Le verità di Marchionne, il silenzio della politica neoliberista

Sergio Marchionne(tratto da http://www.libreidee.org)

Agganciando il mercato americano con lo sbarco negli Usa attraverso la Chrysler, ha evitato che il tramonto storico della Fiat si trasformasse in una catastrofe. Ha impedito quindi che l’Italia uscisse dal club dei produttori di auto, cioè da quella che nei decenni passati è stata anche un’aristocrazia operaia e sindacale, avanguardia di importanti diritti sociali. Il super-manager improvvisamente scomparso a 66 anni ha saputo guardare oltre l’orizzonte, lo piange Sergio Mattarella, trascurando lo scontro con la Fiom di Landini che a Marchionne contestò il drastico, brutale smantellamento dei diritti del lavoro, il prezzo (salatissimo) per rilanciare un marchio come l’Alfa Romeo da opporre al dominio tedesco, e per paracadutare la Jeep nel mercato cinese. Ma il problema di fondo – ripeteva Marchionne – è il declino della classe media: chi se la compra più, la Panda, se crolla il potere d’acquisto delle famiglie italiane? Interamente neoliberista il credo globale del salvatore provvisorio dell’ex Fiat: al mercato non si comanda, il lavoro sparisce e deve necessariamente emigrare là dove ci sono compratori. L’alternativa sarebbe una sola, la politica: e proprio la scomparsa della politica, fondata sull’investimento pubblico, ha scolpito la grandezza di Marchionne in un Occidente desolatamente solo e impoverito, esposto al ricatto finanziario dello spread – quello che decreta, anche, il tracollo delle vendite di auto in Europa e in Italia.

Coraggioso, spietato, infaticabile. Geniale, nel tornare a scommettere sul made in Italy valorizzando la nostalgia dell’italianità che fu. La morte prematura di Sergio Marchionne, scrive Nicola Berti sul “Sussidiario”, chiude in modo traumatico un pezzo di storia nazionale, non soltanto “l’era Marchionne” alla Fiat. Quest’ultima, rileva, non è più solo italiana da anni: Fca, Fiat Chrysler Automobiles, è una holding di diritto olandese con quartier generale a Detroit. La scomparsa del manager italo-canadese appare una tappa per molti versi conclusiva di 119 anni di storia della “Fabbrica Italiana Automobili Torino”. «Poco importa se, quando e come Fca procederà a un riassetto, peraltro già largamente annunciato con Marchionne ancora in vita e al comando. Ai mercati, sicuramente, interessa principalmente questo: le operazioni straordinarie che potranno puntellare il tonfo in Borsa degli ultimi giorni», osserva Berti. «L’area “Emea” di Fca – cioè la “vecchia Fiat” – verrà ceduta a un gigante orientale (la coreana Hyundai in testa – in questa fase geopolitica – su ogni alternativa cinese)? La “vecchia Chrysler” (affidata

al capo anglosassone della Jeep, Mike Manley) è pronta per essere incorporata in Ford o in Gm, comunque nell’America First trumpiana? La Ferrari – questa è l’unica certezza – resterà in Exor, la cassaforte familiare degli Agnelli».

Il sistema-Italia, naturalmente – aggiunge Berti – non può essere disinteressato al destino della piattaforma industriale di Melfi o delle residue attività di Mirafiori, della Cnh, della Comau o di Magneti Marelli, o anche della Juventus o della partecipazione nel polo editoriale Gedi. «Sono decine di migliaia di posti di lavoro, sono pezzi di Made in Italy. Ma c’è dell’altro con cui fare i conti e non sarà soltanto una questione per addetti ai lavori: analisti finanziari, uomini di governo, sindacalisti, editorialisti e storici». Il minuto di silenzio osservato in Parlamento per Marchionne non è stato fuori luogo: la “fine della Fiat” è un avvenimento civile per il paese. «Il vuoto di leadership lasciato dal Ceo scomparso in Fca è per molti versi il vuoto politico-economico lasciato dalla Fiat in Italia. Un vuoto che alcuni, non senza qualche ragione, misurano nei posti di lavoro bruciati negli ultimi decenni a Mirafiori: da oltre 50mila a poche migliaia. Ma questo – scrive sempre Berti – sarebbe al massimo tentare un bilancio (rozzo e riduttivo) del lungo tramonto Fiat: quello che proprio Marchionne ha evitato si trasformasse in un disastro, anche per l’azienda-Italia». Figlio di un maresciallo dei carabinieri emigrato in Canada e tornato a Torino per tenere a galla lo storico gruppo-leader del suo paese, Marchionne «lascia in eredità scelte di cambiamento che interpellano in fondo l’intero paese: i suoi cittadini di oggi e la loro memoria contemporanea».

