IL LINGUAGGIO DI GRILLO, DI RENZI E DI MUSSOLINI

Sentenze, aforismi, parole d’ordine. Chi accusa e chi si difende. I lavoratori? In balìa di tutti.

di Mario Pancera

«La parola d’ordine non può essere che questa: disciplina. Disciplina all’interno per avere di fronte all’esterno il blocco granitico di un’unica volontà nazionale», diceva agli italiani, nel 1925, Benito Mussolini, allora capo del governo e ormai padrone del Paese. Il fondatore del fascismo era arrivato al potere, che quasi non se l’aspettava nessuno, visto il tasso di analfabetismo e la scarsissima diffusione dei mezzi di comunicazione. Eppure li aveva avvertiti fin dal 1922, quando in un discorso a Udine aveva sentenziato: «La disciplina deve essere accettata. Quando non è accettata deve essere imposta». La impose e finì in una guerra mondiale: 1940-1945.

Quando parlava così, intere folle lo applaudivano. Aveva una grande abilità oratoria, e politicamente era molto più colto di gran parte dei politici di oggi. Direi, anche dell’attore Beppe Grillo e del primo ministro Matteo Renzi. Usava con tempismo le pause (lo fa anche Grillo) e utilizzava frasi ad effetto e aforismi (lo fanno, meno bene, Grillo e Renzi: generalmente il primo per offendere, il secondo per difendersi). Nel 1939, gridò ai suoi: «Credere. Obbedire. Combattere. In queste tre parole fu e sarà il segreto di ogni vittoria», così come nel 1928, rivolgendosi agli industriali aveva detto: «Io affermo che in tempi di crisi è nell’interesse degli operai accettare una decurtazione dei salari». Sembra oggi.

Grillo si muove, si agita, aggrotta le sopracciglia, rotea gli occhi arrotondandoli alla Mussolini, per attirare l’interesse del pubblico. Vuole la disciplina, i suoi devono firmare: chi non si adegua paga una penale in denaro. Incredibile. Recita, e il pubblico accorre anche perché si diverte. Avendo ottima memoria come attore, ripete i testi che preparano i suoi autori: quando è intervistato per strada, o ripropone frasi fatte o battute oppure fingendo di sfuggire ai giornalisti (non ama la libertà che si prendono i giornalisti) corre su una spiaggia o si allontana, incappucciato, sotto la pioggia, non risponde. È bravissimo nel far parlare di sé, anche quando non ha niente da dire.

Gioca con le boutades, i calembours (che poi sono i primi giochi di parole dei bambini), e con la deformazione dei nomi degli avversari. Chiama Renzi “Renzie”, Formigoni ”Forminchioni”, Letta “Barzelletta”, Monti “Rigor mortis”, Elsa Fornero “Elsa Frignero”, Bersani “Gargamella”, Napolitano “Morfeo”, Fassino “Salma”, Berlusconi “Al Tappone” e via di questo passo. IL PD è Pdmenoelle e anche “la peste rossa”. Molti ridono, ma in questo modo il grillosfascismo scala le classifiche dei sondaggi, che danno il movimento alle spalle del PD. Il giorno che si impadronissero del potere che cosa faranno Grillo e Casaleggio, i due amici cofondatori del M5s ed esperti di marketing tv? Diranno: credere, obbedire, combattere.

Diceva ancora Mussolini: «Noi andiamo forse verso un periodo di umanità livellata sopra un tenore di vita più basso. Non bisogna allarmarsene. Questa può essere un’umanità fortissima, capace di ascetismi e di eroismi come noi in questo momento forse non immaginiamo». Era il 1934, cinque anni dopo il crollo di Wall Street e verso la fine della grande crisi mondiale che ne era seguita. Un’ “umanità fortissima” diceva il duce del fascismo: quella che da una parte avrebbe ideato la soluzione finale, e dall’altro l’avrebbe subita nei campi di sterminio.

E il linguaggio di Renzi?, domanderà qualcuno. Renzi che, parlando degli 80 euro per gli stipendi più bassi, dice «Questo è solo l’antipasto»? E poi promette la «rivoluzione». Ahinoi. Ecco un paio di esempi: «La politica deve essere conquista, deve essere senza rete. Bisogna sudare e combattere, essere pronti a rimettersi in gioco. Come diceva Clint Eastwood: “Se vuoi una garanzia allora comprati il tostapane”». E anche: «Noi, parlo della mia generazione, siamo a un bivio. Dobbiamo scegliere  se fare i polli di batteria o avere il coraggio di usare un linguaggio diverso».

Qui sono senza parole, ma questo è il linguaggio dei leader di oggi. Cerco di stare soltanto alla cronaca. Dove è finito il lavoro: nel precariato. Gli ideali: nei film western. I lavoratori sono disorientati, appaiono distrutti, come individui e come organizzazioni sindacali. Se poi alle elezioni europee vincessero gli anti-euro, una eventuale inflazione li porterà al livello del quarto mondo.

Voce dal loggione: E come mai i partigiani oggi sono chiamati “ribelli”?
Seconda voce: È il linguaggio…
Terza voce: Chiamiamoli partigiani.
Prima voce: Meglio “patrioti”.
(Silenzio in sala)

Mario Pancera

NB. Ho preso le citazioni mussoliniane dal libro “Il linguaggio di Mussolini”, ed. Bompiani, di Augusto Simonini, un grande studioso scomparso trent’anni fa; le altre dai mass media.

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