione e crisi politica, è il libro “The Conspirator’s Hierarchy: The Committee of 300” del dottor John Coleman (“La gerarchia del cospiratore: Il Comitato dei 300”), pubblicato in inglese dalla World Int. Review di Las Vegas, negli Stati Uniti. Questo libro, giunto ormai alla quarta edizione mondiale, non è mai stato tradotto in italiano.

E, se lo si legge, se ne capisce anche il perché. Infatti, in questo volume di 465 pagine viene spiegata la strategia che sarebbe stata adottata dal club dei potenti più forte al mondo, appunto il Comitato dei 300 fondato dall’aristocrazia inglese nel 1727, per ridurre drasticamente il numero di quelli che vengono definiti “useless eaters” (letteralmente “mangiatori inutili”), riportando le economie nazionali a un livello pre-industriale.

In altre parole, secondo loro, sarebbe necessario riportare la popolazione mondiale a livelli precedenti il Novecento. Il potere, sempre secondo questi signori, deve essere concentrato nelle mani di pochi, ricchissimi e potentissimi finanzieri (si fanno chiamare The Olympians, considerandosi simili ai mitici dei greci dell’Olimpo), i quali decideranno che cosa sia meglio per tutti, Paese per Paese. I primi tre a essere presi di mira, cioè quelli dove dovrebbe essere adottata questa strategia di impoverimento della popolazione, sarebbero Italia, Argentina e Pakistan.

Ma prima di entrare nel merito della questione, vediamo di conoscere un po’ meglio l’autore. John Coleman, Ph.D. (cioè titolare di quello che in Italia chiamiamo un dottorato di ricerca), classe 1935, è un ex agente del servizio di spionaggio britannico M16, successivamente trasferitosi negli Stati Uniti. Qui, dopo aver acquisito la residenza, ha scelto di diventare cittadino americano. Studioso di fama mondiale, considerato uno scienziato della politica ed un economista, autore di decine di libri pubblicati in otto diverse lingue, Coleman è arrivato alla conclusione che la finanza e la politica dell’intero globo siano realmente nelle mani di un Comitato di 300 notabili che decidono le sorti del pianeta.

Non si tratta di una scoperta del tutto nuova. Già nel 1909 era uscito un articolo in tedesco (“Geschàftlicher Nachwucs” di Walter Rathenau), nel quale veniva spiegato per la prima volta che ciò che accadeva nel mondo era opera di un gruppo ristretto di individui che agiva secondo una precisa e meditata strategia.

La Rivoluzione Russa, la Prima Guerra Mondiale, l’ascesa di Hitler e la Seconda Guerra Mondiale, non sarebbero affatto casuali. Tutto sarebbe stato ordito e organizzato da potenti finanzieri che agivano secondo uno schema preordinato. Coleman ci avrebbe messo 35 anni per verificare questo assunto. E dopo una miriade di interviste ad ammiragli, capi dei Servizi Segreti, ufficiali di alto rango, politici, banchieri ed economisti, è giunto alla conclusione che quel Comitato dei 300 esiste davvero. E in fondo al suo libro riporta i nomi dei passati e dei presenti membri di quel sodalizio.

Compresi quelli degli italiani che ne facevano, e ne fanno, parte. E’ curioso notare che tra gli antichi fondatori del Comitato dei 300, ispirato alla The East India Company britannica, si trovassero diversi rappresentanti della nobiltà nera veneziana e genovese. Aristocratici, questi ultimi, che avrebbero ancora oggi “scranni” tra le fila dei 300. Dalle rivelazioni di Coleman,  l’attuale Comitato dei 300 sarebbe presieduto da Etienne Davignon, diplomatico, politico e dirigente d’azienda belga, più volte Commissario europeo, proveniente da una delle più blasonate famiglie dell’aristocrazia del vecchio mondo.

Davignon, infatti, è anche visconte, nonché presidente del Gruppo Bilderberg, l’altro sodalizio esclusivo degli industriali e dei magnati della finanza internazionale. Il Bilderberg sarebbe una delle organizzazioni controllate direttamente dal Comitato dei 300. Per la cronaca, ne fa parte anche l’attuale Presidente del Consiglio, professor Mario Monti (“Il Club Bilderberg” di Daniel Estulin, Arianna Editrice, pag. 273).