Un paese, il nostro, per il quale “grande industria” e “automobile” sono state a lungo sinonimo di “Fiat”: la ricostruzione postbellica e il boom economico, la nascita della repubblica come democrazia di mercato, la motorizzazione di massa. Relazioni sindacali, dallo Statuto dei Lavoratori alla Marcia dei Quarantamila. In prima linea sempre loro, i metalmeccanici del Lingotto e di Mirafiori, «mentre Gianni Agnelli è stato per mezzo secolo una sorta di re senza corona, l’unico italiano che poteva davvero permettersi di girare il mondo non da emigrante, trattando alla pari con i potenti della politica e della finanza». Per Berti, il lascito storico di «un uomo che non ha fatto altro che lavorare duramente ogni giorno fino all’ultimo», appare scabro e spigoloso come il suo stile manageriale: «Marchionne ha detto all’Italia che nel ventunesimo secolo non avrebbe potuto più contare sulla mega-industria fordista e novecentesca». Sempre Marchionne, insiste Berti, ha detto all’Italia che la Fiat non era più un potere forte, e che l’Italia avrebbe dovuto cavarsela senza più poteri forti: «Per lui non c’era Mediobanca, non c’era il network mediatico, non c’era lobbismo politico». Finita l’epoca del posto di lavoro garantito: la crisi come emergenza reale, in un mondo ormai reso irriconoscibile dalla globalizzazione.

«Prima di porre domande a parole, Marchionne ha provato a dare risposte nei fatti», conclude Berti. «Le domande possono restare sgradevoli e le sue risposte possono essere contestate. Ma quelle domande e quelle risposte restano. E le ha poste lui». A rendere assordante il silenzio attorno a Marchionne, il mutismo della politica sottomessa al potere economico delle multinazionali finanziarizzate: purtroppo, dichiara Gioele Magaldi a “Colors Radio” in morte del grande manager, non è stato mai possibile condividere nulla, della drastica visione politica del condottiero della Fiat, tristemente segnata dalla rassegnazione “cosmica” al neoliberismo come sistema senza alternative. Negli anni Ottanta, prima che sull’Europa calasse il grande freddo, la Svezia di Olof Palme salvava aziende traballanti ingaggiando il potere finanziario dello Stato e coinvolgendo i lavoratori, trasformandoli in azionisti. Morto Palme, assassinato da killer tuttora ignoti (a trent’anni di distanza dall’agguato) non sono soltanto crollate le industrie tradizionali europee, ma anche e soprattutto gli Stati sovrani, dotati di facoltà finanziarie indipendenti dai mercati: così è finita la mitica classe media, che ha smesso di comparare anche le Panda di Marchionne fabbricate da operai messi alla frusta per non perdere il posto di lavoro. Risuonano nel silenzio, oggi, le dure verità che Marchionne ha snocciolato in mezzo alle bugie di una politica ridotta a trascurabile servitrice di poteri economici fortissimi e mercenari, senza più bandiere nazionali.

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Sulla guerra

da “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”
di P.D. Ouspensky

C’era una domanda intorno alla guerra: Come impedire le guerre? 

Non si possono impedire le guerre. 
La guerra è il risultato della schiavitù nella quale gli uomini vivono. Ad essere esatti, le guerre non avvengono per colpa degli uomini. Alla loro origine stanno forze cosmiche, influenze planetarie.

Ma negli uomini non vi è alcuna resistenza a quelle influenze, e non vi può essere, perché gli uomini sono schiavi. Se fossero degli uomini, se fossero capaci di “fare”, sarebbero capaci di resistere a queste influenze, e di trattenersi dall’uccidersi l’un l’altro.

“Ma coloro che comprendono questo, non possono fare qualcosa?” domandò la persona che aveva posto la domanda sulla guerra. “Se un numero sufficiente di uomini arrivassero alla conclusione categorica che non vi devono più essere guerre, non potrebbero influenzare gli altri?”
Coloro che non amano la guerra l’hanno tentato quasi dal tempo della creazione del mondo, disse G. E tuttavia non vi è mai stata una guerra paragonabile a quella attuale (1938/45).

