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<title>CriticaMente</title>
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<pubDate>Tue, 09 Feb 2010 03:41:36 +0100</pubDate>
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 <title>CriticaMente</title>
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<title>Acqua privatizzata: &quot;Maledetti voi!!&quot;</title>
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&lt;p style=&quot;TEXT-ALIGN: justify&quot; align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font face=&quot;verdana,arial,helvetica,sans-serif&quot;&gt;&lt;font size=&quot;1&quot;&gt;&lt;br /&gt;
  &lt;img height=&quot;94&quot; alt=&quot;&quot; hspace=&quot;5&quot; src=&quot;upload/rte/acqua.jpg&quot; width=&quot;85&quot; align=&quot;left&quot; vspace=&quot;5&quot; border=&quot;0&quot; /&gt;Non posso usare altra espressione per coloro che hanno votato per la privatizzazione dell'acqua, che quella usata da Gesù nel Vangelo di Luca, nei confronti dei ricchi :&quot; Maledetti voi ricchi....!&quot; Maledetti coloro che hanno votato per la mercificazione dell'acqua.&lt;br /&gt;
  &lt;br /&gt;Noi continueremo a gridare che l'acqua è vita, l'acqua è sacra, l'acqua è &lt;span style=&quot;TEXT-DECORATION: underline&quot;&gt;diritto fondamentale umano.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;
  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/p&gt; </description>
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<pubDate>Sat, 12 Dec 2009 20:20:13 +0100</pubDate>
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<title>Ecco cosa succede quando si privatizza l'acqua</title>
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&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0cm;&quot; align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font face=&quot;verdana,arial,helvetica,sans-serif&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot;&gt; &lt;br /&gt;
  &lt;img alt=&quot;&quot; src=&quot;http://www.criticamente.it/upload/rte/acqua_rubinetto.jpg&quot; align=&quot;left&quot; border=&quot;0&quot; hspace=&quot;5&quot; vspace=&quot;5&quot; /&gt;&lt;/font&gt;&lt;font size=&quot;1&quot;&gt;Ad Aprilia, come in tutto l'ATO4 (38 Comuni) la Privatizzazione dell'acqua&amp;nbsp; e' avvenuta nel 2002 (seconda provincia d'Italia in ordine di tempo dopo Arezzo) quando la Conferenza dei Sindaci ha messo a gara la gestione del servizio idrico per formare una societa' mista pubblico privata (51% pubblico, 49% privato). Il socio privato&amp;nbsp; e' la Veolia Water, una delle piu' grandi multinazionali che gestisce l’'cqua in ogni parte del mondo. Cosa sta succedento veramente...?&lt;/font&gt;&lt;/font&gt; &lt;br /&gt;
&lt;/p&gt; </description>
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<pubDate>Sat, 12 Dec 2009 19:01:20 +0100</pubDate>
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<title>LA (GEO)POLITICA SIA MESSA IN PRIMO PIANO</title>
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 di Gianfranco La Grassa «Chiediamo ai leader del mondo [quelli riuniti a Copenaghen per il vertice sull’ambiente; ndr] di raggiungere un accordo globale sui cambiamenti climatici che sia ambizioso, robusto e giusto e che dia una risposta credibile alla crisi che il mondo ha davanti». Seguono le firme di 500 top manager di numerosissime fra le maggiori multinazionali del mondo: la petrolifera Chevron, Nike, Virgin, ecc. Quelle multinazionali che avrebbero dovuto sostituire gli Stati nazionali, la cui funzione per alcuni cosiddetti “pensatori epocali” si era ormai esaurita, mentre sono invece in piena salute e sempre più “vispi” nell’avvio della fase multipolare. Non sono uno scienziato (di scienze naturali) e non voglio mettermi a discutere circa i problemi del surriscaldamento o meno, anche se constato che gli scettici vanno crescendo. Sono comunque