Secondo Coleman, Davignon sarebbe uno strenuo difensore della teoria della deindustrializzazione, con crescita zero. Una prova sarebbe il Piano Davignon del 1981 che promosse la riduzione della produzione siderurgica, la fine dei sussidi pubblici al settore e un drastico ridimensionamento del numero degli addetti. Una strategia, questa, che venne poi sposata anche dal presidente Reagan, con disastrose conseguenze per l’industria americana, a tutti i livelli e fino ai giorni nostri. Ebbene, ad un certo punto il Comitato dei 300 avrebbe deciso di mettere in pratica la propria politica di contenimento industriale per ridurre la “surplus population” (cioè la “popolazione in eccesso”) in Italia, Argentina e Pakistan.

“Attualmente l’Italia è di fatto sotto il controllo di segreti governanti designati dalla loggia P2 della Massoneria, scrive Coleman. Le corporazioni dirigono l’Italia. I partiti dell’opposizione italiana definiscono lo status quo corporativismo fascista”.

La cosa più singolare riguarda il metodo adottato dai 300. Coleman sostiene che la loro politica sia quella di sostenere in tutto il globo una diffusione della sinistra politica, sull’esempio dei Socialisti Fabiani. Una volta imposto il modello socialista, i 300 lo controllerebbero dall’alto, impedendo che vi siano contestazioni o rivolte.Dunque, una sinistra che verrebbe controllata da una dittatura occulta e potentissima a livello planetario. Ovviamente, nessuno dei sudditi dei regimi socialisti potrebbe mai immaginare che quei governi siano stati voluti da una ristrettissima cerchia di super miliardari che, di fatto, avrebbero costituito un Nuovo Ordine Mondiale.

Non a caso, in Italia, i leaders non eletti dal popolo come Monti fino a Gentiloni sono tutti appartenenti o al Bilderberg o alla sinistra italiana o a entrambi, passando per varie affiliazioni massoniche. Come anche i presidenti della Repubblica, vedi i più recenti quali Mattarella e Napolitano. L’aspetto più inquietante di questo interesse della finanza mondiale verso l’Italia, resta quello della copertura che sarebbe stata esercitata da non meglio precisati ricchi italiani, nei confronti dei brigatisti e della Massoneria deviata.

“Sin dal 1968, quando venne istituito il Club di Roma, scrive Coleman,numerosi gruppi si sono associati sotto l’ombrello del Socialismo allo scopo di far cadere diversi governi italiani, per destabilizzare il Paese. Tra questi, la nobiltà nera di Venezia e Genova, la Loggia P2 e le Brigate Rosse, tutti quanti operavano con lo stesso obiettivo”.

Investigatori della polizia che lavoravano al caso Brigate Rosse-Moro, sono venuti a conoscenza dei nomi di diverse importanti famiglie italiane che controllavano da vicino i leader di questi gruppi terroristici. La polizia scoprì inoltre le prove che, in almeno una dozzina di casi, queste potenti e importanti famiglie avevano messo a disposizione le loro case e proprietà per essere utilizzate come basi sicure per le cellule delle Brigate Rosse.

Ecco come l’analista John Coleman ha ricostruito e documentato l’eliminazione di Moro ed il coinvolgimento di Henry Kissinger, nel libro, mai tradotto in Italia per ovvi motivi, THE STORY OF THE COMMITTEE OF 300:

“Aldo Moro fu un leader che si oppose alla “crescita zero” e alla riduzione della popolazione pianificata dal NWO per l’Italia, per questo incorrendo nelle ire del Club di Roma, un’entità creata dagli Olympians della Commissione dei 300 per portare a compimento le sue politiche. In un tribunale di Roma, un amico intimo di Aldo Moro, il 10 di Novembre del 1982, testimoniò che l’ex Presidente del Consiglio fu minacciato da un agente della RIIA (Istituto Reale per gli Affari Internazionali), che era anche membro della Commissione dei 300, mentre era il Segretario di Stato USA in carica. Quest’uomo era Henry Kissinger.

