La radice del problema e’ la finanza

Povero Viktor Orban, col suo patetico muro, che non e’ nemmeno un muro, e che gia’ l’universo mondo politicamente corretto ha bollato come il muro della vergogna e dell’infamia (assai meno si parla del muro di Israele contro i Palestinesi: quello non e’ politicamente scorretto): passano sotto i reticolati, spingono, urlano, pregano, implorano, bestemmiano, e alla fine lo superano.

Povero Matteo Salvini, con le sue frasi ad effetto, i suoi atteggiamenti da uomo duro, i suoi ritornelli accalappia voti: dal Vaticano fino a Sinistra, Ecologia e Liberta’, sono tutti d’accordo di sparare su di lui: il cinico, il razzista, il cattivo, il reazionario, l’ottuso, l’antimoderno, il nostalgico dell’autarchia di mussoliniana memoria, il bersaglio preferito dei comici progressisti e buonisti.

E povero cittadino comune, ungherese o italiano, greco o francese, tedesco o svedese: nessuno gli ha domandato cosa ne pensa, gli hanno cambiato la vita senza che neppure se ne rendesse conto, come si sfila la sedia da sotto il sedere di un bonaccione un po’ addormentato, un po’ sventato, e poi ci si fa quattro risate allorche’ questi si rende conto di essere seduto sul nulla, e annaspa.

Gli hanno tolto la sovranita’ e gli hanno imposto l’accoglienza indiscriminata di milioni di stranieri: cosi non e’ piu’ padrone ne’ dei suoi risparmi, ne’ della sua citta’, del suo quartiere, della sua casa. E’ rimasto li, come un allocco, con quattro pezzi di carta in mano che rappresentano la sua vita di lavoro, ma che forse non valgono piu’ nulla; e con una casa, un quartiere, una citta’ che gli son cambiati sotto gli occhi nello spazio di pochi anni e ormai e’ come se vivesse al Cairo o a Baghdad.

Intanto, il suo vicino di casa si e’ appena sposato: con un altro uomo. A scuola, i suoi figli e i suoi nipoti apprendono, dalla maestra, con tanto di filmini e di ‘schede didattiche’, che non esistono due sessi, ma cinque orientamenti sessuali; e che l’amore omosessuale e’ la cosa piu’ normale che ci sia, e che il relativo matrimonio, con tanto di figli adottivi, e’ il sacrosanto diritto che logicamente ne deriva; e che, a parlare in altro modo, si rischia la denuncia, la multa e, forse, il carcere.

Eppure, sia la questione dei cosiddetti migranti, sia quella relativa alla istituzionalizzazione dell’omosessualita’, altro non sono che due aspetti collaterali di un problema molto piu’ ampio, molto piu’ profondo, che parte da lontano: ed e’ proprio la miseria intellettuale e la carenza culturale dei nostri governanti, per non parlare dei sedicenti intellettuali (i peggiori di tutti: i piu’ servi, i piu’ faziosi, i piu’ venalmente interessati a propagandare la menzogna) a far si che le singole questioni appaiano slegate l’una dall’altra, e le si affronti (o non affronti) come se fossero capitoli distinti.

In principio c’era la finanza: una finanza sempre piu’ vorace, che e’ cresciuta e che continua a crescere in progressione esponenziale, irresistibile, geometrica: e’ essa la madre di tutti i problemi nei quali ci stiano dibattendo, dalle migrazioni dei popoli al dilagare del relativismo etico, dal buonismo a senso unico allo sfaldamento della famiglia, dell’amicizia, del tessuto sociale. Sono tutti effetti dello strapotere della finanza: effetti in gran parte voluti e scientificamente pilotati; in qualche caso, pero’, non voluti ne’ previsti, ma egualmente inevitabili.

La finanza moderna ha un luogo e una data di nascita: Londra, 1694: fondazione della Banca d’Inghilterra. A partire da quel momento tutti i meccanismi della modernita’ sono stati organizzati e orientati secondo gli interessi della finanza, ossia dell’economia speculativa, e non piu’ della produzione, del lavoro, dell’economia reale. A partire da quella data, il banchiere ha preso gradualmente il controllo di tutte le societa’, di tutti gli stati, di tutte le economie, e ha imposto i suoi uomini, le sue regole, le sue logiche (perverse). Tutto e’ stato subordinato ad essa, tutto e’ stato pensato, fatto e disfatto in funzione di essa: guerre e rivoluzioni, crisi economiche e scoperte scientifiche, innovazioni tecnologiche e movimenti culturali, artistici, letterari, filosofici. Lo sport, la danza, la televisione, l’universita’, l’impresa, le pensioni, l’ecologia (o la sua negazione), il risparmio, la catena di montaggio, i romanzi, la bioingegneria: tutto e’ stato piegato ai suoi voleri.