decisamente critico verso certi ambientalisti ideologici. Ricordo bene le polemiche (con alcuni che ancor oggi ripetono la solita solfa) sui “Limiti dello sviluppo”, ricerca del MIT commissionata e ben pagata dal Club di Roma, dietro cui vi era la Trilateral, come dire il gruppo Bilderberg, insomma la mafia dei maggiori riccastri e finanzieri del mondo. Si prevedevano disastri nel giro di un secolo (poi ci sono stati periodici aggiornamenti), ma comunque già alcuni di questi entro la fine del secolo scorso (francamente non riscontrati). Negli anni ’70 – sempre per colpe dell’uomo, ma non ricordo in base a quali elucubrazioni “scientifiche” – si preannunciò l’inizio di un’epoca glaciale. Infine, dopo un po’ di tempo ci si è assestati sul riscaldamento globale e la catastrofe finale dell’umanità entro il XXI secolo. Mi si permetterà di essere perplesso di fronte a simili giravolte. Gli ultimi avvenimenti, relativi allo scambio di mail, ecc., tra sostenitori del surriscaldamento, su cui adesso si sta “indagando” (figuriamoci), aumentano la mia diffidenza verso i catastrofisti. Poiché tuttavia è inutile contrastare i credenti nell’Apocalisse – si ricordi quanto sarebbe dovuto avvenire al passaggio del secolo e millennio (con tutti i computer e altre attrezzature in tilt), e si vedrà fra non molto cosa (non) accadrà nel 2012 – voglio far finta che essi abbiano ragione. Benissimo, resta il fatto che il sottoscritto ha almeno formulato da tempo una giusta previsione: la lotta per l’ambiente non avrebbe avuto affatto carattere anticapitalistico, anzi sarebbe stata presa in mano dall’imprenditoria e trasformata in un ottimo business. I “limiti dello sviluppo” non sono limiti per il capitale, per le sue occasioni di profitto, per le sue battaglie competitive. Non c’è alcun crollo di questa forma sociale a causa dell’ambiente ma, come in ogni sua epoca, si verifica la sconfitta di alcuni gruppi di dominanti e la vittoria di altri; e non in virtù della semplice concorrenza nel “libero mercato”, ma per la capacità o meno di saper approntare strategie efficaci, in esse coinvolgendo gli Stati e gli organismi internazionali (detti tali ma sempre funzionanti in favore di “qualcuno” che ha caratteri nazionali) mentre le “moltitudini”, in realtà i furboni che le manovrano, berciano avendo a disposizione organi di stampa e TV, ben finanziati dalle varie concentrazioni capitalistiche in conflitto. I Soros, gli Al Gore, e gli altri che vivono “dell’ambiente” (addirittura di lautamente pagate conferenze sul tema), sono semplicemente dei parassiti; i top manager delle multinazionali, che sanno usare del “riscaldamento globale” e delle “misure per contrastarlo” allo scopo di apprestare le loro strategie in favore del proprio “esercito” (la propria multinazionale), meritano invece apprezzamento. Diciamo che si dovrebbero valutare adeguatamente queste loro mosse strategiche nel campo del conflitto; in linea di principio, però, vanno valutati come condottieri (e “giocatori”) che sanno il fatto loro. Quelli da disprezzare e trattare quali puri imbonitori sono gli ambientalisti anticapitalisti (veri o falsi, poco importa). Costoro, lo ricordo, hanno blaterato per non so quanto tempo intorno alla “lotta di classe” in cui la Classe Operaia avrebbe infine prevalso, emancipando se stessa e con ciò tutta la società. Quando fu evidente che questa presunta classe non aveva nemmeno le caratteristiche ribellistiche degli schiavi antichi o dei contadini medievali, si sono prese due strade: la più cervellotica portava a sostenere il “crollo del capitalismo” per sua intrinseca incapacità di svilupparsi (per arrivare a cianciare di simili sciocchezze, alcuni sclerotici pseudomarxisti utilizza(va)no scolasticamente la “caduta tendenziale del saggio di profitto”, “il capitale è barriera a se stesso” e altre litanie del genere). La via almeno un