Moro fu rapito dalle Brigate Rosse nel 1978 ed in seguito assassinato brutalmente. Fu al processo alle Brigate Rosse che diversi di loro testimoniarono che erano a conoscenza di un coinvolgimento degli USA ai massimi livelli nel complotto per uccidere Aldo Moro. Mentre minacciava Moro, Kissinger stava agendo non in qualità di rappresentante della politica estera degli Stati Uniti, ma piuttosto secondo le istruzioni ricevute dal Club di Roma, il braccio che si occupava della politica estera della Commissione dei 300″.

La morte di Moro, si legge nel libro, rimosse i posti di blocco al progetto di destabilizzare l’Italia, e, sulla base di quanto sappiamo adesso, ha permesso i piani della cospirazione per il Medio Oriente, portati a termine nella Guerra del Golfo, 14 anni più tardi.

L’Italia venne scelta come bersaglio tipo dal Comitato dei 300 a causa della sua importanza per i cospiratori. Un’importanza dovuta al fatto che fosse il Paese europeo più vicino al Medio Oriente e con più stretti rapporti alla politica e all’economia del Medio Oriente. Inoltre è anche sede della Chiesa cattolica, che Rothschilds aveva ordinato a Weishaupt di distruggere. Il riferimento sarebbe ad un antico progetto dei banchieri Rothschilds, potenti membri del Comitato, di affidare ad un loro addetto, Adam Weishaupt, il piano per distruggere la cristianità.

“La “nobiltà” americana (di cui Kissinger era membro), continua Coleman, ha fatto la sua parte per distruggere la Repubblica Italiana. Un notevole contributo in questo senso è venuto da Richard Gardner, allora Ambasciatore a Roma per conto del presidente Carter. A quel tempo, Gardner operava sotto il diretto controllo di Bettino Craxi, un membro importante del Club di Roma e uomo chiave della NATO”.

Secondo Coleman, Craxi sarebbe stato il primo referente dei cospiratori per distruggere la Repubblica Italiana. E, a supporto di questa dichiarazione, gli addebita anche la responsabilità di aver introdotto nella legislazione italiana divorzio e aborto, creando una ferita non rimarginabile nella società italiana.

Alcuni nomi illustri tra i 300

La lista dei nomi appartenenti a questo sedicente comitato è lunga, e nel libro di Coleman parte da pag. 417. Ne cito alcuni, solo per ricordare i più noti, tra i quali alcuni non piu’ in vita, specificando però che Coleman non sempre spiega quali siano state le sue fonti. Si parte dal già nominato Giovanni Agnelli, di cui si conosceva da sempre anche l’appartenenza al Bildelberg Group (lasciata in eredità ai successori), per proseguire con Beatrice di Savoia, l’ex presidente USA George W. Bush, il conte Vittorio Cini, l’industriale-editore Carlo De Benedetti (il nome viene riportato come Carlo De Benneditti), la regina Elisabetta II, la regina Giuliana d’Olanda, la regina Sofia di Spagna, la regina Margrete di Danimarca, l’economista John Maynard Keynes, l’onnipresente Henry Kissinger, l’ex presidente francese Francois Mitterand, il faccendiere Umberto Ortolani (P2), l’ex leader svedese assassinato Olaf Palme, Aurelio Peccei, il cardinale Michele Pellegrino, il Principe Filippo di Edimburgo, il banchiere David Rockefeller, Sir Bertrand Russel, il diplomatico ed ex Segretario di Stato Cyrus Vance.

A buon diritto, dopo aver scritto e pubblicato questo libro (l’ultima ristampa risale al 2010), il dottor Coleman ha preso alcune precauzioni per la sicurezza della sua persona.

di Cinzia Palmacci


Fonte: ☛ ilcorrieredelleregioni.it

Tratto da:http://www.complottisti.com/complotto-distruggere-litalia/

Lavorare sempre di più per guadagnare sempre di meno è da stupidi, tanto più che l’alternativa ci sarebbe

di Serge Latouche – 06/12/2016

Dovunque ci giriamo ci troviamo davanti a persone stanche, stressate, depresse per colpa del lavoro. E i risultati in termini di benessere (tanto promessi) non so mai arrivati, nè in termini di felicità ma nemmeno in termini economici. Forse è ora di metterci in testa che il mito della crescita di cui tutti ci parlano è una fregatura e che la cosa migliore sia rallentare tutti quanti. Come dice, di seguito, il filosofo francese Serge Latouche… blasfemo fino al midollo.

