Italia capace di futuro – Wolfgang Sachs


Dalla prefazione a “Italia capace di futuro�

Wolfgang Sachs

l’icona del nostro tempo é l’immagine della terra, ripresa dallo spazio. Tutti la conoscono, tanti la utilizzano. Quella foto che ci mostra la sfera terrestre galleggiante nell’universo, delicatamente ricoperta di continenti, oceani e strati di nubi, e diventata un simbolo per le aspirazioni della nostra epoca. Ma come ogni grande simbolo la foto si presta ad aspirazioni contraddittorie. Infatti, l’immagine contiene la contraddizione insita nella globalizzazione. Da un lato, quel che più risalta nell’immagine, e il confine circolare che separa la terra illuminata dall’oscuro cosmo. Questa linea circoscrive il pianeta, ne mostra la finitezza. Il messaggio visivo che ne consegue e chiaro: viviamo in uno spazio chiuso e tutte le conseguenze delle nostre azioni si ripercuoteranno su di noi e su questa terra limitata. Ma dall’altro lato, l’immagine evidenzia uno spazio terrestre unico e continuo, una geografia non attraversata da linee di separazione di alcun genere. Ne consegue un messaggio del tutto diverso: viviamo in un mondo dove i confini politici o culturali non contano, per di più essi non dovrebbero esistere. Cosi l’immagine del pianeta si trasforma in un simbolo della presenza di un confine fisico e insieme in un simbolo dell’assenza di confini politici. Non meraviglia che essa possa servire da logo per i movimenti ambientalisti cosi come per le imprese transnazionali. l’immagine del pianeta e diventata l’icona del nostro tempo, proprio perché rende visibili entrambi i versanti del conflitto che dilania la nostra epoca come nessun’altra: mentre da un lato si delineano i limiti biofisici della terra, dall’altro premono le dinamiche della globalizzazione economica e dello sconfinamento da ogni legame sociale e culturale.

Mentre negli anni settanta e ottanta il movimento ambientalista aveva portato alla ribalta il problema dei limiti ecologici, negli anni novanta ha predominato invece l’entusiasmo per il diffondersi di una concorrenza economica sconfinata. La coscienza ecologica ha cominciato a soffrire d’amnesie, di smemoratezze d’ogni genere. Infatti l’ambiente é largamente scomparso dai programmi politici anche delle forze progressiste; ogni risorsa e ogni talento é mobilitato per incrementare la competitività nell’arena sconfinata dall’economia digitale. Abbattere i confini costituisce, dopo tutto, l’obiettivo dell’Unione Europea e soprattutto dell’Organizzazione mondiale del commercio.

I promotori di questo abbattimento di ogni frontiera non hanno tanto riguardo per le frontiere ecologiche del pianeta, né per l’esaurimento delle risorse minerarie e biologiche. Nel caso delle materie fossili, le limitazioni attualmente non riguardano i giacimenti, bensì la capacita di assorbimento nella biosfera dei gas che si liberano dalla loro combustione.
l’effetto serra provoca cambiamenti climatici da cui possono derivare cattivi raccolti, alluvioni, uragani, siccità , estinzioni di specie viventi. Le risorse biologiche sono invece direttamente minacciate nella loro disponibilità . Negli ultimi cinquant’anni, ad esempio, sono andati persi, a livello globale, un terzo dei terreni coltivabili, un terzo delle foreste tropicali, un quarto delle risorse idriche disponibili, un quarto del patrimonio ittico, e non s’intravede un’inversione di tendenza. Al contrario, il crescente impulso verso la crescita e la concorrenza nell’arena globale costringe gli attori economici ad appropriarsi sempre più rapidamente di risorse naturali senza costo, per assicurarsi la sopravvivenza economica.

l’amnesia ecologica deriva anche dal fatto che quel tipo di inquinamento che disturba il naso, le orecchie, gli occhi, si incontra sempre di meno. Un quarto di secolo di politica ambientale non é stato del tutto vano. Gli impianti di depurazione, di desolforazione, di filtrazione hanno contribuito a decongestionare la società industriale. Accorte tecnologie ambientali cominciano a produrre qualche effetto; il passaggio dall’economia delle ciminiere alla società dei servizi fa il resto, anche se in compenso crescono le ciminiere in Grecia, in Corea o in Brasile. d’altra parte però tale miglioramento riguarda più i nostri organi sensoriali che la tutela dell’ambiente. La quale dipende piuttosto dalle tonnellate e tonnellate di materiale e di energia che deve essere mobilitata nel paese e nel mondo per assicurare che continui ininterrotta la fornitura di beni e di servizi. Ma attenzione: un prodotto industriale non rivela immediatamente il consumo di prodotti naturali che comporta. Nel prodotto stesso si materializza soltanto il dieci percento della natura complessivamente coinvolta; il novanta per cento finisce nell’involucro, nel trasporto o negli scarti. Cosi, per ogni cittadino tedesco, vengono prelevate annualmente circa ottanta tonnellate di sostanze dalla natura e altrettante vi vengono nuovamente scaricate come rifiuti.

un’economia più pulita non significa dunque necessariamente un’economia sostenibile. Ridurre le emissioni di sostanze nocive non significa ridurre anche il consumo di risorse naturali, l’estinzione delle specie, il traffico, le montagne di rifiuti o l’effetto serra. Non un’economia pulita, ma un’economia leggera, in termini di risorse impiegate, é la segreta utopia della sostenibilità . Un onnivoro più pulito é certo più gradevole di uno sporco, ma resta pur sempre un crapulone. In questa prospettiva di sostenibilità – alla ricerca di un’economia leggera – si muove l’Italia capace di futuro.

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