Non solo: la finanza, padrona dell’informazione e dell’istruzione, ha squalificato ogni critica nei suoi confronti con il marchio d’infamia della schizofrenia, della paranoia, del complottismo. Ogni voce realmente critica e’ stata spenta, ridotta al silenzio (nel modo piu’ semplice: negandole l’accesso ai grandi mezzi di comunicazione); screditata con la tecnica di mescolarla con delle teorie francamente balzane; ridicolizzata sistematicamente. Chi parla della finanza mondiale e della sua dittatura, chi parla del gruppo Bilderberg o della Commissione Trilaterale, subito viene zittito rinfacciandogli la credenza nelle scie chimiche o nelle basi aliene sotterranee. Nessun analista, nessuno studioso serio osa piu’ avanzare critiche globali alla finanza, per timore del ridicolo che lo escluderebbe per sempre dai salotti televisivi, dalla stampa e dalle grandi case editrici, per non parlare delle cattedre universitarie e delle poltrone delle grandi istituzioni scientifiche.

Cosi, ci si perde nei dettagli, nelle diatribe sui singoli problemi: e non si coglie la loro profonda, intima connessione. Ci si divide fra buonisti e insensibili, fra progressisti e retrogradi, fra laici e oscurantisti: si litiga, ci si accapiglia per delle questioni di principio; e intanto ci viene sottratta la sovranita’ monetaria, poi la sovranita’ tout-court, infine la capacito’ di decidere il nostro futuro. Ci viene imposta un’Europa che e’ diventata un’Eurabia: con tutto rispetto per gli Arabi. E ci viene imposto un omosessualismo che scardina dalle fondamenta il senso stesso della famiglia umana: con tutto rispetto per gli omosessuali. Si cambiano le regole, si cambiano i valori, silenziosamente; o, meglio ancora, i poteri forti pretendono che si prenda atto del cambiamento, anche se nessuno e’ stato coinvolto, interpellato, ascoltato.

I nostri politici illuminati ed accoglienti ripetono al comune cittadino che deve essere ospitale, che deve fare spazio a qualche altro milione d’immigrati: tanto, loro non hanno idea di che cosa voglia dire vivere in un quartiere degradato, in una citta’ degradata, pieni di spacciatori e prostitute, terrorizzati dalla piccola criminalita’, sempre piu’ feroce e incontrollabile. Nelle loro belle ville, nei loro palazzi con tanto di camerieri, cuochi e giardinieri, ne’ i ministri, ne’ i monsignori che predicano l’accoglienza e che rimproverano la durezza di cuore dei loro concittadini, devono mai fare i conti con la sporcizia, l’insicurezza, la paura. Non sono problemi loro: a loro incombe solamente l’onere di fare dei bei discorsi, di catechizzare con le tele-prediche.

Il lavoro scarseggia, e scarseggera’ sempre di piu’: ma che importa? L’importante e’ che la finanza aumenti i suoi profitti. I giovani non trovano sbocchi, non hanno prospettive: ma che importa? I figli dei ministri e i nipoti dei monsignori se ne vanno all’estero e si costruiscono carriere prestigiose e strapagate. Il numero dei disoccupati e dei piccoli imprenditori rovinati dalle tasse continua ad aumentare, e cosi la percentuale di coloro che si tolgono la vita per la disperazione: ma che importa? L’importante e’ preoccuparsi per gli stranieri, per i migranti, per gli invasori: sono loro i piu’ deboli, e’ loro che bisogna aiutare, e’ per loro che bisogna stringersi. Dei nostri poveri, chi se ne frega? Ne’ i politici, ne’ i monsignori, si sono mai dati tanta pena per essi: ci pensera’ la Provvidenza; siamo o non siamo tutti figli del buon Dio?

Intanto si distruggono le ultime foreste, si surriscaldano ulteriormente le nostre citta’, si immettono nell’atmosfera quantita’ industriali di sostanze chimiche di scarico; si rovesciano sui campi di grano, sui vigneti, sui frutteti, milioni di tonnellate di veleni, per la gioia della nostra salute e della nostra speranza di vita; si manipola il Dna delle creature viventi, si clonano gli animali, si mescolano geni di specie animali e vegetali, si progettano chimere, mostri e superuomini; si fecondano donne con il seme di mariti e amanti deceduti, si trasformano chirurgicamente donne in uomini e uomini in donne, si immolano decine di milioni di animali per vedere in quanto tempo impazziscono o quanta porzione di cervello bisogna asportare loro perche’, finalmente, muoiano: e tutti questo in nome della scienza e del progresso, cioe’ del Bene.

E guai ad avanzare dubbi, guai a non mostrarsi entusiasti di simili, esaltanti prospettive: si rischia la scomunica e la condanna inappellabile: la condanna al silenzio. Nella societa’ della comunicazione esasperata e compulsiva, chi non va in televisione, chi non firma i pezzi sui maggiori quotidiani, e’ come se fosse morto. Preferirebbe essere morto, anzi, piuttosto che subire un simile destino. Perche’ questo e’ diventato il nostro punto debole, il nostro tallone d’Achille: la vanita’. Piu’ ancora che il denaro, e’ il successo l’arma che ci minaccia costantemente: e noi subiamo il ricatto.