 

Alla conferenza di Stoccolma del 1972 si disse: «Bisogna uscire dalla crescita». A quella frase l’allora presidente francese Valéry Giscard D’Estaing si oppose. Disse: «Non sarò un obiettore della crescita. Non possiamo uscire dalla crescita. Dobbiamo fare un’altra crescita». Oggi siamo allo stesso punto: per evitare di parlare di decrescita si dice «Facciamo la crescita verde!». Alla crescita, insomma, non riusciamo a rinunciare. È un dogma. Parlare di decrescita è blasfemo, perché si mette in discussione una religione. Bene, io sono un ateo della crescita, credo che la crescita sia un’illusione. E credo si debba auspicare una decrescita.

Parlare di decrescita è blasfemo, perché si mette in discussione una religione. Bene, io sono un ateo della crescita

La parola crescita viene dalla biologia evoluzionista, da Darwin e Lamarcq, non dall’economia. Come lo sviluppo, l’evoluzione. In biologia, peraltro, si sa che un seme quando cresce non diventa un seme grande. In natura la trasformazione è qualitativa, non quantitativa. Gli economisti hanno preso questo concetto biologico e l’hanno trasportato nell’economia. Hanno pensato che l’economia sia un organismo, che l’ambiente economico sia un sistema vivo. Solo che l’economia non è un organismo, è solo una parte dell’organismo della civiltà umana. Ma gli economisti vogliono trasformare tutto in economia. E allora oggi, gli economisti più pessimisti parlano di declino e di collasso economico. E da questo declino, da questo collasso, fanno discendere la crisi della civiltà occidentale. Gli economisti, poi, hanno l’idea che attraverso l’economia si possano risolvere le crisi. Pensano che i loro modelli matematici possano essere applicati nella realtà. Sulla carta può esistere una crescita infinita, in effetti. Ma come diceva il più grande dei Marx – non Karl, Groucho – «Fate venire un bambino di cinque anni e fatevi spiegare che una crescita infinita è impossibile in un pianeta finito». È un’assurdità: così com’è un’assurdità che una risorsa finita come il petrolio diminuisca di prezzo, più passa il tempo, per ragioni che – è evidente – con l’economia.

L’ideologia della crescita è una guerra contro la natura. Qualcuno l’aveva definita «libera volpe in libero pollaio» e a ben vedere non sbagliava. È un gioco al massacro su scala globale

Oggi, in Europa, è ancora peggio: perché viviamo l’incubo di una società di crescita senza crescita. Dal dopoguerra, in effetti, abbiamo conosciuto trent’anni di crescita incredibile. Oggi la crescita non può più andare avanti e non deve più andare avanti. Perché le materie prime stanno finendo e ciononostante il petrolio ha un prezzo bassissimo e lo sprechiamo con una spensieratezza paradossale. Per seguire le leggi dell’economia stiamo sfidando le leggi della fisica e della termodinamica. L’ideologia della crescita è una guerra contro la natura. La globalizzazione, a ben vedere, fa venire tutti i nodi al pettine. Il povero Montesquieu, quando parlava di “dolce commercio” non immaginava la concorrenza del tutto contro tutti. Qualcuno l’aveva definita «libera volpe in libero pollaio» e a ben vedere non sbagliava. È un gioco al massacro su scala globale. Noi esportando distruggiamo l’agricoltura cinese perché siamo più produttivi. I loro contadini vanno nelle città a lavorare a poco prezzo nelle fabbriche e distruggono la manifattura europea e le sue piccole imprese.