Le guerre non diminuiscono, ma crescono e non possono essere fermate con mezzi ordinari. Tutte queste teorie sulla pace universale, le conferenze per la pace, ecc., non sono che pigrizia e ipocrisia.

Gli uomini non vogliono pensare a sé stessi, non vogliono lavorare su di sé, non pensano che ai mezzi per indurre gli altri a servire i loro capricci, a fare ciò che desiderano…

Se si costituisse effettivamente un gruppo sufficiente di uomini desiderosi di arrestare le guerre, essi comincerebbero a fare la guerra a coloro che non sono della loro opinione. Ed è ancora più certo che farebbero la guerra a uomini che vogliono anch’essi impedire le guerre, ma in un altro modo. Finirebbero così col battersi.

Gli uomini sono ciò che sono, e non possono fare altrimenti. La guerra ha moltissime cause che ci sono sconosciute. Alcune risiedono negli uomini stessi, altre sono esteriori. Bisogna cominciare dalle cause che sono nell’uomo stesso. Come può l’uomo essere indipendente dalle influenze esteriori, dalle grandi forze cosmiche, quando è schiavo di tutto ciò che lo circonda? Egli è in balia di tutte le cose intorno a lui. Se fosse capace di liberarsi dalle cose, potrebbe anche liberarsi dalle influenze planetarie.

Libertà, liberazione. Questo deve essere lo scopo dell’uomo. 

Diventare libero, sfuggire alla schiavitù – ecco ciò per cui un uomo dovrebbe lottare allorché è diventato, anche solo per un poco, cosciente della sua situazione.

Questa è la sola via d’uscita per lui, poiché nient’altro è possibile finché resta uno schiavo, interiormente ed esteriormente.

Ma non può cessare d’essere schiavo esteriormente finché resta schiavo interiormente. Così, per diventare libero, deve conquistare la libertà interiore.

La prima ragione della schiavitù interiore dell’uomo è la sua ignoranza, e soprattutto l’ignoranza di sé stesso. 

Senza la conoscenza di sé, senza la comprensione del moto e delle funzioni della sua macchina (l’uomo non libero è solo una macchina), l’uomo non può essere libero, non può governarsi e resterà sempre uno schiavo, in balia delle forze che agiscono su di lui.

Ecco perché negli insegnamenti antichi, la prima richiesta a chi si metteva sulla via (iniziatica) della liberazione, era: Conosci te stesso….

“Il principio ‘Conosci te stesso’ ha un contenuto molto ricco. Esso richiede in primo luogo, all’uomo che vuole conoscersi, di comprendere ciò che questo significa, in quale insieme di relazioni s’inscriva questa conoscenza e da che cosa essa necessariamente dipenda.
“La conoscenza di sé è uno scopo molto alto, ma molto vago e distante. L’uomo nel suo stato attuale è molto lontano dalla conoscenza di sé. Questa è la ragione per cui, rigorosamente parlando, lo scopo
di un uomo non può essere definito la conoscenza di sé. Il suo grande scopo deve essere lo studio di sé. Per lui sarà ampiamente sufficiente comprendere che deve studiare sé stesso. Ecco lo scopo dell’uomo: cominciare a studiare sé stesso, conoscere sé stesso, nel modo più giusto.
 (Capitolo VI – 119)
“Lo studio di sé è il lavoro, o la via, che conduce alla conoscenza di sé.
“Ma per studiare sé stessi, occorre innanzitutto imparare come studiare, da dove cominciare, quali mezzi impiegare. Un uomo deve imparare come studiare sé stesso, deve imparare i metodi dello studio
di sé.
“Il metodo fondamentale per lo studio di sé è l’osservazione di sé.
Senza una osservazione di sé eseguita in modo corretto, un uomo non comprenderà mai come le diverse funzioni della sua macchina siano collegate e in correlazione tra loro, non comprenderà mai come e perché, in lui, ‘tutto accade’.
( Capitolo V –  97 )

L’influenza della Luna su tutti gli esseri viventi si manifesta in tutto ciò che accade sulla terra.

La Luna è la forza principale, o meglio la forza motrice più vicina, più immediata, di tutto ciò che si produce nella vita organica sulla terra. Tutti i movimenti, tutte le azioni e manifestazioni degli uomini e delle piante dipendono e sono comandati dalla luna. La sottile pellicola sensibile di vita organica che ricopre il globo terrestre è interamente dipendente dall’influenza di questa formidabile elettrocalamita che succhia la sua vitalità.

