Mondo: il vero "asse del male" sono povertà e degrado ambientale

Il vero “asse del male” non sono gli “stati canaglia”, ma il “pericoloso circuito tra povertà , malattie infettive, degrado ambientale e crescente competizione per l'accesso al petrolio ed altre risorse”. E' il chiaro atto d'accusa verso la Casa Bianca che emerge dallo “State of the World 2005”, l'ultimo rapporto del prestigioso Worldwatch Institute. La “lotta al terrorismo sta spostando l'attenzione del mondo dalle reali cause di instabilità ” – notano i curatori del Rapporto. Il terrorismo viene letto, come sintomo di un'insicurezza globale, spesso effetto perverso della drammatica interazione tra povertà , degrado ambientale e diffusione delle malattie [ReporterAssociati].


Quelli che i curatori del rapporto chiamano i “problemi senza passaporto” generano e alimentano le condizioni in cui l'instabilità , la guerra e gli estremismi politici prosperano. Tutto ciò sta conducendo il mondo in una spirale pericolosa in cui il tessuto connettivo delle nazioni è compromesso, la capacità di “governo politico” delle crisi è ormai nulla e si sviluppa la radicalizzazione.

“Affrontare queste sfide – scrivono gli esperti del Worldwatch – richiede una strategia che dia risalto ai programmi di prevenzione, piuttosto che risposte di tipo militare”.

“Un mondo più giusto e sostenibile è un mondo sicuro” – spiegano i curatori “piuttosto che continuare a rafforzare il potere militare, i governi devono raddoppiare gli sforzi per salvaguardare la vita umana e l'ambiente, devono pensare al disarmo e alla ricostruzione post-bellica e ridisegnare le Nazioni Unite se vogliono dei cambiamenti nel futuro”. Sono sostanzialmente tre, secondo gli autori, le azioni che i governi devono mettere in pratica.

Prima di tutto rafforzare la cooperazione internazionale per rispondere al meglio ai problemi della povertà , delle malattie e dell'inquinamento; in secondo luogo supportare, attraverso uno spostamento delle risorse destinate agli armamenti, i Millenium Development Goals, gli obiettivi fissati dall'Onu per il 2015 e infine sostenere delle iniziative ambientali e dei programmi di monitoraggio comuni.

Sono impressionanti i dati forniti dal Rapporto 2005 dal titolo “Redefining Global Security” del Worldwatch Institute, l'istituto americano che dal 1984 pubblica annualmente il rapporto sulla salute del Pianeta. Oggi nel mondo quasi due miliardi di persone soffrono la fame e la sicurezza alimentare è insidiata spesso dai fattori quali la disponibilità d'acqua, la proprietà fondiaria e l'accesso alle risorse, la povertà e il degrado ambientale. Uno dei maggiori ostacoli alla sicurezza alimentare sono i cambiamenti climatici, la perdita della biodiversità e l'aumento delle malattie.

Il Rapporto segnala infatti che 14 milioni di persone muoiono per malattie infettive e numerose malattie, come tubercolosi e malaria, stanno tornando a costituire una minaccia accrescendo la loro diffusione geografica e molti nuovi virus sono stati identificati durante le ultime tre decadi. Oggi dai 34 ai 46 milioni di persone sono infettate dall'Hiv, soprattutto nei paesi meno sviluppati. In Africa l'Aids sta falcidiando tutta la generazione di mezzo, i giovani dai 15 ai 40 anni, e dunque la fascia produttiva della società . Ogni giorno 6.000 africani muoiono di Aids.

Uno dei maggiori elementi di instabilità politica e sociale è rappresentato dal petrolio, o meglio dal massiccio uso di questo combustibile fossile come fonte primaria di produzione di energia. La produzione di petrolio ha raggiunto il tetto in 33 dei 48 maggiori produttori mondiali e la forte dipendenza dal petrolio alimenta le rivalità geopolitiche, le guerre civili e le violazioni dei diritti umani. Ma non solo: la sicurezza economica delle nazioni che offrono e acquistano petrolio è compromessa dalle oscillazioni del prezzo e dalle stesse opportunità di rifornimento.

E il ruolo del petrolio nell'insidiare la stabilità climatica – l'utilizzo di combustibili fossili è la prima causa di emissioni di anidride carbonica che causa l'effetto serra – rappresenta una grave minaccia per la sicurezza dell'umanità , nota il rapporto. 250 milioni di persone sono già vittime dei cambiamenti climatici, un numero che è triplicato rispetto al 1990. E sono ormai 9,7 milioni i “rifugiati ambientali”, mentre una persona su 370 (17,1 milioni) è costretta a lasciare casa.

Il trend di crescita della popolazione è in lenta diminuzione, ma in 100 paesi i giovani tra 15 e i 29 anni sono più del 40% degli adulti. Ma le opportunità economiche sono particolarmente limitate in Medio Oriente ed in Africa sub-Sahariana, in cui il 21-26% dei giovani sono disoccupati. Nel mondo più di 200 milioni di giovani sono senza lavoro o non guadagnano abbastanza per sostenere una famiglia e, sottolinea il rapporto, “possono essere una forza destabilizzante se il loro scontento li spinge al crimine o nelle insurrezioni o nei gruppi che si alleano con quelli estremisti”.

Nonostante tutto questo continua la corsa agli armamenti, per la quale ogni anno nel mondo si spendono complessivamente quasi 1000 miliardi di dollari, una spesa a cui i paesi in via di sviluppo contribuiscono per un quinto. Con le cosiddette piccole armi usate nei conflitti armati vengono uccise 300 mila persone ogni anno e altre 200 mila muoiono in seguito a bombardamenti. Almeno un quarto delle 50 guerre e conflitti degli ultimi anni è dovuto allo sfruttamento del petrolio, che ha provocato finora la morte di cinque milioni di persone.

Questi problemi, mettono in allarme gli autori, rischiano di far cadere il mondo in una spirale senza uscita. Otto stati nel mondo dispongono di 28mila ordigni nucleari. 6 Paesi posseggono armi chimiche, il 98% delle quali appartengono a USA e Russia.

L'unica risposta possono fornirla i governi, ripensando seriamente alla propria struttura e prospettive per il pianeta – conclude il rapporto.

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