po’ sensata, e che per alcuni decenni è potuta sembrare realistica (almeno fino al 1975, data del ritiro degli Usa dal Vietnam), è stata quella delle masse diseredate del terzo mondo (la “campagna”) che accerchiavano le “cittadelle” capitalistiche. Da almeno 35 anni, anche tale tesi è andata a farsi benedire. I poveri anticapitalisti, sempre più “stonati” (alcuni imbufaliti perché hanno fallito la loro carriera di politicanti), si sono buttati sull’ambiente, sostenendo che il capitalismo non può far altro che devastarlo. Provocando guasti irreparabili, esso avrebbe aperto gli occhi al popolo circa i limiti del suo sviluppo; la sua fine sarebbe stata così decretata ineluttabilmente. Il vecchio marxismo, quello del “capitale barriera a se stesso”, voleva superarlo per ridare slancio alle forze produttive con i nuovi rapporti di produzione socialisti; gli anticapitalisti ambientalisti hanno invece proposto la decrescita, identificando capitalismo e sviluppo e credendo che bloccare quest’ultimo – avanzando le motivazioni di difesa dell’ambiente – avrebbe dato inizio alla fine di questa società. Adesso, risulta chiaro che i grandi gruppi capitalistici hanno tutte le possibilità di divenire “ambientalisti”, conseguendo i loro profitti come in qualsiasi altro settore di attività, con il supporto dell’apparato finanziario pur causa, per la sua relativa autonomizzazione rispetto alla sfera produttiva, dei guasti di cui abbiamo appena avuto la prova. Quanto sta avvenendo, con lo schieramento di alcune rilevanti forze dominanti (fra cui la nuova amministrazione americana) a favore delle politiche ambientali, supporta la tesi del mio libro appena uscito (Tutto torna ma diverso, Mimesis edizioni). Nell’800 ci fu lo scontro tra le tesi del grande Ricardo (economista cui viene dedicato almeno un capitolo in qualsiasi Storia del pensiero economico) sul “commercio internazionale” (teoria dei costi comparati, ecc.) e quelle del ben più oscuro List. Il primo formulava l’ideologia di supporto alla predominanza dell’ancora unico paese industriale, la sua Inghilterra, seguito da tutti gli ideologi che, negli altri paesi, rappresentavano gli interessi di classi dominanti agricole soddisfatte di restare complementari (quindi subordinate) alla potenza inglese. Il secondo, poco conosciuto e cui si dedicano poche pagine se non righe nella suddetta “Storia del pensiero”, sostenne che per l’“industria nascente” (quella ancora non sviluppata come l’inglese, dunque meno competitiva per costi più alti legati a scarse “economie sia interne che esterne”) occorrevano dazi doganali, ma temporanei, per favorirne lo sviluppo fino al conseguimento di una piena concorrenzialità con quella inglese. Mutatis mutandis, il liberismo dei subordinati europei (con i loro ideologi; sempre economisti e affini) di questi ultimi decenni ha avuto la stessa funzione in rapporto al predominio statunitense in merito ai settori delle ultime ondate innovative, assai rilevanti per la potenza bellica, giacché i gruppi subdominanti dei sistemi socio-economici europei trovano la loro convenienza nel restare soprattutto agganciati all’auto, al metalmeccanico, ecc., cioè ai settori di passate stagioni industriali; con in più un apparato finanziario (di tipo “weimariano”) strettamente subordinato a quello americano capace di trasmettere nei nostri paesi gli input strategici statunitensi, di cui le manovre finanziarie sono un aspetto (non certo il solo né il più rilevante, ma comunque nemmeno un’inezia). Ovviamente, per combattere in difesa di un’autonomia europea, non sarebbe oggi utile riproporre il protezionismo listiano, bensì altre politiche che comunque imprimano slancio allo sviluppo di settori di punta e strategici (mentre del tutto errata è la risposta della decrescita che, forse in buona fede, risponde comunque agli interessi di supremazia degli Usa). Negli