Con la revisione del codice militare di guerra, la dittatura è alle porte. Fermiamola.

Niente più libera informazione sulla guerra. àˆ quello che prevede la delega al Governo per la revisione delle leggi penali militari di pace e di guerra, già votata al Senato lo scorso 18 novembre e nelle prossime settimane in discussione alla Camera: se il provvedimento venisse approvato senza ulteriori modifiche il codice militare di guerra verrebbe applicato anche alle cosiddette “missioni di pace” ed esteso addirittura a qualsiasi cittadino italiano che si trovi “nel territorio estero sottoposto al controllo delle Forze armate italiane nell'ambito di una operazione militare”, giornalisti ed operatori umanitari compresi [Adista News].


“Il progetto ha due obiettivi di fondo”, spiega il magistrato Domenico Gallo, del Coordinamento nazionale giuristi democratici (www.giuristidemocratici.it): “ridurre l'area di controllo di legalità affidata alla giurisdizione ordinaria, incrementando la competenza della giurisdizione militare attraverso la 'militarizzazione' dei reati comuni commessi da militari; abbassare la soglia fra pace e guerra, riesumando le leggi di guerra e rendendole pienamente utilizzabili”.

Diventerebbero così di competenza della giurisdizione militare moltissimi reati, anche comuni, purché commessi da militari. Inoltre, riducendo la distinzione fra “stato di pace” e “stato di guerra”, verrebbero gradualmente introdotte leggi di guerra anche in tempo di pace, senza cioè che il Parlamento deliberi e il presidente della Repubblica dichiari lo “stato di guerra”, come la Costituzione vorrebbe; sarebbe sufficiente – spiega ancora Gallo – che il Governo, con un semplice Decreto e senza alcuna approvazione del Parlamento, proclamasse “l'instaurarsi di un non meglio determinato tempo di guerra”.

Sono quattro, in particolare, gli articoli del codice militare di guerra che rischiano di imbavagliare definitivamente la libera informazione, tappando la bocca ai militari e di fatto trasformando i pochi giornalisti ancora non embedded in addetti stampa delle Forze armate, sotto la minaccia di pesanti pene detentive: l'articolo 72 (“procacciamento di notizie riservate”), 73 (“diffusione di notizie riservate”), 74 (“agevolazione colposa”) e 77 (“divulgazione di false notizie sull'ordine pubblico o su altre cose di interesse pubblico”) che prevedono la reclusione da 2 a 10 anni (in un carcere militare) per “chiunque si procuri notizie concernenti la forza, la preparazione o la difesa militare, la dislocazione o i movimenti delle forze armate, il loro stato sanitario, la disciplina, le operazioni militari e ogni altra notizia che, essendo stata negata, ha tuttavia carattere riservato”; la pena potrà poi aumentare fino a 20 anni di reclusione qualora le notizie venissero divulgate o pubblicate.

Nessuna notizia, pertanto – a cominciare da quelle riguardanti per esempio le nostre Forze armate che operano a Nassiyria – senza il via libera da parte dei comandi militari.

“Con l'approvazione di questa norma liberticida – commenta Fabrizio Battistelli, presidente di “Archivio disarmo” – diventa a rischio il mestiere dei giornalisti, che già devono affrontare conflitti sanguinosi e privi di steccati fra combattenti e non combattenti. Quale sarà il giornalista, inviato sul campo a dare conto di operazioni di guerra (o di pace, che ormai presentano poca o nessuna differenza con le prime), il quale dovrà guardarsi non soltanto da attentati, rapimenti, scontri a fuoco, ma anche dal pericolo di finire sotto inchiesta per aver descritto un'azione militare? Chi deciderà che una notizia, anche non classificata come segreta, può avere 'carattere riservato'? Di questo passo, persino riferire dello stato di salute degli uomini e delle donne del contingente potrà configurare un reato”. E Claudio De Fiores, docente di Diritto costituzionale a Napoli, giudica a rischio anche gli operatori internazionali, che potrebbero essere accusati di “somministrazione al nemico di provvigioni” (articolo 248 del Codice militare di guerra) e condannati ad un periodo di reclusione “non inferiore a 5 anni”: l'applicazione dell'articolo non è automatica, anche perché “bisognerebbe distinguere tra il legittimo soccorso alle popolazioni civili prestato dagli operatori umanitari dalla loro volontà di sostenere soggetti belligeranti”. Tuttavia “nelle nuove zone di guerra è spesso molto difficile provare la differenza tra un civile e un belligerante; se tale normativa fosse realmente applicata, l'ordinamento militare si troverebbe nelle condizioni di esercitare un pervasivo potere di controllo sulle attività dei civili, ma di riflesso anche su quelle dei movimenti pacifisti in Italia”.

Contro la legge delega, Rete Lilliput e Articolo 11 (da oltre 100 giorni in presidio perma-nente davanti a Palazzo Chigi per chiedere il ritiro delle truppe italiane dall'Iraq) hanno lanciato una petizione a cui hanno aderito, fra gli altri, Arci, Associazione obiettori nonvio-lenti, Beati i costruttori di pace, Legambiente, Missionari comboniani, PeaceLink, Rete Radiè Resch, Un ponte per… “L'obiettivo di questa revisione dei Codici penali militari – si legge nel documento (www.ostinatiperlapace.org) – è, di fatto, quello di offrire un contributo normativo alla costruzione del nuovo ordine (o disordine) globale e alle teorie della guerra permanente. Normare l'emergenza bellica per normalizzare la guerra. Inoltre è alto il rischio di una definitiva decostituzionalizzazione del concetto di 'tempo di pace' e 'tempo di guerra', sino a una integrale perdita di senso di quanto stabilito dall'articolo 11, il cui valore quale principio fondamentale della nostra Costituzione è stato già pesantemente messo in discus-sione da altri atti posti in essere da questo e da altri governi”.

Lo scorso 28 gennaio si è svolta un'azione di pressione davanti alla redazione romana del “Corriere della Sera”, per sollecitare il principale quotidiano italiano ad occuparsi della questione. E “Azione nonviolenta”, mensile del movimento nonviolento, ha chiesto un'audizione alle commissioni Esteri e Giustizia di Montecitorio.

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