L’uomo, come ogni altro essere vivente, non può, nelle condizioni ordinarie della vita, liberarsi dalla luna. Tutti i suoi movimenti e, di conseguenza, tutte le sue azioni, sono controllate dalla luna. Se egli uccide un uomo, è la luna che lo fa; se si sacrifica per gli altri, è ancora la luna. Tutte le cattive, tutti i crimini, tutti i sacrifici, tutte le imprese eroiche, così come il modo di comportarsi nella vita di tutti i giorni, tutto questo è comandato dalla luna.

La liberazione che viene con la crescita dei poteri e delle facoltà mentali è una liberazione dalla luna. La parte meccanica della nostra vita dipende dalla luna, è soggetta alla luna. Ma se noi sviluppiamo in noi stessi la coscienza e la volontà e sottomettiamo ad esse la nostra vita meccanica e tutte le nostre manifestazioni meccaniche, sfuggiremo al potere della luna.

Piotr Demianovich Ouspensky

Chi si ferma è salvato

(…) Vai in un centro commerciale, il moderno campo di concentramento del consumo.

Osserva la gente, il luogo, l’energia. Le persone sembrano come ipnotizzate, istupidite dagli oggetti, attaccate alle cose, agli aggeggi che sembrano essere sempre nuovi e pieni di promesse.

Perché si accampano in coda per l’ultimo Iphone? Che cosa fanno con tutti quei carrelli pieni di cose, molte delle quali inutili cazzate che dimenticheranno in fretta? Che cosa fanno?

Scappano. Scappano da se stesse.

Siccome non vogliono vedere il vuoto del Nulla che le avvolge, cercano di scappare con le poche cose rimaste, dopo che dio, il partito e tutto il resto sono morti.

Sono disposte a lavorare dieci ore al giorno con fatica e disgusto, perdere ore per guidare e parcheggiare, stare nella confusione, spendere quello che hanno guadagnato lavorando di malavoglia, per ingozzarsi di cose nocive, per comprare prodotti tecnologici che dopo tre mesi diventeranno obsoleti…

Scappano attraverso il consumo, incatenati da uno stimolo al possesso dopo l’altro, sedotti dalla promessa inconscia e vuota di appagamento che la società ha abilmente costruito.

Ora puoi capire meglio da cosa è causato il trionfo della società dei consumi, che avevamo in precedenza identificato come uno dei nemici esteriori più potenti.

Il fascismo della società dei consumi è creato dal Nulla

Che cosa rimane se non c’è nessun dio, nessuna ideologia, nessuna promessa futura, nessun investimento di valore, nessun fondamento interiore, nessun appagamento reale, se non attaccarsi al possesso, al denaro, al consumo, all’esibizione, al potere e al sesso?
Non sono un moralista (solo ogni tanto, giusto per divertirmi).

Non sto dicendo che è meglio credere in Dio, professare un’ideologia, ritornare ai valori del passato o diventare un eremita. Non ti sto incitando al rifiuto degli oggetti, del denaro, del sesso, non sto dicendo che possedere oggetti, godere delle cose e delle sensazioni sia peccato. Quello l’hanno fatto per secoli i religiosi ipocriti, e io sono il primo a mandarli a quel paese.

Noi siamo nati per godere e celebrare la bellezza dell’Universo

Ma tu non stai godendo, fai solo finta di godere. Non è questo il vero godimento.

C’è differenza tra la brama incessante e automatica della sensazione e il Sentire.

Il Sentire è la porta di accesso al vero godimento. Sentire è attenzione al proprio corpo, consapevolezza di se stessi e delle sensazioni, riconoscimento dello spazio interiore e intelligenza emotiva. Il Sentire è la porta di accesso alla saggezza e alla beatitudine.

Apprezzare, godere di un oggetto, provare piacere nell’utilizzo di una cosa ma sapere che l’oggetto non aggiunge e non toglie nulla alla propria felicità cambia l’approccio alla vita e spezza l’attaccamento al consumo.

La ricerca forsennata della sensazione, invece, è scappare dal Sentire. L’ansia del consumo è figlia della disperazione.

Dentro di te c’è un meccanismo che ti fa desiderare un oggetto (materiale o immateriale) perché nel tuo computer interno c’è un virus che ti promette che è lì che troverai il tuo totale appagamento.