ultimi decenni è avanzato l’ambientalismo e – proprio quando è almeno momentaneamente rientrato il disegno “imperiale” Usa perseguito dopo il crollo “socialistico” e la fine del bipolarismo, proprio quando la superpotenza rimasta ha dovuto prendere atto dell’avvicinarsi di una fase multipolare con il mutamento di tattica attuato dalla nuova amministrazione Obama – ecco la svolta radicale statunitense su questo tema (iniziata già con Bush) e rafforzata anche nella Conferenza di Copenaghen dal parere della Commissione americana per la protezione dell’ambiente. Facile capire che sempre torna, con metodi diversi di epoca in epoca, il solito tentativo di “fermare le bocce” impedendo il cambiamento, e un domani forse il rovesciamento, dei rapporti di forza tra i vari paesi. La Cina ha infatti risposto che fra trent’anni sarà pronta a inquinare di meno. Probabilmente ha esagerato, fra un po’ di tempo potrebbe indicare un periodo più breve. In ogni caso, da ogni parte si tratterà solo di manovre nell’ambito di una cooperazione in quanto mascheratura del reale conflitto. I tempi effettivi, che si scopriranno soltanto strada facendo, saranno quelli della lotta multipolare e del tentativo – compiuto da chi è in vantaggio nello sviluppo industriale in questa fase storica, ma soprattutto nella crescita di potenza del proprio sistema/paese – di ostacolare il recupero degli altri (proprio ciò che tentò di fare l’Inghilterra nel XIX secolo con le tesi scientifico-ideologiche di Ricardo). Di conseguenza, il dibattito scientifico tra “convinti” e “scettici” del riscaldamento globale non rappresenta l’essenziale; più importante è il confronto geopolitico, è contrastare le manovre tese ad impedire cambiamenti via via sfavorevoli alla supremazia, non più incontestata, degli Stati Uniti. Come sui problemi dell’ultima crisi, e di quelle che seguiranno anche ammesso che questa si stia risolvendo (ed è tutt’altro che certo), anche sulle misure ecologiche assisteremo a costosissime riunioni internazionali (in cui presunti esperti guadagneranno cifre da capogiro) con infinite chiacchiere cooperative, ad uso dei popoli, mentre i vari paesi e gruppi di paesi cercheranno di adattare le fittizie misure prese ai propri progetti e alle mosse da compiere per meglio posizionarsi nel conflitto multipolare. Comunque una conclusione è certa. Se l’ambientalismo, che credeva di essere anticapitalistico, non si ritira con dignità, i suoi residui – esattamente come quelli che ancora propugnano la “lotta di classe” tra capitalisti e operai, come quelli che ancora si attardano sui temi della lotta terzomondista contro l’imperialismo – si riveleranno puri e semplici mestatori reclutati: a) per distogliere forze giovanili (ma studentesche, non produttive) da una prospettiva politica di efficace lotta contro la parte più reazionaria dei dominanti; b) per tener pronte squadracce di violenti e anarcoidi che servano sempre, in dati momenti cruciali, a detta parte più reazionaria. Non il capitalismo ma le sue diverse formazioni particolari, che si andranno affrontando nel multipolarismo, hanno preso in mano i temi dell’ambientalismo per le loro manovre strategiche nell’ambito del conflitto che le contrapporrà le une alle altre con acutezza crescente nel medio periodo. Nello stesso tempo, i vari gruppi imprenditoriali, di cui è formata l’importante sfera economica di tali formazioni (paesi, società nazionali, in definitiva), sanno come accumulare profitti e combattere per la preminenza nei mercati, utilizzando “saggiamente” le opportunità fornite dalle suddette manovre nel loro aspetto “ambientalista”. Basta con le ipocrisie e menzogne. C’è gente che si finge radicale e non lo è minimamente. Ormai è scritto in caratteri cubitali l’intervento delle multinazionali – quelle sempre accusate di interessate e losche manovre per affermare questo o quel