Hanno vinto i Sioux, niente oleodotto

di Maria Rita D’Orsogna – 05/12/2016

“The bitter cold has not chilled the passion behind stopping the pipeline. The many members of ‘Veterans Stand for Standing Rock,’ brought supplies such as gas masks, earplugs and body armor, to stand firm as a unit to protect protesters from the police and their rubber bullets. But instead, tonight they dance. It looks like the Americans have won, after all”

La notizia è arrivata domenica 4: l’Army Corps of Engineers ha annunciato che non approverà i permessi per costruire il Dakota Access Pipeline sotto un pezzo del fiume Missouri e vicino a terre sacre agli indiani d’America.

Jo-Ellen Darcy la Assistant Secretary delle opere interne per conto dell’Army dice che considereranno percorsi alternativi, in cui ci saranno delle valutazioni di impatto ambientale con le osservazioni del pubblico.

 

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La storia parte molto tempo fa.

Il Dakota Access pipeline è un proposto oleodotto di 1.700 chilometri che avrebbe dovuto trasportare 400,000 barili di petrolio ogni giorno (64 milioni di litri!) provenienti dai campi petroliferi detti Bakken e Three Forks nel nord Dakota ed estratti con il fracking, nella sua versione per petrolio.

In questo momento il petrolio viene trasportato via rotaia. L’oleodotto cosi come era stato proposto avrebbe dovuto attraversare il North Dakota, South Dakota, lo Iowa, e poi finire nella città di Patoka, nell’Illinois. Da qui, una ragnatela di altri oleodotti avrebbero dovuto trasportare il petrolio in tutta la nazione.

Dicono che l’oleodotto servirà a decongestionare il trasporto su rotaia ed a renderlo meno pericoloso, e dunque a salvare l’ambiente.

Arrivano i costruttori a realizzare questo Dapl – Dakota Access Pipeline. La ditta si chiama proprio come l’oleodotto, Dakota Access ed è una filiale della Energy Transfer che già controlla 114mila kilometri di oloeodotti Usa.

Indovinate con chi fa affare questa Dakota Access e questa Energy Transfer? Con il futuro presidente Trump!

Ad ogni modo, la costruzione del Dapl è iniziata qualche mese fa, nel 2016 e più o meno si è a metà dell’opera.

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Particolarmente arrabbiati sono stati gli indigeni, gli indiani d’America che protestano da due anni almeno. Non vogliono l’oleodotto. Punto. Questo perché prendono l’acqua dal fiume Missouri e sono preoccupati di eventuali perdite che potrebbero inquinarla, e poi come detto sopra, perche’ ci sono terre a loro sacre, siti archeologici e cimiteri. Soprattutto, dicono di non essere mai stati interpellati nella progettazione di questo oleodotto.

Le proteste si sono intensificate nell’estate del 2016 quando quelli della Dakota Access hanno chiesto una variante per portare l’oleodotto proprio sotto il Lake Oahe, particolarmente prezioso ai Sioux e a ottocento metri dalla loro riserva.

I permessi qui devono essere dati da vari enti. Già a settembre 2016 l’amministrazione Obama aveva dato il suo no al cosiddetto Dapl. La palla passava appunto a questo Army Corps of Engineers.

Chi sono costoro?

È un corpo di circa duecento anni, fondato per studiare ed approvare a livello centrale strade, canali, ferrovie e altra infrastruttura di “importanza nazionale” che magari comprendevano più stati e che riguardano l’approvvigionamento idrico.

Per esempio, quando venne approvato il Clean Water Act, sotto Nixon nei primi anni ’70, questi dell’Army Corps furono incaricati di sorvegliare tutte le infrastrutture idriche nazionali per far si che  i limiti agli inquinanti e i controlli all’acqua potabile venissero rispettati secondo la nuova legge.

Fra le altre cose, l’Army Corps deve dare il suo nulla osta a tutti i progetti che in qualche modo intaccano o hanno la possibilità di intaccare la rete e le sorgenti idriche.

E doveva darlo anche per il Dakota Access Pipeline.

Le cose però si complicano quando di mezzo ci sono gli indiani d’America, maltrattati da cinquecento anni.

Gli indiani hanno un attaccamento profondo alle loro terre, e in teoria le riserve in cui vivono sono oggi sotto la propria giurisdizione. Sulle riserve per molte cose hanno l’autonomia e molte cose possono deciderle da se. C’è pero’ una importante considerazione: durante la conquista del west le tribù indigene vennero spesso spostate dalle loro terre ancestrali verso altri siti, che oggi sono diventate le riserve indiane.

In molti casi queste riserve nulla hanno a che fare con i siti storici. Cimiteri, aree archeologiche e altre zone che gli indiani considerano sacre non sempre (e anzi quasi mai!) sono dentro i confini delle riserve. Semplicemente a suo tempo le riserve vennero disegnate a tavolino altrove, senza preoccuparsi di metterci dentro l’area X perché non ci pensarono o perché era impossibile farlo.

L’Army Corps riconosce tutto ciò e quindi ogni volta che devono approvare un progetto nelle vicinanze di siti di indiani d’America sotto l’obbligo di fare tutto il possibile per identificare siti archeologici o storici di speciale importanza per le tribu indiane e soprattuto che tali indiani devono essere interpellati *prima* che le loro ex-terre diventino qualsiasi altra cosa.

Dave Archambault II, il rappresentante dei Sioux di Standing Rock ha ringraziato tutti – Obama, il Dipartimento della Giustizia, il Dipartimento dell’Interno, e l’Army Corps per questo risultato.

Esultano un po tutti: al canto di “We will not fight tonight, we will dance!”.

La gente era qui accampata da settimane e mesi, e ci si preparava a resistere per tutto l’inverno.

Sono arrivate le celebrità in persona o a dare il loro supporto (da Jane Fonda a Mark Ruffalo, da Leonardo di Caprio a Robert Kennedy, da Susan Sarandon a Ben Affleck, da a Shailene Woodley). Ci sono state azioni di protesta in vari campus americani, per le strade di Washington e di New York, e qualche giorno fa sono arrivati anche 2mila veterani di guerra a dare il loro supporto.

Neve, freddo, minacce. Non c’è stato niente da fare, alla fine, abbiamo vinto ancora noi, gente normale, con la persistenza e la resistenza ad oltranza.

Grazie. È un bel giorno.

 

* Fisica e docente all’Università statale della California, cura diversi blog (come questo). Consapevole dell’importanza dell’informazione indipendente, Maria Rita ha autorizzato con piacere Comune a pubblicare i suoi articoli

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