E ancora, lavorare meno. Ogni ora che lavoriamo di più, si guadagna di meno. Eppure vogliamo lavorare sempre di più

Noi dobbiamo dichiarare la pace e la decrescita non è che il tentativo di farlo. Sia chiaro: è uno slogan, soprattutto. Il modo giusto di definirla sarebbe a-crescita, con la a privativa, così come l’ateismo è la negazione di dio. La decrescita non è il fine. Decrescere per decrescere sarebbe assurdo, un po’ come lo è crescere per crescere.Dietro questo slogan c’è il progetto di costruzione di un’alternativa. Un’alternativa che io chiamo “società dell’abbondanza frugale”, una società che prospera senza crescere, che non spreca, che abbonda di acqua pulita, di aria pulita, di spazi verdi. Per farlo bisogna rilocalizzare la produzione e smetterla con le guerre economiche a colpi di export, di finanza, di delocalizzazione, di arbitraggi fiscali. E poi ridurre l’impronta ecologica di ciò che consumiamo. E ancora, lavorare meno. Ogni ora che lavoriamo di più, si guadagna di meno. Eppure vogliamo lavorare sempre di più. Non c’entrano solo i consumi: siamo diventati tossicodipendenti del lavoro, non riusciamo più a perdere tempo. Soprattutto dobbiamo ritrovare il senso della misura, del limite, perché viviamo in un mondo limitato. La razionalità e la modernità volevano liberarci dalla trascendenza e dalla tradizione, per darci la libertà. Noi dobbiamo essere saggi, non razionali.

Tratto da: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=57864

A vincere è stata l’Italia “selvatica”

di Mario Bozzi Sentieri – 06/12/2016

E’ un’Italia “salvatica” e temeraria quella che esce dal risultato referendario. “Salvatica” perché libera dai piccoli e grandi condizionamenti che hanno segnato la campagna del e temeraria in quanto capace di andare, senza tentennamenti,  all’essenza della sfida in atto e di vincerla.   Se è vero  – come scrivevano Papini e Giuliotti – che    “ogni uomo esiste in virtù del suo nemico”, il  4 dicembre a vincere è stata un’Italia che ha saputo individuare il proprio “nemico (politico) principale” e discernere  tra il bene ed il male delle proposte in campo  (ben al di là di una pasticciata riforma costituzionale …). E’ l’Italia dei mercati rionali contro quella della grande finanza. L’Italia che non teme mettersi in gioco, rimandando al mittente le “mancette” governative: i cinquanta euro per i pensionati, gli ottantacinque per gli statali, gli ottocento per le mamme, i cinquecento per i giovani … Italia sprezzante contro il politicamente corretto e contro i salotti buoni, contro i timorosi ed i moderati, che, sempre in ritardo sui tempi, hanno votato per il , nella convinzione che … comunque-bisogna-cambiare.

La  vittoria  dell’accozzaglia del no è la vittoria dell’Italia dell’orgoglio e dell’appartenenza, che ha rifiutato la  renziana “disintermediazione” della famiglia e dei corpi intermedi.  E’ l’Italia che non ha ascoltato gli appelli della “grande stampa”, nazionale ed internazionale, e che si è fatta  beffe dello spread, dei rating, della volatilità dei mercati, dell’andamento delle Borse.

Ma è anche un’Italia  che ora vuole contare di più, vuole decidere veramente, una volta archiviata l’idea di una  politica tutta tagli (di sovranità) e falsa efficienza.

Non si dica allora che a vincere è stata la paura del cambiamento. Del “cambiamento” a firma Renzi-Boschi gli italiani hanno dimostrato di non sapersene che cosa fare. Perché è parso, da subito, segnato da una confusa volontà “disorganizzatrice” (nel segno dei “poteri forti”) delle istituzioni e del Corpo Sociale (con l’attacco alle autonomie locali e alle identità diffuse).  Perché, sotto la scorza addolcita dai presunti  risparmi  della politica, quel “cambiamento”  è stato  percepito come intimamente avvelenato. Perché – nel metodo – il progetto sostenuto dal fronte del è stato visto come il  risultato di una scelta di parte, piuttosto che – come avrebbe dovuto essere – il risultato di una politica condivisa.

Ora evidentemente si tratta di cambiare metodo e contenuti, incamminandosi finalmente sulla via di una ritrovata volontà riformatrice, che parli agli italiani il linguaggio della chiarezza (non solo sui temi del cambiamento costituzionale), che dia voce all’Italia profonda e complessa (quella dei corpi intermedi e della società reale), che individui coerenti percorsi di confronto e di condivisione (ad esempio attraverso la convocazione di un’ Assemblea costituente). Con il referendum del 4 dicembre l’Italia ha chiesto di voltare veramente pagina. Un’altra storia ora è possibile.

Tratto da: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=57861