prodotto nocivo all’umanità – sui temi ambientali per guadagnarci immensi profitti. Si compia un passo ulteriore e decisivo, il più decisivo: si lasci sullo sfondo, non perché inessenziale ma comunque meno rilevante, il dibattito scientifico tra “convinti” e “scettici”. Si torni ad un vecchio slogan, sempre buono anche in tale occorrenza: la politica al posto di comando. In particolare, nell’attuale periodo storico si dedichi attenzione alla geopolitica. Chi insisterà nel dimenticare tale tema cruciale – per rimbambire alcuni settori di popolazione con la decrescita, le misure ecologiche del tipo della spesa a distanza zero Km., le coltivazioni biologiche e altre varie “piacevolezze” – va considerato un “valletto” della strategia statunitense per riprendere il controllo della situazione in vista del conflitto per la supremazia. Nell’attuale fase, la migliore situazione per i popoli, in specie per quelli di paesi di non grande potenza come il nostro, è il multipolarismo. Chi propugna scelte ad esso contrarie, espleta una funzione del tutto negativa. Dovrà essere la politica a indicare ciò che è principale; le discussioni di altro genere non sono irrilevanti ma sussidiarie.  </description>
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<pubDate>Sat, 12 Dec 2009 14:59:08 +0100</pubDate>
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<title>Garanzia dell’anima e della democrazia</title>
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 di Gabriele Zuppa Se la maggioranza di un popolo, sconvolta da un efferrato delitto o da un’inaudita violenza, fosse risoluta a condannare a morte il criminale, legittimamente lo si dovrebbe giustiziare saltando a piè pari quanto previsto dalle sue leggi? Se in preda all’ira o alla delusione ogni singola parte del nostro corpo fremesse per un’azione violenta, e quel sentimento perdurasse; se arrivassimo alla premeditazione, e volessimo la vendetta per quel delitto di cui siamo vittime, saggiamente salteremmo a piè pari quanto previsto dalla nostra ragione? I prodotti della ragione, formalizzati in massime o leggi, sono la garanzia che ci salva dalla furia con cui singoli eventi della nostra vita protrebbero rapirci, stravolgendola. La nostra ragione non si contrappone alle passioni, come per millenni la nostra tradizione ha insegnato, ma mette ordine tra esse, impedendo il loro pulsare confuso. Grazie al ragionare sulle più svariate situazioni nelle più svariate condizioni ci creiamo quella visione del mondo entro cui intepretare i singoli eventi. Se noi non distillassimo invece le nostre esperienze e le nostre riflessioni in una costituzione organica, allora i singoli eventi determinerebbero di volta in volta la nostra intera visione del mondo. Sarebbe il caos: saremmo in balia di ogni nostra momentanea disposizione, vivendo il contraddittorio e schizzofrenico susseguirsi di quegli stati d’animo che di volta in volta gli eventi provocherebbero. In un momento apparirebbe legittima la democrazia, nel successivo momento di incertezza la dittatura. In un altro l’inevitabilità della pena di morte, in quello seguente la sua assurdità. Ora l’essenzialità della vita familiare, poi il nostro poterne fare a meno. Nei momenti di gioia abbracceremmo la vita, nelle delusioni la negheremmo. La ragione è ciò che ci salva da questa condanna: riordina e fa presente a noi stessi l’intera storia della nostra vita, non consentendo che la passione appena affiorata in noi ci aggredisca rinnegando tutta quella storia che noi siamo. Con il peso della nostra storia che la ragione custodisce ponderiamo il nuovo che ci si presenta. L’essenza della nostra storia, che la ragione dispone in massime e leggi, quella è la garanzia della nostra vita. Il richiamo al volere momentaneo del popolo non legittima nulla, così come il richiamo alla nostra preferenza passeggera non giustifica le nostre scelte. Essere interpreti del volere di un popolo non significa negare quanto non collimi con la sua preferenza, ma mostrare come quella preferenza possa collimare con quanto di meglio appartenga alla sua tradizione e alla sua identità. La costituzione e le leggi di un popolo sono la sua propria garanzia, la salvezza da se stesso. Le si cambino, ma con quel rispetto che si deve a quanto di quel popolo costituisce la sua concreta identità e la sua vera dignità.  </description>