Che il tuo attaccamento sia un uomo, una donna, un gelato, una villa al mare, un posto in Parlamento, o l’illuminazione spirituale, tu stai bramando un oggetto.

Sai cosa vuol dire questo? Significa che la società dei consumi l’hai creata tu.

Tu hai creato la società dei consumi

Condoglianze.
Facciamo un momento di silenzio per questa tragica notizia.

Il fascismo della società dei consumi non è una sventura venuta dall’alto, non è solo il diabolico piano studiato a tavolino dai potenti del mondo. La società dei consumi si origina nella tua mente.

Cercare soddisfazione nel consumo è sicuramente una strategia proposta e imposta dal paradigma sociale della modernità ma non potrebbe esistere se non trovasse uno spazio preponderante dentro di te.

Il materialismo consumista è un impulso fortissimo che parte prima di tutto dalla tua mente, e la società dei consumi è la manifestazione esteriore della (tua) mente calcolante che non trova pace in se stessa e cerca sollievo nell’oggetto e nel possesso.

Il nemico esterno è generato da un nemico interno.
Tu crei la società dei consumi a partire da questo attaccamento al desiderio e allo stimolo permanente.

Non a caso la modernità consumistica è basata sullo stimolo ad oltranza.

Tutto è costruito per stimolarti in modi sempre nuovi. Tutto è sempre più veloce, immediato, istantaneo; i tempi imposti sono quelli della pubblicità, elaborati abilmente per iniettarti il desiderio e non darti il tempo di riflettere. Il silenzio imbarazza, i momenti vuoti ti agitano, la noia è da evitare.

Tutto deve essere riempito da qualche stimolo, basta non fermarsi. Il casino, il traffico, il rumore, la Tv, i telefonini sempre accesi, la tecnologia inarrestabile, sono i tentativi inconsci di cancellare il terrore degli spazi vuoti.

Il lavoro, le ferie, la spesa, il cibo, la multisala, la disco, la tv, la partita, facebook : chi si ferma è perduto.

La modernità è una corsa folle allo stimolo.
I can’t get no satisfaction and i try, and i try and i try[1]
Ma la modernità impazzita non è altro che il riflesso della tua mente folle.

La tua mente è terrorizzata dal silenzio, dal vuoto, dal non sapere, dal non far niente, dal nulla, dall’assenza di stimolo, dal non pensiero. Per questo cerca incessantemente uno stimolo dopo un’altro, si attacca a un pensiero dopo un’altro, cerca in continuazione una prospettiva di sollievo: vuole una pizza, poi l’ipad, poi la tv al plasma, poi la settimana bianca, un marito ricco, diventare qualcosa o qualcuno di diverso, potere sesso denaro, e tutti gli oggetti visibili o pensabili di questo mondo e di quell’altro.

E come ben sai, non si arresterà nemmeno se otterrà ciò che desidera. Anzi, diventerà più capricciosa.

A questo mondo vi sono solo due tragedie: una è non ottenere ciò che si vuole, l’altra è ottenerlo.  Questa seconda è la peggiore, la vera tragedia.[2]

Grazie all’avidità della mente tutta la tua vita diventa il rincorrere affannoso di uno stimolo dopo l’altro senza reale soddisfazione.
Sei trascinato, manipolato, pilotato.
La società dei consumi utilizza la fame egoica della mente inducendoti all’attaccamento e potenziandolo dentro di te.
Ma in definitiva chi ti tiene al guinzaglio, chi ti sfrutta, chi ti induce a consumare, non è la pubblicità, non è la società, non sono i politici.
È la mente.

La mente è il luogo dove cercare il Nemico.
La mente è il luogo dove ha origine la società dei consumi, ed è anche il luogo dove si origina il Nulla.
Non resta che osservare la folla rincorsa allo stimolo insoddisfacente e affrontare chi ti spinge in quella direzione.
Chi si ferma è salvato.

[1] “Non riesco ad avere nessuna soddisfazione, e ci provo, e ci provo…”; (I Can’t Get No) Satisfaction, Mick Jagger, Keith Richards (Rolling Stones),
[2] Frase attribuita a Oscar Wilde o a George Bernard Show, (scegli tu chi preferisci).
Fonte:
 manualedelpartigianozen.wordpress.com

Come hanno fottuto i trenta/quarantenni

di Ciccio Rigoli
Quando ero piccolo io negli anni Ottanta, bastava studiare e la questione era risolta. Una vita gloriosa si stendeva davanti a noi, che avremmo potuto studiare, non avremmo dovuto emigrare, avremmo avuto una vita piena e ricca di soddisfazioni. 

