L’abominevole risiko in Siria

di Fabrizio Casari – http://www.altrenotizie.org

La rivendicazione dell’Isis della strage in California apre un altro capitolo nello scontro tra Stati Uniti e fondamentalismo religioso, ma ciò non impedisce ad Obama di continuare a mettere sullo stesso piano la lotta contro il terrorismo del Califfato e quella per la cacciata di Assad, che del Califfato è il nemico principale, oltre ad essere l’unico che può sconfiggerlo sul terreno.

All’iniziativa militare di Parigi si è sommata Londra e anche Berlino annuncia un suo impegno, ma ad oggi, se si deve misurare l’efficacia militare, la Russia di Putin rimane l’unico autentico avversario militare dello stato islamico. Ma nel caso dei russi l’essere nemici dell’Isis pare non basti a non essere nemici della Casa Bianca. A giudicare dalla Turchia, invece, sembra piuttosto che essere amici dell’Isis e della Casa Bianca nello stesso tempo sia più semplice.

La Turchia, che continua ad immaginare un suo ingresso nella Ue, resta ad oggi il più importante membro della Nato nell’area e di questo ruolo si fa scudo a protezione della sua ambiguità politica, che vede come sommamente pericolosa la ripresa del dialogo tra Washington e Mosca.

Eppure, alcuni analisti ritengono che l’intemerata politico-militare turca contro la Russia non avrebbe avuto luogo senza una previa consultazione di Ankara con Washington. Altre letture suggeriscono invece l’ipotesi che sia stata l’arroganza del Sultano Erdogan a mettere il mondo a rischio di una guerra ben più ampia di quella siriana. Ma è evidente come Ankara tenti di trascinare l’intero blocco militare Nato nel conflitto siriano, per poter utilizzarlo in funzione dei suoi interessi politici.

E’ verosimile che, comunque, Erdogan sia subito corso a chiedere l’aiuto statunitense dopo essersi reso conto di averla fatta grossa. Non è un caso che Obama abbia definito “legittima” la difesa da parte della Turchia del suo spazio aereo, mentre tace, imbarazzato, sulle prove che Mosca ha consegnato al mondo sui traffici che Ankara – e, significativamente, la rapace famiglia presidenziale – tiene in piedi con l’Isis. Con il quale condivide almeno due obiettivi (la cacciata di Assad e dei kurdi) ed una identità religiosa (quella sunnita).

Appare chiaro come il Sukoy russo sia stato abbattuto perché colpiva i raparti turcomanni che Ankara utilizza per sorvegliare il confine da dove passano armi, denaro, petrolio ed opere d’arte, e i cui proventi sono destinati ad arricchire la famiglia Erdogan.

Il tentativo di Ankara di spostare in ambito Nato il conflitto in Siria, assumendo così anche formalmente un ruolo decisivo, per ora è fallito, ma non è detto che non ci saranno altri strappi. Dall’ottica di Erdogan se la Nato decidesse d’intervenire il ruolo di Mosca sarebbe limitato alla difesa delle sue basi e, conseguentemente, il dopoguerra vedrebbe Mosca in una situazione più defilata di quanto al momento si stima. Per questo Ankara ha tutto l’interesse ad inasprire il conflitto e ad evitare un coordinamento politico, oltre che militare, tra Russia e Occidente.

Una soluzione politica della guerra in Siria che vedesse invece il governo di Damasco, Mosca e Teheran al tavolo delle trattative, potrebbe portare anche ad affrontar, anche solo come “effetto collaterale”, la questione della riunificazione della diaspora kurda nel quadro di un accordo internazionale sul riassetto della regione. Cosa che, letteralmente, fa impazzire Ankara, che per i kurdi prevede la stessa sorte degli armeni.

Quale che sarà l’evoluzione del conflitto (pero ora economico e commerciale oltre che politico) con Mosca, è evidente che la già scarsa credibilità del regime turco è stata ulteriormente menomata, così che l’abbattimento del Sukoy russo si è rivelato un pessimo affare, economicamente e politicamente. Mosca invece (su cui si può scommettere che cercherà la vendetta nel momento più propizio) per ora ha dimostrato freddezza e abilità politica, proseguendo nella sua attività militare e diplomatica.

Ma, parallelamente, continuando nel suo percorso di comunicazione che salta di pari passo le catene dell’intermediazione insite nel dialogo tra stati, rivolgendosi in modo diretto all’opinione pubblica mondiale, come già fece un anno fa, per stoppare l’attacco USA alla Siria.

A questa nuova strategia di comunicazione il Cremlino sembra voler ora ricorrere sistematicamente. Un fatto inedito nella storia della comunicazione politica, a maggior ragione per un paese come la Russia e che procura all’Occidente inediti problemi. A cominciare dalla capacità di contribuire alla ormai diffusa certezza nell’opinione pubblica internazionale che Usa e alleati non hanno nessuna intenzione d combattere l’Isis finché gli serve ai suoi scopi.

Ma quello tra Russia e Turchia è solo un aspetto, pur pericoloso, del conflitto in Siria. Il risiko che abbiamo sotto gli occhi è la conseguenza di un disordine generalizzato causato dalle scelte folli della politica statunitense nella regione, con interventi diretti e sostegni militari e politici utili alle sue necessità energetiche e di controllo della movimentazione del greggio, come a sostenere il nuovo protagonismo politico-religioso dei paesi del Golfo, Arabia Saudita e Qatar in testa. Quali che siano le opinioni circa la fondatezza o meno delle politiche della Casa Bianca, una cosa è certa: se Washington decidesse di chiudere il conflitto, esso finirebbe nel volgere di poche settimane, politicamente o militarmente.