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<pubDate>Sat, 12 Dec 2009 14:58:40 +0100</pubDate>
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<title>Da respingere al mittente</title>
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 di Gianfranco La Grassa L’opinione pubblica, stampa e ambienti politici statunitensi stanno in massa dalla parte di Amanda Knox e strepitano contro la sentenza di condanna emessa a Perugia. Premetto che mi sono ben guardato dal seguire il processo; quindi non so se sia stato ben condotto o meno. Se mi si permette, data l’assurdità della vicenda, di essere frivolo, sono sempre rimasto sorpreso dalle unanimi dichiarazioni circa la “bella Amanda”; una ragazza carina, forse con quel che di Lolita che stimola “istinti perversi”. A parte questo, pur sapendo poco del processo, non sono rimasto colpito né dispiaciuto che si sia usato il “pugno di ferro”. Tuttavia, ciò che mi fa incazzare non è l’insulto americano alla “giustizia” italiana, poiché la nostra magistratura, a mio avviso, meriterebbe dure reprimende ogni giorno, ogni ora. Gli Usa comunque adesso, solo adesso, la criticano aspramente, mettendone in luce tutti i difetti, la superficialità, il fatto che i giurati non siano stati tenuti in isolamento per cui sono stati influenzati dal clima che si respirava “fuori”. Si è accusata anche la polizia di “trattamento aggressivo” nei confronti dell’imputata. Sul “povero” (si fa per dire) Lele, che ha diviso con Amanda tutta la sorte del processo, nulla da eccepire da parte del “popolo statunitense”; la stampa infatti accusa di antiamericanismo la sentenza (alla faccia!). Che la mafia – ben nota per i suoi rapporti con le autorità americane anche durante la seconda guerra mondiale e successivamente – lanci accuse, dopo 17 anni di oblio, contro il premier italiano, non fa storia per gli americani. Anzi è tutto normale, la “giustizia” procede con equilibrio e competenza, visto che cerca di colpire chi, con una politica appena un tantino “strabica verso est”, dà fastidio agli interessi Usa. Invece, se una ragazzetta americana viene accusata e condannata per un delitto tra l’efferatezza e l’irresponsabilità e insensibilità più totali nei confronti della vita umana, la “giustizia” italiana fa acqua da tutte le parti; salvo dimenticare la sorte, esattamente eguale, del ragazzo italiano condannato con Amanda. Ci sarà infine qualcuno che avrà il coraggio di pronunciare un “cordiale vaffan….” a questi yankees, dicendo loro di starsene a casa, di non rompere “gli zebedei” in giro per il mondo? Quando vedremo all’opera un gruppo politico con un po’ di dignità che mandi al diavolo la Nato (se fosse servita a ciò che si dichiarava ufficialmente, avrebbe dovuto essere sciolta con il crollo “socialistico”) e rifiuti di mandare truppe nei teatri di guerra di questi ormai declinanti “imperatori del mondo”? E quando proveranno vergogna quei forsennati faziosi che urlano contro l’amicizia tra Berlusconi e Putin, che osano protestare e fare agitazione contro la presunta “lobby della Gazprom”? Quando organizzeranno una manifestazione contro gli Usa, la loro arroganza, il loro voler mettere sempre il naso nei nostri affari? Si protesti semmai contro il Governo per il nuovo invio di soldati in Afghanistan; questo si, va bene, è pienamente condivisibile. Invece no, i rivoltosi “viola”, guidati da agenti degli