L’Italia pompava fatturato, i Mondiali di Italia 90 erano la rappresentazione chiarissima di come stava evolvendo e crescendo e godendo questo Paese.

Poi, sarà che siamo arrivati terzi ai Mondiali, sarà che all’improvviso il Pentapartito non c’era più con il bel faccione di Craxi a rassicurarci, sarà che quello che era considerato il più grande imprenditore italiano si è buttato in politica, insomma, la situazione è degenerata.
E non solo qui da noi, che alla fine dei conti eravamo abituati ad arrangiarci, ma in tutto l’Occidente, mentre il rising billion del Terzo mondo cominciava a dirci “Ehi, pure noi vogliamo le robe fighe che avete voi!”.

I segnali c’erano ma non li sapevamo cogliere, quando ancora Roberto Baggio sbagliava i rigori a Usa 94…

Insomma, ci siamo ritrovati laureati e abbiamo cominciato a scrivere “Dott.” o “Dott.ssa” alla fine dei curriculum ma a nessuno fregava più niente del fatto che fossimo Dott. o Dott.ssa. 

Bisognava studiare ancora, fare un Master, fare i debiti, e poi raccapezzarsi a passare una vita saltando da un lavoro all’altro.

Insomma, dopo che tutti ci avevano detto “Studia così starai bene”, ci siamo accorti che non era così.

E hanno pure cominciato a dire che era colpa nostra che eravamo stati abituati bene e che dovevamo adattarci. E a me viene da dire che non l’avevamo chiesto noi di essere trattati bene, non eravamo stati noi a creare le pubblicità del Mulino Bianco dove tutto andava sempre bene, non eravamo noi ad aver girato i film con Jerry Calà ed Ezio Greggio che ci avevano riempito la testa di successo, di vita bella e soldi facili. L’avevate fatto voi, che oggi siete sessantenni o settantenni e dopo averci riempito di palle sul fatto che voi avevate lavorato duramente ma adesso noi non avremmo fatto la stessa fine vi siete ritrovati con la casa di proprietà mentre noi fatichiamo a mettere insieme il pranzo con la cena. Vi siete ritrovati con più macchine nel garage mentre noi faticavamo a fare l’abbonamento dei mezzi.
Ci avete bruciato, maledizione, e ci abbiamo messo anni ad accorgercene. E non avete fatto nulla per prepararci allo sfascio, ce lo siamo ritrovati davanti, e l’unica cosa che avete saputo dirci era: “Adeguati, non c’è budget”.
E dove cazzo sono finiti tutti quei soldi? 
Stanno lì, nelle vostre pensioni con il sistema retributivo, nei pensionati a 50 anni che poi hanno aperto un’altra attività, stanno negli aiuti di Stato alle aziende che mettono gli operai in cassa integrazione, nei telegiornali che appena c’è uno sciopero in un qualsiasi cazzo di stabilimento FIAT fanno parlare i sindacati che se ne escono dicendo “Gli operai!!! Il lavoro!!! Le pensioni!!!” e poi quando vai a parlare con loro dicendo “Sono un precario, mi servirebbe una mano per un prestito” ti rispondono che non sei un operaio, che dovresti imparare a lavorare, che loro non sono preparati sui contratti atipici, che non sanno di cosa stai parlando perché loro devono preoccuparsi degli operai, degli insegnanti di ruolo e dei pensionati.
E se vai a parlare in banca ti chiedono se hai una casa di proprietà, e ti ritrovi a quarant’anni a far firmare dei documenti ai tuoi che devono garantire per te neanche fossimo ancora al liceo a farci firmare le giustificazioni.

Sapete che c’è? Avete vinto voi. Questa guerra l’avete vinta voi. Ora, però, basta.

Perché dopo averci riempito la testa di cacate sul posto fisso, sul lavoro, su tutto, abbiamo capito che oggi non funziona così. Noi l’abbiamo capito, voi no.

E quindi ci siamo adattati, ma non come volevate voi.

