Perché Alitalia deve continuare a volare

E’ opinione diffusa, non solo fra le persone comuni, ma anche fra autorevoli esponenti del mondo politico, sindacale e dello spettacolo che la sopravvivenza di Alitalia sia una questione epidermico-sentimentale, dal momento che fa in qualche modo parte di quell’immaginario collettivo italiano assieme alle trenette col pesto a Genova piuttosto che i corazzieri al Quirinale.

A questo partito se ne affianca un altro, egualmente nefasto, a mio modo di vedere, che pretende di risolvere lo stato di crisi con una formula taumaturgica che suona così: “subito i libri in tribunale”! Se le cose fossero così semplici ed elementari, forse qualcuno lo avrebbe già fatto.

Certo ci sono esempi di compagnie fallite che poi hanno ritrovato, dopo una ristrutturazione industriale, una collocazione nel mercato (Swiss Air, Sabena, Balkan…), ma le loro dimensioni erano ben più ridotte di quelle di Alitalia. Avevano già uno spazio regionale che è stato semplicemente “rimodulato”. Qui si tratta della settima compagnia aerea del mondo, con uno staff di 22.000 dipendenti, sessant’anni di storia, un mercato turistico (quello italiano) che attira ogni anno milioni di presenze, tratte “d’oro” (slot su cui il traffico è intenso e costante in ogni periodo dell’anno) oltre ad una struttura ed un marchio ormai consolidati a livello mondiale.

Gli aerei di Alitalia, infatti hanno un coefficiente medio di riempimento che si avvicina all’80%, pertanto nonostante la non-gestione che ha subito, questa compagnia continua a lavorare.

E’ mai possibile che nessun giornale o mezzo di informazione dica a chiare lettere che l’Italia sta ammazzando una gallina dalle uova d’oro?

Forse il contribuente medio inorridirà a sentire ciò, ma almeno posso tranquillizzarlo sul fatto che parlo senza aver avuto nulla in cambio, nemmeno un misero biglietto omaggio per qualche destinazione esotica, che visto l’autunno precoce, nemmeno mi dispiacerebbe.

Credo sia evidente che la nostra compagnia sia un ghiotto boccone per le grandi società di trasporto europee  e non solo, che potrebbero in questo modo aumentare il loro bacino d’utenza per il traffico in transito a livello intercontinentale, ovviamente sui loro grandi hub (Francoforte, Londra, Parigi, Madrid…) oltre a partecipare di pingui utili sul traffico interno.

La nostra classe politica ci ha ormai abituato alla progressiva demolizione del patrimonio industriale pubblico, e certamente ne potrebbe raccontare delle belle un amministratore dell’IRI che oggi ricopre una carica di non risibile peso, tuttavia perdere anche Alitalia e farla diventare una succursale regionale sarebbe un atto kamikaze. Persino Assolombarda, che certo al solo suono di “assistenzialismo” vede le piume dell’aquila che fa da logo agitarsi, ha tacciato come folle l’abbandono di Malpensa come secondo hub italiano. La matematica non è mai stato il mio forte, lo ammetto candidamente, tuttavia mi sembra che sia da preferirsi il perdere 400 milioni (attuale passivo del bilancio societario) di euro piuttosto che 15 miliardi dello stesso conio. Questa infatti sarebbe la cifra che il Nord perderebbe in termini di logistica, tempi morti, danni vari alle aziende ed alle istituzioni dalla dismissione delle rotte annunciata da Alitalia, bisogna poi dire che l’abbandono di Malpensa avrebbe dei costi immediati che graverebbero sulla compagnia, basti solo pensare alla chiusura di tratte, uffici, personale a terra, manutenzione etc…

I nostri politici hanno sbandierato come chissà quale conquista il fatto che Ryan Air abbia offerto un investimento su Malpensa per un miliardo di euro, aprendo nuove rotte e utilizzando lo scalo come propria base di armamento in Italia. La cifra, peraltro spalmata in più anni, è semplicemente ridicola, stante che le vendite di biglietti da parte di Alitalia hanno superato i due miliardi di euro solo quest’anno, di cui buona parte al Nord e… sullo scalo di Malpensa!!

Va inoltre detto che, essendo Ryan Air una compagnia straniera (quotata alla borsa di Dublino), i proventi finirebbero all’estero, lasciando in Italia meno delle briciole, visti i magri stipendi e il personale ridotto all’osso. Oltre al danno la beffa: tutto l’indotto industriale verrebbe meno oltre alla non trascurabile componente dell’inquinamento, per il quale le compagnie low-cost sono già state additate come responsabili di emissioni ben più significative a causa dell’elevata frequenza dei voli.

Mi sembra infatti evidente che Ryan Air abbia come imperativo categorico il profitto, non certo l’assicurazione di un servizio pubblico duraturo e continuativo nel tempo; con tutto il rispetto questa soluzione mi sembra follia pura. Vorrei comunque sottolineare che non biasimo una società estera che cerca lucrosi guadagni, fa il suo mestiere, bensì il problema è della classe politica nostrana che lo permette!!

Bisogna inoltre sottolineare che nessuna compagnia low cost potrà acquisire, nel breve-medio periodo, gli slot intercontinentali di Alitalia, visto che quel ramo è ancora saldamente in mano alle compagnie di bandiera perché i costi di leasing e/o acquisto e mantenimento di aerei di grandi dimensioni non sono alla portata di tutti, per le dimensioni non è possibile utilizzare aeroporti secondari, non è possibile risparmiare sul catering, i turni di riposo per gli equipaggi sono più rigidi etc…

Pertanto il problema rimane aperto su quel versante. O forse dobbiamo dire ai milanesi di non andare a New York o ai buyer americani di non venire più a vedere le nostre sfilate di moda?

L’idea del doppio hub non è sbagliata in sé, è sbagliata nel modo con cui è stata applicata, difatti è assurdo che Milano abbia Linate e Malpensa che fanno, di fatto, lo stesso lavoro, per cui ci possono essere situazioni in cui da Roma o da altre città partano voli per entrambi gli aeroporti in contemporanea. Ovviamente pieni per metà. Se ci fosse un solo aeroporto, poi, l’attività di transito sarebbe più favorita anche a livello europeo, come prevedeva il progetto originario il cui principale oggetto di competizione erano i grandi scali tedeschi.

Dietro la volontà di (s)vendere Alitalia non c’è il desiderio di rilanciare un grande gruppo industriale italiano, bensì quella  di attuare la solita politica dello spezzatino agli amici degli amici, a tutto scapito dell’utenza, di cui nessuno si cura affidandola alle aperte braccia degli operatori stranieri.  Ciò è evidente dal fatto che tutti i piani prevedano solo tagli, licenziamenti, “dimagrimenti” e “preparazione alla vendita”. Mai si parla di una politica aggressiva, innovativa e di espansione nei mercati. Come cittadino italiano, prima che come commentatore, non posso che dirmi sdegnato da tutto questo servilismo nei confronti del “mercato”. Lo Stato invece di vendere dovrebbe ritornare in possesso dell’intero pacchetto azionario di Alitalia (diritto previsto dalla Costituzione della Repubblica quando vi sia pubblica utilità), ed affidare ad un management giovane e innovativo, tralasciando quindi gli amici degli amici, la gestione dell’azienda (www.alitalia.com).

Alberto Leoncini

 

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