Usa, vogliono recidere i nostri ancora troppo tenui legami con la Russia, con i nostri interessi più avanzati strategicamente, che ci consentono maggiore autonomia e influenza in Europa e in parte del mondo arabo. La solita arroganza del potere ha fatto commettere un passo falso alla stampa e ai veri o presunti rappresentanti della cosiddetta opinione pubblica negli Usa. Il Dipartimento di Stato ha infine emesso una dichiarazione tesa a mettere una pezza su questo lasciarsi andare al sentimento nazionale un po’ troppo istintivamente e irrazionalmente. E’ logico che non conviene al Governo statunitense rischiare di creare magari sacche di risentimento in qualche settore della popolazione italiana, in genere fin troppo benevola verso quel paese; salvo eccezioni, gli italiani non hanno nemmeno colto che i nostri soldati morti in Irak come in Afghanistan non hanno dato affatto la vita per la “Patria”, a meno che non ci si senta uno Stato dell’Unione. E’ bene – per gli Usa – non stimolare il cervello di qualcuno a riflettere meglio sul significato, di semplice servitù, della nostra partecipazione ad operazioni aggressive utili alla loro (pre)potenza su scala mondiale.  </description>
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<pubDate>Sat, 12 Dec 2009 14:58:12 +0100</pubDate>
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<title>La mamma di Cucchi</title>
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&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;&quot; src=&quot;http://www.criticamente.it/upload/rte/media/stefano_cucchi.jpg&quot; align=&quot;left&quot; border=&quot;0&quot; hspace=&quot;5&quot; vspace=&quot;5&quot; /&gt;La mamma del giovane Stefano Cucchi, entrato vivo nelle maglie della Giustizia il 15 ottobre 2009 e uscitone morto il 22: chi la ricorda? Naturalmente, tutti sappiamo che esiste, l’abbiamo anche intravista alla tv. Lei l’ha messo al mondo con dolore, lei l’ha visto precipitare nella sua difficile vita, lei ha visto la sua tragica fine. E la madre del trans Brenda, ucciso in un paese straniero, dopo essere vissuto per anni in una topaia di Roma? Quante madri vivono nel dolore per i loro figli? Di là dai fatti di cronaca, che sono milioni, pensiamo mai alle madri?&lt;br /&gt;
  &lt;br /&gt;di Mario Pancera&lt;br /&gt;
  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt; </description>
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<pubDate>Sat, 12 Dec 2009 00:57:04 +0100</pubDate>
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<title>Sirtaki e tarantella</title>
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&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;&quot; src=&quot;http://www.criticamente.it/upload/rte/economia/vergogna.jpg&quot; align=&quot;left&quot; border=&quot;0&quot; hspace=&quot;5&quot; vspace=&quot;5&quot; /&gt;La situazione economica della Grecia non è delle migliori ed essendo un paese che fa parte dell’area euro questo preoccupa. Preoccupa ancor più per i parametri del suo indebitamento pubblico che ha fatto salire il rapporto debito/PIL al 110% e si appresta nel 2010 a superare il 120% (Ludovico Polastri). &lt;br /&gt;
  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt; </description>
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<pubDate>Wed, 09 Dec 2009 23:11:43 +0100</pubDate>
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<title>Cuoi e buoi dei paesi tuoi  (di Eugenio Benetazzo)</title>