Abbiamo messo su famiglia lo stesso, abbiamo cominciato a fare 15 lavori diversi, lavori che non riusciamo manco a descrivervi e che a un certo punto ci saremmo anche rotti il cazzo di descrivervi mentre siamo lì ad aiutarvi perché “Non funziona Google”, e a 30 anni abbiamo più voci noi nel curriculum che voi a 60.
E quasi mai, se ci offrono il posto fisso, lo vediamo come il posto in cui lavoreremo fino alla fine dei nostri giorni, ma come il posto in cui abbiamo qualche certezza di lavorare per qualche anno senza essere sbattuti fuori a calci appena il vento gira, e dopo qualche anno siamo noi che ce ne andiamo, perché non abbiamo più stimoli e vogliamo averne di nuovi.

Siamo noi che sappiamo come usare i social network che voi usate solo per giocare e mandarvi i buongiornissimi, sappiamo che alcuni giornali sono attendibili e altri no, non ci facciamo fregare dai titoli del Corriere e di Repubblica o dal telegiornale su Rai Uno che pensavate dicesse sempre la verità.

Volevamo fare quello che sognavamo da piccoli, e lo facciamo. Magari non ci prendiamo dei soldi ma continuiamo perché vogliamo farlo, non abbandoniamo quello che volevamo fare solo perché vorreste vederci sistemati.

Non ci sistemeremo, fatevene una ragione, non per ribellione ma perché è impossibile fare quello che avete fatto voi negli ultimi anni del Novecento. Purtroppo o per fortuna, non è dato saperlo.
(Nella foto, il gruppo Iron Maiden)

Abbiamo quarantanni e ci vestiamo ancora con le magliette dei gruppi rock e andiamo ancora ai concerti e guardiamo i film e le serie tv perché il limite della giovinezza si è spostato, anche se voi ci considerate giovani fino a 35 anni se dobbiamo chiedere un prestito o partecipare a un bando di concorso, giovane fino a 50 se invece dobbiamo chiedere un aumento al lavoro.

Siamo noi che stiamo sistemando la situazione anche se ci avete regalato una macchina rotta. E non ci avete fatto neanche gli auguri quando ci siamo saliti sopra ma ci avete detto “Vai piano”. Col cazzo che andiamo piano, non possiamo andare piano, rendetevene conto.

Abbiamo fatto pace con quello che ci avevate promesso e non avete mantenuto. Non avremo la pensione? E vaffanculo, faremo senza. Non avremo una casa di proprietà? E vaffanculo, ce ne andremo da un’altra parte dove gli affitti costano meno.

Non avremo la macchina? E vaffanculo, tanto la macchina non serve più a nessuno.

Lavoriamo spesso più duramente di voi, perché voi davanti avevate il sogno realizzabile di sistemarvi, noi invece abbiamo il sogno irrealizzabile di mettere in banca qualcosa una volta pagato tutto. E non ce la faremo, e quindi vaffanculo, andiamo avanti lo stesso.

Metteremo in piedi startup, aziende, studi e cooperative, e assumeremo i ventenni pagandoli davvero perché non passino le stesse disgrazie che abbiamo passato noi, e se non riusciremo a pagarli per qualche motivo non ci nasconderemo dietro il “Almeno fai esperienza” oppure dietro il “Fai un lavoro che ti piace, vuoi anche essere pagato?” come troppo spesso fate voi che pensate che oggi sia possibile lavorare come una volta.

Insegneremo ai nostri figli che la vita è difficile, molto difficile, ma che possono fare qualsiasi cosa e non gli romperemo il cazzo dicendo “E allora quando ti sposi?” oppure “Non vieni mai a trovarci!”. Si sposeranno e faranno figli quando vorranno, se vorranno, e non ci metteremo in mezzo. Ci verranno a trovare quando avranno voglia loro, non costringendoli col ricatto sentimentale dopo avergli costruito attorno la gabbia della famiglia che ancora oggi continua a ingabbiare migliaia di persone che a cinquantanni si sentono ancora figli prima che uomini o donne.

Nessuno dovrà passare quello che abbiamo passato e stiamo passando noi, quello che voi non riuscite ancora a capire perché per voi gli anni Settanta non sono mai finiti, pensate ci siano ancora le lotte operaie, Guccini alla Festa dell’Unità e il Festival di Sanremo con il superospite internazionale.

Sapete che c’è? Avete vinto quella guerra, ma quella che stiamo combattendo noi, voi non sapete neanche che è in corso. Cazzi vostri, non possiamo starvi appresso in eterno, abbiamo da fare.

Fonte: medium.com