Le capitali occidentali continuano a recitare la litanìa della cacciata di Assad. Si dovrebbe poter pensare che c’è una strategia dietro la proposta. E’ così? Non sembra. Perché omettono di dire chi dovrebbe prendere il suo posto. Ovvero: chi governerebbe la Siria se domattina Assad si dimettesse e, per esempio, chiedesse asilo politico a Mosca?

Tre sono i soggetti siriani in campo: il regime di Assad, l’Isis e Al-Nusra. E allora? Chi dovrebbe governare a Damasco? Il Califfo Al-Baghdadi? O i fantomatici ed inesistenti jahidisti moderati? Cominciamo col dire che quelli che chiamano “moderati” sono Al-Nusra, ovvero la costola siriana e libica di Al-queda. Si possono considerare moderati? E comunque sono ininfluenti, non arrivano nemmeno a cento unità. Di nuovo: e allora? E’ il vuoto di potere totale l’obiettivo? Ovvero la riduzione della Siria ad una nuova Libia o a una nuova Somalia?

Alcuni opinionisti ritengono che gli USA siano eccessivamente defilati ed imputano alla debolezza politica di Obama l’assenza di un’iniziativa militare più decisa; ma non considerano che, vista da Washington, la priorità è più spostata in funzione degli interessi della Nato. Anche Obama conclude ogni dichiarazione di guerra all’Isis ricordando che Assad deve lasciare. Dal momento che sono due soggetti in guerra tra loro, le dichiarazioni del presidente USA ad un esame superficiale potrebbero apparire un controsenso o un equilibrismo, a seconda dei punti di vista. In realtà, però, rappresentano una linea politica: mentre la guerra all’Isis è divenuta una necessità inderogabile (a parole, però), la cacciata di Assad è stata e continua ad essere il centro della vera strategia statunitense. Che nella fine di Assad vede sì un aiuto ai suoi alleati storici (Ryadh e Tel Aviv) contro alcuni nemici storici (Iran e sciiti) ma soprattutto vede la fine dell’alleanza militare storica con la Russia. E Mosca, più che Damasco, l’obiettivo nel mirino politico di Washington.

Mosca, infatti, ove la Siria cadesse in mano ai sunniti guidati dagli Emirati, perderebbe le sue uniche basi nel Mediterraneo e vedrebbe ridursi senz’appello la sua capacità d’influenza internazionale.

In una tenaglia continua che propone l’ingresso nella Nato a tutti i paesi dei Balcani, dopo aver già inserito nei suoi ranghi alcune ex repubbliche sovietiche come Estonia, Lettonia e Lituania, e in attesa di aggiungervi l’Ucraina, oltre ai paesi ex appartenenti al Patto di Varsavia, priva delle basi siriane la Russia verrebbe di fatto circondata e Mosca vedrebbe ridursi alla sua esclusiva dimensione nazionale o poco più il suo posizionamento nella scacchiera geostrategica.

Qui, e non altrove, sta l’interesse statunitense per la caduta di Assad. Che continua, in Europa come nel mondo arabo, a ritenere la Russia come un suo nemico strategico, come l’unica minaccia alla sua leadership politica e supremazia militare assoluta. Per questo sostiene, come la Turchia e l’Arabia Saudita, sia l’Isis che tutti coloro che si battono per la caduta di Assad. La guerra per procura fatta dai jiahidisti è lo stumento scelto per mandare in porto l’operazione.

Del resto, se questo è il core business dell’impegno USA in Siria, anche il sostegno ad Arabia Saudita e Israele, storici alleati di Washington, ha un peso determinante. Tel Aviv, come Ryadh, ritiene che la rottura dell’alleanza militare di Damasco con Teheran sia in principio un obiettivo strategico generale di riferimento e, oltre a ciò, sa che la fine di Assad comporterebbe una serissima difficoltà per Hezbollah in Libano ed Hamas nei Territori Occupati.

C’è da ricordare che Hezbollah ha duramente sconfitto l’esercito israeliano nell’invasione del Libano di qualche anno addietro e che ha garantito con il suo aiuto militare la sopravvivenza dell’esercito siriano; e sa anche che il legame di Hezbollah con Hamas ha permesso ai palestinesi di ridurre l’impatto del blocco operato da Israele verso Gaza.

La caduta di Assad, quindi, produrrebbe un effetto a catena di proporzioni decisive per tutto il riassetto della regione e, da solo, porterebbe a risultati impensabili da ottenere scegliendo invece uno ad uno gli obiettivi contro i quali, di volta in vota, Ryadh e Tel Aviv dovrebbero misurarsi.

Se per i turchi la Siria rappresenta la possibilità di estendere il suo territorio e la sua influenza fino al confine con Israele, oltre che di eliminare sul nascere l’ipotesi della riunificazione della diaspora kurda, per l’Arabia Saudita e gli altri Emirati la caduta di Assad rappresenta la fine dell’asse militare, politico e religioso con l’Iran, che impedirebbe in prospettiva immediata anche la presa di controllo di Teheran sull’Irak, e la definitiva affermazione del wahabismo e dei salafiti sui sunniti siriani, maggioranza nel Paese.

Nel frattempo, mentre la Siria è ormai un supermarket di guerra, dove si può trovare di tutto, oltre tremila uomini del Califfo Al Baghdadi sono entrati in Libia per farne la seconda capitale del Califfato dopo Raqa. Così, mentre non riesce a chiudere quella in Siria, l’Occidente ne vede una nuova che sta per scatenarsi: la guerra di Libia.

Tratto da:
http://www.altrenotizie.org/esteri/6774-labominevole-risiko-siriano-.html

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