La radice del problema e’ la finanza, ma la finanza e’ matematica, e’ una cosa complicata; e, come se non bastasse, e’ una cosa che sembra lontana e inafferrabile, e’ ovunque e in nessun posto: e, come tutte le cose misteriose ed elusive, sembra infine che non sia, che non possa rappresentare un gran pericolo per noi. Un leone affamato che ci viene incontro ruggendo, e’ pericoloso; un caro armato che avanza sui cingoli, con il cannone spianato; un aereo da bombardamento che sgancia il suo rosario di morte, queste sono cose pericolose: ma la finanza? Che cosa abbiamo da spartire, noi, comuni mortali, con la finanza? Noi, che abbiamo solo una modesta casa e qualche euro di risparmio in banca? Noi, che ci riteniamo gia’ straricchi se possiamo concederci una vacanza di otto giorni, invece che di quattro; che ci sembra di dilapidare i soldi, se ci decidiamo ad acquistare una nuova automobile, dopo aver speso un sacco di soldi per far riparare la vecchia: in che modo possiamo essere minacciati dalla finanza, noi moscerini, noi lillipuziani?

Eppure la finanza e’ un mostro che non disprezza e non trascura nulla, neppure i moscerini e i lillipuziani. Ogni euro di risparmio, ogni casetta lasciata in eredita’ dai genitori ai figli dopo una vita di lavoro, ogni singolo scontrino fiscale rilasciato dal barbiere, dal panettiere, dal calzolaio: tutto va bene, tutto fa brodo, tutto concorre alla sua crescita smisurata, ai suoi appetiti cannibaleschi, ai suoi pasti pantagruelici. Non spreca nulla, non butta via nulla, lei: perfino i soldi del racket, persino i proventi della droga, tutto e’ calcolato, tutto e’ incanalato nel gigantesco imbuto che porta verso il collettore mondiale; come da mille e mille fiumi e torrenti, i salari e le pensioni di sette miliardi di persone concorrono alla ricchezza inconcepibile di poche centinaia.

La finanza sembra innocua: non la si vede, non e’ opprimente, non e’ invasiva; vive e ci lascia vivere; in fondo, e’ buona, o, almeno, la si puo’ considerare umana. O no? Si, e’ vero: controlla la pubblicita’ e le bollette, i governi e le grandi organizzazioni sovranazionali; mette al posto giusto i suoi uomini, sulle poltrone piu’ alte, nelle posizioni piu’ importanti; ma insomma, bisogna pur fidarsi un poco, non si puo’ mica vivere nella cultura del sospetto. Non bisogna pensare troppo male della finanza: che cosa sarebbe di noi, senza di lei? Chi finanzierebbe le campagne contro la fame nel mondo? Chi finanzierebbe le ricerche contro il cancro? E chi finanzierebbe le fondazioni culturali, che ci permettono di ascoltare a viva voce la conferenza del pensatore o del sociologo o dell’autore di best-seller di turno?

Via, bisogna pure ammetterlo: siamo fortunati che la finanza c’e’. E’ la finanza che sovvenziona gli studi, i sondaggi, le ricerche, le previsioni, le inchieste; che colma i deficita’ di bilancio delle fondazioni private e delle universita’ statali; che promuove i Rotary, che da’ smalto al sapere. Non bisogna vedere tutto nero, non bisogna gridare sempre al lupo; non si deve fare del terrorismo psicologico. Avremo pure il diritto di vivere in santa pace e di dormire sonni tranquilli.

Nel frattempo, l’Europa e’ diventata l’Eurabia; la famiglia e’ diventata la convivenza di due omosessuali; la ricerca scientifica e’ diventata la fabbricazione di mostri viventi; la chiesa, una societa’ per azioni che predica bene e razzola male; e la filosofia’ e’ diventata il regno di tutte le fumisterie, di tutte le astruserie, di tutte le farneticazioni possibili. Oh, ma con criterio, secondo una precisa tabella di marcia e uno scopo ben definito: la distruzione capillare, sistematica, implacabile, di ogni residuo di logica e di buon senso, di ogni parvenza di liberi arbitrio. Un mare di chiacchiere nel cui apparente disordine c’e’ una finalita’ ben precisa e chiarissima (per chi la vuol vedere): l’instaurazione del relativismo assoluto, sotto le cui bandiere chiunque potra’ proclamare, senza timore di contraddittorio, che il nero e’ bianco e che il bianco e’ nero; che il bello e’ brutto e il brutto, bello; che il vero e’ falso e il falso, invece, verissimo.

Come se ne esce?

In primo luogo, con la consapevolezza.

In secondo luogo, adottando uno stile di vita coerente con la rinnovata consapevolezza.

La finanza e’ un mostro fatto di aria: se le persone smettono di alimentarla con i loro stili di vita sbagliati e distruttivi, essa si esaurisce e muore.

O forse non ne usciremo affatto: bisogna pur essere realisti. Cio’ non significa che non si debba lottare; sarebbe troppo comodo. Accarezzerebbe troppo la nostra pigrizia, la nostra mollezza. Perche’ il potere finanziario ci ha rammolliti, oltre che incretiniti. Una ragione in piu’ per ridestarsi’

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