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&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;&quot; src=&quot;http://www.criticamente.it/upload/rte/personaggi/eugenio_benetazzo_n.gif&quot; align=&quot;left&quot; border=&quot;0&quot; hspace=&quot;5&quot; vspace=&quot;5&quot; /&gt;Mamma mia dammi cento lire che in America voglio andar. Chi non l'ha sentita canticchiare almeno una volta nel corso della sua vita, un motivetto canoro ormai di vecchia data che ricorda un'epoca ormai passata in cui chi era giovane sognava di andaresene via dall'Italia per trovare un posto di lavoro. Forse l'anno venturo qualche rapper italiano (confido in Fabbi Fibra) proporrà un rifacimento musicale all'industria discografica per lo scenario italiano, magari qualcosa del tipo &quot;Mamma mia dammi 1000 euro che all'estero me ne voglio andar&quot;. &amp;nbsp; &lt;br /&gt;
&lt;/div&gt; </description>
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<pubDate>Tue, 08 Dec 2009 23:34:53 +0100</pubDate>
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<title>No Berlusconi Day</title>
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&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;&quot; src=&quot;http://www.criticamente.it/upload/rte/societa_politica/no-b-day_piccolo.jpg&quot; align=&quot;left&quot; border=&quot;0&quot; hspace=&quot;5&quot; vspace=&quot;5&quot; /&gt;Berlusconi: “ci hai rotto il cazzo!” Questo è il contenuto di un cartello portato in piazza da una nuova&amp;nbsp; generazione di oppositori al sultanato berlusconiano, poco inclini al politichese e agli ingessati comportamenti della “sinistra sparita”, persone&amp;nbsp; giovani, stufe di avere tra i piedi da 15 anni, praticamente per quasi tutta la&amp;nbsp; loro vita, un monopolista mediatico con lo sconcio potere di farsi le leggi ad&amp;nbsp; uso personale. &lt;br /&gt;
&lt;/p&gt;  </description>
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<pubDate>Mon, 07 Dec 2009 23:21:09 +0100</pubDate>
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<title>Il bluff Obama</title>
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 di Aldo Giannuli E’ passato quasi un anno dall’insediamento di Obama alla Casa Bianca e, il meglio che si può dire a proposito è che è stato un anno senza infamia e senza lode. La riforma della sanità deve ancora passare e non sappiamo in che termini finali passerà. Il pantano irakeno è ancora là e si trascina stancamente; in Afghanistan si medita di rilanciare l’impegno militare per evitare di confessare il fallimento dell’intera operazione. La riconversione verde dell’economia per ora non è più di uno slogan accompagnato da qualche fumosa promessa in materia di emissioni e di impegno per il clima. Per il resto poco o nulla, salvo un incredibile “Premio Nobel alle intenzioni” che fa risaltare ancor più la mancanza di risultati concreti. Qualcuno ci dirà che, però, la sua azione è valsa a fermare la crisi ed avviare la ripresa. Già: c’è la ripresa…. Ma voi ve ne siete accorti? Mentre ci avviamo alla soglia dei 57 milioni di disoccupati nelle economie occidentali, la ripresa non è che sembri poi così solida (come l’improvviso e poco previsto crack di Dubai ci ha ricordato). E poi che bella ripresa: appena i mercati finanziari hanno una leggera stabilizzazione e si registra una pur lievissima ripresa produttiva, i prezzi delle commodities (dalla soia allo zinco, dal frumento al rame, per non dire di oro e petrolio) schizzano in alto. E se i loro prezzi registrano una battuta d’arresto è perchè c’è stato un nuovo crack finanziario. La “ripresa” è solo un superficialissimo calmarsi di onde dovuto al trasferimento dei debiti dalle banche americane al bilancio statale Usa. Obama è un Robinn Hood che ruba ai contribuenti per dare ai banchieri. Poi ruberà ad europei, cinesi e giapponesi per dare agli americani e, infine, una fiammata inflattiva brucerà tutti, ricordando che i giochi delle tra carte vanno bene per la finanza, ma non risolvono nulla nel campo dell’economia reale. Per risolvere il problemi dell’ora presente ci vuole altro, ben altro.  </description>
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<pubDate>Mon, 07 Dec 2009 23:06:55 +0100</pubDate>
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